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La schiava e il conte P. 1
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Racconto35 min di lettura

La schiava e il conte P. 1

Giulia e marco accettano contratto di schiavitù con il conte per 5000 euro al mese e il castello in eredita

Anna Bolerani
8 mesi fa · 1k letture · 0

La prima volta che Marco lo vide, il vecchio gli sembrò solo un altro pensionato ricco e annoiato. Seduto al bancone del bar con un cappotto di cashmere troppo pesante per la stagione, l’uomo girava lentamente un bicchiere di whisky tra le dita, gli occhi fissi sul ghiaccio che si scioglieva. Non alzò lo sguardo neppure quando Marco, in piedi accanto a lui con il curriculum ancora umido di sudore nella mano, tossì per attirare la sua attenzione.

"Mi scusi," disse Marco, stringendo quel foglio che ormai sembrava più una condanna che una speranza. Il vecchio continuò a osservare il suo bicchiere, come se le parole fossero solo rumore di fondo. Poi, senza preavviso, appoggiò il palmo della mano sul bancone. Un gesto secco, quasi militare. "Siediti." Non era un invito.

Marco esitò, poi scivolò sullo sgabello accanto all'uomo, sentendo la pelle delle cosce aderire alla plastica sudaticcia del sedile. Nella tasca della giacca, il suo telefono vibrava: la terza chiamata irrisolta della banca in tre giorni.

"Ho letto il suo annuncio," disse Marco, e immediatamente si pentì di come quelle parole erano uscite, troppo veloci, troppo disperate. Il vecchio finalmente girò la testa, e per la prima volta Marco vide i suoi occhi: grigi come l'acciaio di un bisturi, senza un alone di bianco intorno alle pupille dilatate. "Davvero?" sussurrò l'uomo, e quel tono basso fece rabbrividire Marco più di un urlo. "Allora sai già che non cerco camerieri." Unghie sporche di tabacco graffiarono il bordo del bicchiere. "Cerco proprietà."

"Non camerieri?" ripeté Marco, la lingua improvvisamente pesante. Gli sembrava di aver ingoiato sabbia. Il vecchio sorrise per la prima volta, un'espressione che non raggiunse gli occhi. "Esatto, non camerieri. Ma la proprietà di una coppia giovane con lei molto bella e sensuale."

Il vecchio estrasse dalla tasca interna del cappotto un foglio di pergamena ingiallito, spiegato con cura maniacale. Marco lo fissò mentre le dita nodose lo appiattivano sul bancone macchiato di caffè. "Leggi ad alta voce," ordinò l'uomo, puntando un'indice deformato dall'artrite contro la prima riga. La scrittura era fitta, in un corsivo antiquato che sembrava scavato nella carta con un coltello.

Marco sentì la gola seccarsi mentre leggeva quelle parole incise sulla pergamena, ogni sillaba un colpo al cuore. "Il contratto prevede trasferimento di proprietà totale e irrevocabile di due individui, Marco e Giulia Lombardi, al sottoscritto, conte Ludovico D'Ambrosio." Le dita gli tremavano mentre sfioravano i caratteri inchiostrati, quasi fossero ancora umidi. "In cambio," continuò a leggere con voce strozzata, Si garantisce una vita da signori con il soddisfacimento di ogni necessità per realizzarla oltre e vitto e alloggio nel castello di proprietà del conte, e compenso mensile di cinquemila euro netti e alla morte del conte la proprietà del castello sarebbe andata a loro. "Se accettate, alla firma del contratto, vi spiegherò bene le vostre mansioni, soprattutto quelle di sua moglie"

Marco sentì il telefono vibrare di nuovo nella tasca, era sempre la banca che lo cercava. "Hai un giorno," disse il conte, senza guardarlo, . Marco annuì, anche se sapeva che l'uomo non lo stava guardando, e scivolò giù dallo sgabello con le gambe che cedevano.

Marco non ricordò nemmeno come fosse tornato a casa. Aveva camminato con la mente offuscata senza curarsi del mondo che lo circondava. Le scale del palazzone popolare gli si incollarono ai polpacci come sabbie mobili, ogni gradino un ostacolo tra quel bar e la porta di casa dove Giulia lo aspettava con la solita cena riscaldata. Il telefono continuava a vibrare nella tasca, ma ormai era diventato un rumore di fondo, come il ronzio di un insetto intrappolato. Quando infilò la chiave nella serratura, le dita gli scivolarono tre volte sul metallo sudato.

" Ha chiamato il proprietario di casa, pretendo l'affitto arretrato entro fine mese altrimenti ci sfratta" disse giulia mettendo a tavola la cena. Marco non riusciva a guardare Giulia negli occhi mentre mescolava il riso nel piatto, facendo rotolare i grani da una parte all'altra come se potessero nascondere la verità.

"La banca mi ha chiamato quattro volte oggi, vuole il ripianamento del conto corrente."

"Come faremo. " incalzò Giulia

"Forse c'è una soluzione," disse alla fine, la forchetta che scivolò dalle dita con un tonfo sordo sul linoleum consumato. Il silenzio che seguì fu così denso che sentirono entrambi il ticchettio del rubinetto che perdeva in cucina, goccia dopo goccia, come un conto alla rovescia.

"Ho trovato un modo per saldarci dai debiti," disse Marco, le parole che gli uscivano dalla bocca come sassi. Giulia smise di mescolare il riso, la forchetta sospesa a mezz'aria. "Un modo?" ripeté, e Marco vide il riflesso della lampadina tremolante negli occhi di lei, quell'unica luce che ancora tenevano accesa per risparmiare sulla bolletta.

