La prima volta nel culo

Anna Bolerani
14 hours ago

"Dio mio, guarda come lo prende tutto in gola," sussurrò mia madre, la voce roca e piena di desiderio.

Ero paralizzata dietro la porta semiaperta del salotto, il bicchiere vuoto che stringevo ancora tra le dita. La luce bluastra del televisore illuminava i loro corpi intrecciati sul divano: mio padre, seduto con le gambe divaricate, e lei accoccolata accanto a lui, la mano che scivolava su e giù lungo la sua erezione mentre sullo schermo la donna si lasciava sfondare la bocca con un gemito esagerato. Non avevo mai visto mio padre così—gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, le dita che si stringevano attorno alla spalla di mia madre mentre lei accelerava il ritmo.

"Sì, ecco, così," borbottò lui mentre sullo schermo la scena cambiava bruscamente. Ora l'uomo afferrava la donna per i fianchi e la sbattava contro il muro, penetrandola con movimenti duri e regolari che facevano tremare il corpo di lei. Mia madre emise un sospiro soffocato e si morse il labbro inferiore mentre osservava, la mano che seguiva inconsciamente il ritmo delle spinte sullo schermo. "Ti piace guardarla prendere tutto quel cazzo nel culo, eh?" chiese mio padre con una voce che non gli avevo mai sentito prima—cruda, possessiva—mentre le afferrava una mammella attraverso la camicia da notte.

"Lo sai che mi eccita questa cosa," rispose lei senza vergogna, la voce un filo più acuta del solito. La sua mano lasciò il pene di mio padre per scivolare sotto la sua stessa gonna, e io trattenni il respiro mentre le sue dita sparivano tra le cosce. "Mi eccita pensare che potresti farmelo anche a me così, senza preavviso," aggiunse, le parole interrotte da un gemito quando sfiorò qualcosa sotto il tessuto.

Mio padre rise, un suono greve e soddisfatto che mi fece rabbrividire. "Vuoi che ti sbatta contro il muro come quella troia?" domandò, afferrandole i fianchi con entrambe le mani e tirandola a cavalcioni su di sé. La gonna di mia madre si sollevò, rivelando le cosce nude che si serravano attorno alla sua vita, e io vidi—Dio, vidi tutto—come si strofinava contro di lui attraverso la mutandina ormai inzuppata. "Dimmi esattamente come lo vuoi."

"Lo voglio nel culo," ansimò lei, piegandosi in avanti fino a sfiorargli la bocca con i capezzoli duri attraverso la stoffa. "Alla pecorina. Proprio come fanno loro." Il video sullo schermo era diventato quasi superfluo; i loro corpi erano uno spettacolo più vivido, più reale, con la pelle che luccicava di sudore sotto la luce intermittente del televisore. Mio padre le strappò via la mutandina con un gesto secco, e il rumore del tessuto che si lacerò mi fece sobbalzare dietro la porta.

Mia madre si mise a quattro zampe sul tappeto davanti al divano, le ginocchia divaricate, la schiena inarcata in una curva perfetta che mostrava senza vergogna il buco del culo ancora stretto e rosa. "Non essere gentile," sussurrò voltandosi a guardarlo con un'espressione che non le avevo mai visto—una sfida, una fame. Mio padre sputò nella mano e le strofinò la saliva sull'ano con due dita ruvide, infilandole dentro senza preavviso mentre lei gemeva, affondando le unghie nella moquette.

"Sì, così, continuo," ansimò lei quando lui estrasse le dita per sostituirle con la punta del suo cazzo, già lucido di precum. "Fammelo sentire tutto." La voce le si spezzò nell'ultima parola mentre mio padre le piantava dentro un palmo intero in un solo colpo secco, il rumore della carne che schioccava contro carne così forte che temetti mi sentissero. Lei urlò—un suono strozzato, animalesco—e io strinsi le cosce involontariamente, sentendo un caldo improvviso tra le mie gambe.

Le mie mutandine erano bagnate. Non ero mai stata così eccitata in vita mia—per la verità, era la prima vera volta. Prima di quella notte, avevo visto solo qualche video porno rubato su internet, immagini pixelate e movimenti goffi che non avevano nulla a che fare con quello che stava accadendo davanti a me. Il cazzo di mio padre era diverso: più grosso, più reale, con le vene che pulsavano sotto la pelle mentre lo spingeva dentro mia madre con movimenti fluidi e precisi. Quando lo estrasse completamente per poi riaffondare, vidi l'ano di lei dilatarsi per accoglierlo di nuovo, la pelle che si stirata intorno alla base. Mia madre gemette, affondando la fronte nella moquette mentre le dita di mio padre le stringevano i fianchi lasciando segni rossi.

"Ti piacerebbe che fosse quel ragazzo a fotterti il culo con quel cazzo quasi il doppio del mio?" le chiese mio padre, la voce strozzata dall'eccitazione mentre indicava lo schermo dove un attore muscoloso stava sbattendo un'escort contro una parete. "Dimmi che lo vuoi." Mia madre annuì senza parlare, troppo presa dal piacere per articolare una risposta, e lui accelerò il ritmo, colpendola più forte, più in profondità, finché il rumore dei loro corpi riempì la stanza insieme ai gemiti soffocati di lei. Io mi morsi il labbro, incapace di distogliere lo sguardo dalla scena. Il mio cuore batteva così forte che temevo potessero sentirlo.

