Una doccia all'aperto

Anna
a day ago

L’invito di Claudia, amica da tanti anni, arrivò in un pomeriggio di Luglio lento, uno di quelli in cui l’aria sembra ferma.

"Vieni una settimana, la casa è grande e Marco tra l'altro è ancora in città a lavorare. Il lago rimette a posto le cose".

Non mi chiese se fossi libera. Lo sapeva. A cinquant’anni non si è più “liberi” per mancanza di legami, ma per scelta di non legarsene di nuovi inutilmente.

Accettai senza entusiasmo e senza esitazione. Era il modo giusto.

La casa era immersa nel verde, discreta, elegante ma senza ostentazione. La dépendance era poco più in basso, sotto una fascia del giardino principale, separata quanto bastava per sentirmi ospite e padrona allo stesso tempo. Appena la vidi capii che sarebbe stato il mio spazio.

La seconda sera mi parlò dei due amici come se fosse un dettaglio secondario. "Passano a cena, ma li hai già conosciuti".

Li conoscevo, sì. Uomini che avevo visto negli anni entrare e uscire dalla sua vita senza mai davvero andarsene, amici veri, corpi maturi.

Arrivarono nel tardo pomeriggio. Io ero già calda di sole, di lago, di lentezza. Li osservai da lontano: il modo in cui camminavano, come occupavano lo spazio senza chiederlo, come le loro voci basse sembravano accordarsi con la casa.

A cena si parlò poco ognuno come preso dai propri pensieri, assorti nel paesaggio e nella lentezza dell'estate sotto il patio della casa. Ogni tanto incrociavamo gli sguardi senza dirci nulla.

Quando dissi che avevo caldo e che sarei andata a fare una doccia, soltanto Claudia sorrise tra un tiro di sigaretta e l'altro dicendomi "Ci vediamo domani mattina per colazione?" "Si certo". Sorrisi ai due amici di Claudia senza congedarmi e salutarli, ma come fossero anche loro ospiti di quella grande casa, come se non se ne dovessero andare quella sera.

La doccia esterna era dietro la dépendance, schermata da una parete di canneto ma non nascosta. Mi spogliai lentamente, senza teatralità. Non stavo esibendo nulla. Via la maglietta, via la gonna pantalone di lino, via le mutandine.

Quando l’acqua iniziò a cadere sentii il sollievo immediato sulla pelle. Chiusi gli occhi. Le mani seguirono il corpo con una lentezza che non avevo fretta di interrompere. Sollevai le braccia appoggiandole alla parete di canneto, abbassando la testa per sentire il getto dell'acqua sul collo.

Fu il cambiamento dell’aria a farmi capire che non ero più sola.

Non mi voltai subito.Continuai a lavarmi, lasciando che l’acqua segnasse il ritmo, che il corpo rispondesse senza pensiero. Sentivo i loro sguardi prima ancora di incontrarli. Era una sensazione fisica, come un calore diverso, più concentrato.

Quando aprii gli occhi e girai la testa erano lì.

Non dissero nulla. Non si scusarono né abbassarono lo sguardo.

Tornai al getto nel collo. L’acqua scivolava lenta, tracciando percorsi familiari che, sotto i loro occhi, diventavano improvvisamente più consapevoli. Non c’era esibizione, ma non c’era neppure pudore. Solo il corpo di una donna adulta che sapeva esattamente cosa stava mostrando.

Uno di loro fece un mezzo passo avanti. Non verso di me. Verso una posizione migliore da cui guardare.

Fu allora che capii che non si trattava di essere vista. Si trattava di essere guardata.

Chiusi l’acqua. Il silenzio cadde addosso a noi con un peso diverso.

"Dentro c'è più fresco", disse uno di loro.

Annuii ed uscii dalla doccia senza fretta. Mi tirai indietro i capelli bagnati fissandoli senza espressione particolare ed il loro sguardo si posò sul mio seno che con quel gesto si era leggermente alzato. L’acqua mi colava ancora addosso. Presi l’asciugamano, lo posai appena sulle spalle, lasciando che il resto del corpo restasse scoperto. Camminai davanti a loro a piedi nudi. Sentii i loro passi seguirmi, pesanti, sincronizzati.

Lasciai cadere all'ingresso l'asciugamano e mi asciugai lentamente i piedi strusciandoli.

Dentro la dépendance l’aria era ferma, densa di calore e aspettativa. La luce entrava dalle finestre aperte, riflessa dal lago, irregolare, viva.

Entrai per prima. Non per guidare, ma per fermarmi. Non c’era esitazione, ma nemmeno fretta. Il corpo era già in ascolto, già disposto a concedersi per piacere e per necessità.