"Ma ci sono delle condizioni da rispettare." aggiunse Marco.

Sentì la saliva rapprendersi in gola mentre osservava Giulia assorbire quelle parole come assorbe la terra la pioggia dopo mesi di siccità. "

"Qualsiasi condizione da sopportare mi sta ben, purché serva a farci uscire da questa situazione ormai non più sopportabile.

Marco spiegò per sommi capi di cosa si trattasse e del colloqui con in conte.

Giulia abbassò gli occhi sul piatto, dove il riso ormai freddo sembrava aver assunto la consistenza del gesso. "Cinque... mille euro al mese?" sussurrò, e Marco vide le sue dita stringersi attorno al bordo del tavolo fino a schiacciare le nocche bianche. Non era una domanda, ma l'eco di una resa. Di una proposta che non si poteva rifiutare.

La luce del sole che entrava dalla finestra sembrava una lama tagliare il silenzio tra loro. Marco fissò le crepe nel muro sopra la testa di Giulia, quelle stesse crepe che ogni notte contava mentre il soffitto scricchiolava sotto il peso dei debiti. "Non ci sono altre opzioni," disse, e la sua voce era più ruvida della carta vetrata. Giulia non alzò lo sguardo, ma le sue dita smisero di tormentare l'orlo del grembiule. Un grembiule che aveva il colore sbiadito di tutte le rinunce.

La bilancia del frigorifero era vuota da tre giorni, ma quel vuoto pesava più di qualsiasi pietra. Marco osservò Giulia mentre lei fissava il conto della luce ancora aperto sul tavolo, le cifre rosse che sembravano sanguinare attraverso la carta sottile. "Non abbiamo scelta," sussurrò lui, e le parole gli bruciarono la lingua come acido. Il silenzio che seguì fu rotto solo dal gemito della sedia quando Giulia si alzò, le ginocchia che scricchiolavano come porte di cantine abbandonate.

"Di sua proprietà," ripeté Giulia, le parole che le uscivano dalle labbra come un sasso nello stomaco. Non era una domanda, ma una constatazione, l'ultimo gradino prima del precipizio. La forchetta le scivolò di mano, rimbalzando sul pavimento con un suono metallico che sembrò risuonare per minuti. Marco annuì senza guardarla, gli occhi fissi sulla macchia di umidità a forma di Italia che da anni marciva sul soffitto. "Sì," disse, la voce più ruvida del linoleum consumato sotto i loro piedi. "Ma in cambio avremo i cinquemila euro ogni mese. Vitto, alloggio. E il castello, quando lui... quando non ci sarà più."

"E poi," aggiunse Marco con una voce che cercava di essere convincente mentre le dita gli tamburellavano nervosamente sul tavolo, "ci pagherà anche i vestiti. Tutto quello che vorrai. Cellulari nuovi, un computer, vestiti eleganti... Biancheria di seta, gioielli." Le parole gli uscivano a scatti, come se stesse elencando merce in un mercato piuttosto che descrivere una vita. "Per fare la signora, quando sarai fuori dal castello."

"Questo fuori dal castello," disse Giulia, la voce che si spezzava come un filo tirato troppo. Le mani le tremavano mentre si asciugavano le dita sul grembiule, lasciando striature umide sulla stoffa logora. "Ma nel castello... che dovrei fare?" chiese, e questa volta le parole le si incastrarono in gola come spine.

Marco non rispose subito. Il suo sguardo scivolò verso la finestra, dove il sole del tramonto tingeva i palazzi di un rosso opaco, come sangue vecchio. Giulia vide le sue labbra incrinate muoversi senza suono, poi sentì le sue dita fredde stringerle il polso con una pressione che non era né conforto né minaccia, ma semplicemente l'unico modo che conosceva per trasmettere ciò che le parole non potevano. "Quello che ti chiederà," sussurrò alla fine, e ogni sillaba sembrò costargli un frammento di anima.

"E cosa potrà chiedermi?" chiese Giulia, le labbra così secche che le sillabe si spezzarono in un bisbiglio roco. Le sue dita si aggrapparono al bordo del tavolo come naufraghi a una zattera, le nocche bianche che spiccavano contro il legno scrostato. Marco abbassò lo sguardo sul groviglio delle loro ombre proiettate dal lampadario tremolante - due figure curve che sembravano già inchinarsi davanti a un padrone invisibile.

"Tutto," disse Marco, e la parola cadde tra loro come un macigno. Non aveva bisogno di aggiungere altro. Giulia sentì il gelo salirle dalle caviglie alla nuca, un brivido che non era solo paura, ma qualcosa di più antico: il riconoscimento di un destino già scritto. Le labbra di Marco erano due linee grigie nel viso scavato, e quando si schiarì la voce, il suono fu quello di una porta di cella che cigola. "Ma soprattutto te." aggiunse, gli occhi che finalmente la incrociarono, e in quel momento Giulia capì che la risposta era sempre stata lì, sospesa tra loro come la polvere nel raggio di sole che tagliava la cucina.

"Il mio corpo sarà suo?" chiese Giulia, la voce che si incrinò sull'ultima sillaba come vetro sotto una pressa. Le dita le si aggrapparono al grembiule, striato di farina e vecchie macchie di sugo, come se quel pezzo di stoffa logora potesse ancora proteggerla. Marco non rispose subito. Il suo sguardo scivolò verso la finestra, dove le tende sfilacciate ondeggiavano nell'aria stagnante, rivelando il panorama di palazzoni che sembravano prigioni verticali. "E a te sta bene?" incalzò Giulia.

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