Il cespuglio di Claudia. 1
Ci sono gesti che non senti più. Entrare in un palazzo, aspettare un ascensore, premere un pulsante, guardare i numeri salire. Li fai mentre pensi ad altro, mentre sei già altrove. È un automatismo che funziona finché funziona. Quella mattina entrò così anche lei.
Entrammo quasi insieme. Io a sinistra, lei a destra, come succede tra sconosciuti che rispettano una regola ovvia, mantenere la giusta distanza, secondo gli usi della nostra specie. Vetri, specchi, luce bianca. Il display iniziò a salire, guardai distratto i numeri cambiare.
Poi, un colpo secco. Una vibrazione breve. E l’ascensore si fermò tra due piani. Silenzio
Lei reagì subito. Premette i pulsanti, più volte, come se insistendo potesse far ripartire tutto. Disse “nooo” a voce bassa, ma non a me: alle pareti, al neon, a quello spazio.
Premetti l’allarme e parlai con la sicurezza. Spiegai dove eravamo, che stavamo bene, che non c’era urgenza medica. Dall’interfono dissero che la manutenzione sarebbe arrivata. Lei mi guardò come se la mia calma fosse una provocazione.
«Tu sei tranquillo», disse, e non era un complimento.
Le vidi le spalle alte, la presa rigida sulla borsa, sentivo il suo respiro concitato. Non era rabbia, era paura, una paura che aveva bisogno di uno sfogo.
«Dovresti fare qualcosa», aggiunse. «Stai lì. Sei un uomo, cazzo! Muoviti!»
Non l’ho vissuto come un attacco al mio orgoglio. Era una richiesta espressa con ansia. Come se avesse bisogno che qualcuno si assumesse il comando, e, al tempo stesso, tempo lo detestasse proprio per questo.
Allora, le feci una domanda.
«Come ti chiami?»
Mi fissò. «Che importa?»
«Importa», dissi. «Dimmi come ti chiami.»
«Claudia.»
«Claudia. Dove senti la paura, adesso?»
La domanda la spiazzò. «Nel petto», disse. «Non respiro.»
Le chiesi di appoggiarsi alla parete laterale, non a quella dietro di lei. Le dissi di guardarmi e di respirare con me. Niente di speciale: voce ferma, atteggiamento controllato.
Dopo qualche respiro, il suo corpo cambiò appena. Poco, ma migliorava.
«Non voglio impazzire qui dentro», disse.
«Non impazzirai, Claudia», le risposi. «È solo paura. Vedrai che passa.»
Di colpo, il suo stato emotivo passò dalla rabbia alla consapevolezza che quella calma, che tanto la urtava, poteva esserle d’aiuto, liberarla da qualcosa che le premeva dentro e che quel guasto le aveva fatto tirar fuori, con violenza.
Si staccò dalla parete e si avvicinò. La distanza tra noi si ridusse finché sentii il suo profumo, pulito, trattenuto. Rimasi fermo, ma aprii appena le braccia, quel tanto che basta per dire “puoi appoggiarti”.
Prima mi toccò l’avambraccio. Poi appoggiò la fronte al mio petto. Il respiro sull’orlo della camicia, il peso leggero di un corpo che cerca protezione.
Sollevò lo sguardo. Era troppo vicina per mentire. Troppo vicina per restare “sconosciuti”. Si staccò appena, giusto un soffio, e disse: «Adesso… cosa fai?»
«Respiro», le dissi.
Fece un mezzo sorriso. «Io mi perdo», rispose. «Quando non controllo… mi salta addosso tutto.»
«In cosa ti perdi?» chiesi.
«Nel controllo», disse. «Quando non controllo, mi viene…»
Le dissi che lì dentro non doveva controllare l’ascensore. Che l’unica cosa da controllare era se stessa.
Mi mise il palmo sul petto. Sentì il battito. Lo misurò come si misura una cosa viva.
«Tu non ti agiti mai?» chiese.
«Mi agito», dissi. «Ma non scappo.»
Claudia si alzò sulle punte e mi baciò.
Io rimasi un attimo sospeso, il tempo di capire cosa stava succedendo davvero, poi risposi al suo bacio, gentilmente, spingendo, con la mia, la sua lingua tiepida. La strinsi a me.
Si staccò di poco, a un soffio dalle mie labbra. «Non fare il bravo», sussurrò.
Sentivo il calore del suo corpo, che aderiva al mio, il seno premuto sul torace, le cosce calde...
Mentre la baciavo, accarezzavo le sue spalle, il dorso falcato, portando le mani sempre più giù, sul culo morbido, sulle gambe, sulle cosce. La mia mano si insinuò tra le natiche, poi mi staccai leggermente, quanto bastava per tirare giù la cerniera dei suoi pantaloni. Le mutandine di pizzo leggero non erano aderenti, la fasciavano, per cui sentivo sotto il tessuto un cespuglio morbido, soffice e pieno annunciava la fica. Fremeva già, così aprì un poco le cosce per farsi carezzare, secondando ritmicamente il movimento della mia mano, che ora stuzzicava il clitoride, ora si insinuava più giù per palparla a fondo. Era stuzzicante, palparla sopra le mutandine, certo, ma non mi bastava, così insinuai le dita sotto il pizzo…
Lei spingeva la coscia contro di me, mi sentivo eccitato a mille, così liberò la mano per aprirmi i pantaloni, infilarla nei boxer, massaggiarmi le palle tese e poi tirare fuori l’uccello. Lo prese tra le dita per poi manipolarlo piano, lentamente… mentre le massaggiavo il clitoride, tra i peli morbidi, riccioli soffici che più giù erano già intrisi del suo nettare. Le aprii la fica con le dita, spruzzi leggeri la irroravano, tanto da farle penetrare, sin nel profondo. Staccò la bocca dalla mia e si lasciò andare a sospiri sempre più intensi. Ormai me lo menava con furia e, da parte mia, le scopavo la fica a tutto spiano, per farla venire. Il suo succo mi riempì la mano, e subito dopo schizzai sulla pulsantiera dell’ascensore con fiotti densi, che già gocciolavano.
Uno scatto, l’ascensore riprese la salita
«Non voglio che finisca qui», disse.
«Non finisce qui», risposi.
Appena usciti dall’ascensore, Claudia si portò le dita bagnate alla bocca, per succhiarle, mi guardò poi sorridendo. Era calma. La mia mano, pure, ospitava i residui del suo succo mieloso. Lo assaporai, socchiudendo gli occhi.
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