Li sentii alle spalle prima di vederli. I loro passi erano lenti, misurati. Non invasero subito lo spazio, rimanendo a distanza e lasciando che fossi io a percepirli, a lasciarli entrare prima dentro di me che nella stanza.

Mi voltai.

Erano lì, fermi. Uomini adulti, presenti, solidi. I loro sguardi tradivano l'attesa di un segnale che non aveva bisogno di essere pronunciato.

Mi sedetti sul letto con una movenza che era quasi un invito. Uno di loro si avvicinò per primo. Non mi toccò subito, ma si fermò davanti a me, abbastanza vicino da farmi sentire il calore del suo corpo, l’odore della pelle, il respiro lento. L’altro rimase dietro, non distante, una presenza piena che riempiva lo spazio alle mie spalle senza sfiorarmi.

Le mani arrivarono con una lentezza che mi fece inspirare più a fondo. Una si posò sul mio fianco, aperta, ferma. Non guidava, mi conteneva. L’altra trovò posto dall’altro lato, creando una simmetria che mi fece sentire improvvisamente al centro, raccolta, trattenuta.

Chiusi gli occhi.

In quel momento smisi di fare. Iniziai a lasciare.

Il desiderio non era impazienza. Era una pressione che si costruiva lentamente, che scendeva e si concentrava, rendendo ogni punto del corpo più sensibile. Sentii le cosce rilassarsi, il ventre farsi più pesante, la schiena cedere a una curva naturale, come se stesse rispondendo a una forza costante e sicura.

Le mani si mossero con metodo. Non esploravano per scoprire, ma per confermare. Seguivano linee già note, tornavano indietro, indugiavano quel tanto che bastava a rendere ogni contatto più profondo.

Mi sentivo tenuta non guidata. Ed era questo che mi permetteva di restare ferma, di non dover intervenire, di non dover decidere nulla.

Quando mi stesi sul letto lo feci senza pensarci. Il corpo aveva scelto prima. Il materasso accolse di nuovo il mio peso, poi ne accolse un altro. Sentii il calore di un corpo adulto posizionarsi sopra di me, senza schiacciarmi.

L’altro rimase in piedi, più distante, ma la sua presenza era ovunque. La percepivo nell’aria che cambiava, nel modo in cui il mio respiro si adattava, nella tensione controllata che sembrava avvolgermi dall’alto.

Il primo mi penetrò con naturalezza e non fece fatica ad entrare. Il suo corpo seguiva il ritmo del mio respiro, rallentando quando rallentavo, fermandosi quando il mio corpo sembrava chiedere una sospensione. Il piacere cresceva senza esplodere, si accumulava. Non ci eravamo baciati.

Aprii gli occhi per un istante e vidi il suo sguardo serio, perfettamente calato nella danza lenta ed elegante che stavamo inscenando. Il secondo era al lato del letto e mi fissava quasi con sguardo severo.

Il confine che avevo tenuto fino a quel momento cominciò a cedere quando emisi il primo vero gemito di piacere inarcando la schiena. Diede avvio ad un cambio di passo dell'uomo che intraprese una danza piu tribale, sfacciata. Non assecondava piu il mio respiro ma la sua voglia. Sentii il secondo lasciare cadere i bermuda e il fruscio della camicia dismessa, ma non si avvicinò. Stava in piedi con il sesso turgido in attesa di un segnale che non potevo impartire in quel momento.

Continuavo a ricevere i movimenti sempre piu decisi del primo uomo ed il mio respiro cambiò subito dopo, come se il corpo avesse riconosciuto ciò che stava accadendo prima ancora di accettarlo del tutto. Non mi mossi. Non perché fossi bloccata, ma perché non ne sentivo il bisogno. La passività diventava una forma di presenza totale.

Il tempo perse progressivamente significato. Non sapevo più da quanto fossimo lì. Ogni secondo era pieno, saturo di sensazioni che non avevano bisogno di essere nominate per essere riconosciute. Il piacere non era localizzato: attraversava il corpo come una corrente lenta, continua.

Sentii una tensione più profonda, il mio corpo stava già facendo da solo.

Emisi gemiti sempre piu forti ed iniziai ad avere spasmi nel corpo. Mi aggrappai a lui con le braccia intorno al suo collo ed ebbi un orgasmo liberatorio lungo quasi doloroso e purificatorio.

Il mio respiro cominciò a rallentare di nuovo, gli occhi ancora chiusi, ma mi resi conto che anche lui stava per concludere la sua danza. Sentii quella densità calda invadermi dentro il mio corpo e non me ne vergognai assolutamente.

