Confessioni di polvere e incenso

Confessioni di polvere e incenso

Avevo ventitré anni, e il desiderio era un animale che ringhiava dentro la gabbia di ferro del seminario. Non c’erano riviste, non c’erano schermi: solo il fruscio delle pagine del breviario e, ogni tanto, il profumo di incenso che si mescolava a quello del sudore sotto le tonache nere.Era il 1991. A Roma, dietro il portone del Collegio San Damiano, c’era un chiostro dove il sole di maggio entrava a fette oblique e faceva brillare la polvere sulle pietre. Io ero l’ultimo arrivato, un novizio con la testa rasata a zero e le mani ancora callose dal lavoro nei campi. Loro erano due: don Matteo, trentacinque anni, voce bassa da confessore, e suor Clara, quarant’anni, occhi di vetro color ambra che sembravano sempre sul punto di rompersi.Li avevo visti la prima sera, durante la compieta. Don Matteo leggeva il salmo con una cadenza lenta, quasi ipnotica; suor Clara, inginocchiata due banchi più avanti, stringeva il rosario così forte che le nocche le diventavano bianche. Quando si alzarono per l’uscita, le loro tonache si sfiorarono per un istante. Un fruscio. Un battito. Io sentii il sangue scendere tutto in basso, come se qualcuno avesse aperto una diga.Il giorno dopo, durante l’ora di ricreazione nel chiostro, don Matteo mi chiamò con un cenno.«Vieni, ti mostro la biblioteca vecchia».Suor Clara era già lì, tra gli scaffali polverosi, con un volume di Sant’Agostino aperto sulle ginocchia. L’aria sapeva di carta ingiallita e di cera. Don Matteo chiuse la porta a chiave. Il clic risuonò come un colpo di pistola.Non ci furono parole. Solo gesti.Don Matteo mi prese per la nuca e mi spinse contro il legno di uno scaffale. Sentii il suo respiro caldo sull’orecchio. «Respira piano», mormorò. Suor Clara si avvicinò da dietro, le mani sotto la mia tonaca, fredde come ostie. Mi slacciò la cintura con una lentezza liturgica. Il tessuto cadde a terra. Ero nudo dalla vita in giù, il sesso già duro, pulsante, imbarazzato della sua stessa urgenza.Don Matteo si inginocchiò. Non era un prete in quel momento: era un uomo con la bocca aperta, affamato. Mi prese in bocca con una dolcezza che mi fece tremare le ginocchia. Suor Clara, alle mie spalle, mi baciava il collo, poi scivolò giù, le labbra sulle mie natiche, la lingua che cercava, trovava, entrava. Io ero il centro di un cerchio di fuoco. Le mani di don Matteo sui miei fianchi, quelle di suor Clara che mi accarezzavano il petto sotto la tonaca, pizzicando i capezzoli fino a farmi gemere.Poi si scambiarono.Suor Clara si alzò, si sollevò la tonaca fino alla vita. Sotto non portava nulla. La sua figa era rasata, liscia come una ostia. Don Matteo la prese per i fianchi e la girò verso di me. «Guardala», disse. Io guardai. Lei si chinò in avanti, le mani sullo scaffale, il culo in aria. Don Matteo entrò in lei con un colpo secco. Suor Clara gridò, un suono soffocato dal dorso della mano. Io ero lì, a un passo, il cazzo in mano, incapace di muovermi.«Tocca», ordinò don Matteo.Obbedii. La mia mano trovò il clitoride di suor Clara, gonfio, bagnato. Lei tremava. Don Matteo spingeva, io sfregavo. Il ritmo era lento, quasi solenne. Poi suor Clara si voltò, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. La sua lingua sapeva di incenso e di peccato. Don Matteo uscì da lei, il cazzo lucido, e me lo porse. Lo presi in bocca senza pensarci. Era caldo, salato, vivo. Suor Clara si inginocchiò accanto a me, le nostre bocche si incontrarono sul suo sesso, le lingue che si intrecciavano, il sapore di lei che si mescolava a quello di lui.Ci spostammo sul pavimento, tra i libri caduti. Don Matteo si sdraiò. Io mi misi a cavalcioni su di lui, la tonaca arrotolata in vita. Suor Clara mi guidò dentro di lui, lentamente. Era stretto, caldo, proibito. Don Matteo gemette, un suono gutturale che non avevo mai sentito in chiesa. Suor Clara si sedette sul suo viso, la tonaca ancora addosso, il velo che le cadeva sugli occhi. Io spingevo, lui leccava, lei si toccava. Eravamo un trittico vivente, un’icona profana.Venni per primo, dentro don Matteo, con un grido che rimbalzò tra le pareti. Lui venne subito dopo, nella bocca di suor Clara. Lei venne per ultima, le cosce che tremavano, il corpo che si inarcava come in estasi.Rimanemmo lì, sdraiati tra i libri, il respiro che si calmava. Don Matteo accese una sigaretta, il fumo che saliva verso il soffitto come incenso. Suor Clara si sistemò il velo, si alzò, si chinò a baciarmi la fronte. «Domani, stessa ora», disse. Non era una domanda.Il ritiro durò una settimana. Ogni sera, dopo compieta, la biblioteca vecchia diventava il nostro altare. Imparammo a conoscere i corpi come si conoscono le preghiere: a memoria, con devozione, con paura. Don Matteo mi insegnò a prendere, suor Clara a dare. Io imparai a essere entrambi.L’ultima notte, prima di partire, ci incontrammo nel chiostro. La luna era piena. Don Matteo mi diede un rosario di legno d’ulivo. Suor Clara mi diede un bacio sulla bocca, lungo, lento, senza fretta. «Torna», disse. «Quando vorrai».Partii all’alba. Il portone si chiuse alle mie spalle con lo stesso clic della biblioteca. Ma dentro di me, il desiderio non era più un animale in gabbia. Era diventato una preghiera