Rimase ancora alcuni istanti dentro di me e ci guardammo con un sorriso di reciproco ringraziamento ma non troppo espansivo.

Mi alzai e percorsi la stanza nuda per recarmi alla doccia esterna e lavarmi. L'uomo era andato nella doccia interna alla dependance.

Rimasi sul ciglio della porta e li fissai "Claudia avrà messo l'allarme alla casa. Possiamo dividere il letto per questa notte"

Non risposero e così chiusi la porta della dependance a chiave e mi diressi verso il letto sistemandomi nel mezzo. Sollevai il lembo dalla parte opposta per il secondo che entrò e dall'altro lato il primo dopo essersi asciugato.

Rimasi lì, tra due presenze adulte, reali.

La stanza sembrava diversa, o forse ero io a esserla. La luce del lago continuava a muoversi sul soffitto ed io non avevo sonno, il corpo bagnato per la doccia ed i capezzoli turgidi.

Presi la mano del secondo e la posai sul mio seno, lo strinse senza applicarvi forza passando la mano da uno all'altro. Mi attirò a sé girandomi e non dovette prendermi la mano per sentire il suo sesso ancora eretto perche lo anticipai. Lo guardavo con serietà mentre il lenzuolo si sollevava e riscendeva in un movimento continuo.

Scesi tra le sue gambe per ringraziarlo di tanta attesa. Il primo uomo con un gesto brusco levò il lenzuolo e mi fissò. Voleva assistere, voleva guardarmi mentre passavo la mia lingua sul sesso dell'amico, leccavo il glande, salivo all'apice e inghiottivo la sua carne turgida, nervosa e disponibile.

Sapevo ormai come tenere gli uomini eccitati ma senza farli cedere troppo presto e cosi smisi improvvisamente di dedicargli le mie attenzioni e lo guardai per capire. Rimase sorpreso da quella interruzione ma mi sollevai seguendo con le mani le sue cosce ed il suo busto e mi misi sopra di lui facendomi penetrare.

Mi appoggiai con le mani al suo petto, decidendo io il ritmo, lento e continuo tenendo gli occhi chiusi senza alcun pensiero nella testa, come una meditazione guidata dove io ero l'allieva e la maestra allo stesso tempo e lui era uno strumento e null'altro.

Rispetto al rapporto con il primo uomo, questa volta era completamente diverso. Stavo soddisfacendo il mio piacere non il suo benché il suo membro rispondesse con vigore e le mie pareti interne fossero bagnate.

L'altro si stava masturbando senza tuttavia voler condividere il suo piacere con me né io avevo intenzione di prestarmi.

Mi bastava quella situazione. Eravamo in fiducia e tutto ciò che stava avvenendo era frutto del controllo delle nostre menti e dei nostri ardori.

Era un gioco alla pari, sebbene si trattasse di una donna che era stata scopata da due uomini, ma in quel momento era in realtà come stessi scopando me stessa.

Ebbi un primo orgasmo e poi un secondo dopo poco, il secondo evidentemente alla fine del suo percorso di piacere mi strinse di piu i fianchi ed i ruoli si scambiarono. Non ero io che mi muovevo su di lui, era lui che si muoveva dentro di me con un ritmo diverso, piu deciso e veloce.

MI abbassai ancora un po e sentii il ventre di nuovo caldo della densità maschile. Gemiti trattenuti da entrambi ed io ancora sopra di lui. Eravamo sudati e mi misi di nuovo in mezzo con il respiro in affanno ed una improvvisa stanchezza che avvolgeva il mio corpo e la mia mente.

Caddi in un sonno profondo, senza curarmi della presenza di quei due uomini. Mi svegliai verso le 9, e lo spazio intorno a me si era fatto nuovamente vuoto. Se ne erano andati.

Mi alzai mi feci una doccia, indossai un abito leggerissimo e salii alla casa principale.

Claudia stava mangiando una fetta biscottata e sorseggiando una spremuta.

Aveva le gambe raccolte sullo sgabello e mi fece cenno di entrare in cucina dalla porta finestra.

"Hai dormito bene?"

"Si oggi sono riposata e voglio godermi questa giornata con lentezza" "Sii sincera, dopo quanto hai attivato l'allarme di casa?"

"Avevo detto a loro che se non fossero tornati dopo venti minuti avrei capito e sarei andata a dormire. Non mi sono sbagliata a coinvolgerli"

Feci un cenno con la testa sorseggiando il caffè e aggiunsi "No, non hai sbagliato, grazie".