"Rispondimi, troia. Dimmi la verità," insistette lui, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa per costringerla a guardare il video. Sul divano accanto a loro, il telefono di mia madre vibrò—un messaggio—e mio padre lo afferrò con la mano libera, leggendo ad alta voce: "Marina: Quando ci rivediamo? Ho voglia di riempirti di nuovo il culo. Salutami tuo marito ciao."

Mia madre chiuse gli occhi, gemendo mentre mio padre le rallentava le spinte, trasformando il sesso in una tortura deliberata. "Di chi è?" le chiese con voce calma, troppo calma, mentre le passava il telefono sopra la spalla. Lei lo prese con mano tremante, il corpo ancora scosso dai brividi del piacere interrotto. "È... è Marco," sussurrò, abbassando lo sguardo sullo schermo dove una nuova foto era appena arrivata: un primo piano di un cazzo eretto, la punta lucida di precum che gocciolava sul messaggio scritto sotto. "Vuole rivedermi... per farmelo di nuovo nel culo." La voce le tremava, ma non di vergogna—di eccitazione. Lo capii dal modo in cui si strinse attorno a mio padre nonostante il ritmo rallentato, quasi supplicandolo di continuare.

"Rispondigli," ordinò lui con quel tono che non ammetteva repliche, mentre riprendeva a muoversi dentro di lei con colpi lunghi e profondi. "Domani lo chiami, gli dici di passare sabato che Elisa non c'è." Le parole mi colpirono come uno schiaffo. Sabato? Io dovevo essere a casa di mia nonna quel giorno—lo sapevano. Mia madre annuì, le dita che correvano sulla tastiera con movimenti scomposti, interrotti dai gemiti che le sfuggivano ogni volta che mio padre le spingeva più forte. Il telefono cadde a terra con un tonfo sordo quando lei si abbandonò completamente alle sue braccia, il corpo in preda a un orgasmo che la fece urlare contro la moquette mentre mio padre la teneva ferma per i fianchi, continuando a penetrarla con ritmi regolari fino all'ultima goccia.

"Finito?" domandò lui dopo, tirandola su per i capelli fino a farla sedere sulle sue cosce, il cazzo ancora semiduro che le sfiorava la schiena. Mia madre annaspò, incapace di parlare, i capelli sudati che le si attaccavano alle guance mentre cercava di riprendere fiato. Lui prese il telefono dal pavimento e digitò qualcosa—sentii il ping della risposta quasi immediato. "Sabato alle tre," lesse ad alta voce, poi aggiunse con un ghigno: "Marco è felicissimo. Dice che ha già comprato il lubrificante alla menta che ti piace tanto." Mia madre chiuse gli occhi, ma non poté nascondere il fremito che le attraversò il corpo alla notizia.

"Non vedi l'ora di farti scopare da lui, di' la verità," insistette mio padre, afferrandole il mento tra pollice e indice per costringerla a guardarlo. "Ammettilo." La luce del televisore gli illuminava metà volto, accentuando l'ombra dura della mascella e gli occhi che brillavano di una fiamma che non avevo mai visto prima—era gelosia? Eccitazione? Forse entrambe. Mia madre aprì la bocca, esitò, poi cedette con un sospiro tremulo: "Sì. Lo voglio. Voglio che mi sfondi il culo come l'ultima volta." Le parole le uscirono a fatica, ma una volta pronunciate, sembrò quasi sollevata, come se un peso le fosse stato tolto dal petto.

Mio padre le lasciò andare il mento e le diede uno schiaffo leggero sulla guancia—non abbastanza per farle male, solo per farle sentire la sua presenza. "Brava troietta," borbottò, mentre le passava una mano tra i capelli in un gesto quasi affettuoso, contrastante con la crudeltà delle parole. "Sabato ti voglio vedere con il culo aperto." Mia madre rabbrividì, ma non fu un brividio di paura—lo riconobbi subito. Era lo stesso brivido che avevo provato io stringendo le cosce dietro la porta, mentre li osservavo.

Dovevo tornare in camera mia. Le mutandine mi stavano attaccate alla pelle, umide e scomode, e sentivo un bisogno fisico di toccarmi, di scoprire cosa avrei provato a sfiorarmi là sotto come faceva mia madre. Ma se mi fossi mossa avrebbero potuto sentirmi, e non volevo perdermi altre parole, altri dettagli su questo Marco che sembrava essere una presenza abituale nel loro letto. Mio padre si alzò dal divano, il cazzo ancora semieretto che oscillava davanti a me mentre si dirigeva verso la cucina per prendere un bicchiere d'acqua. Riuscii a scivolare via appena in tempo, nascondendomi dietro il mobile dell'ingresso mentre lui passava, il cuore che mi batteva così forte da farmi sentire le tempie pulsare.

Una volta in camera, mi lasciai cadere sul letto senza accendere la luce. Il buio mi dava un senso di protezione, ma non bastava a calmare il turbine di immagini che mi danzavano davanti agli occhi: la schiena di mia madre inarcata, le dita di mio padre che le aprivano il culo, il rumore della carne che schioccava. Mi passai una mano tra le cosce senza pensarci, e il semplice sfioramento del tessuto bagnato mi fece venire un brivido. Dovevo sapere, dovevo provare. Strappai giù le mutandine con lo stesso gesto secco che avevo visto fare a mio padre, e questa volta non mi fermai.

Le dita tremanti scivolarono tra le pieghe ancora sconosciute del mio corpo, seguendo un istinto primitivo che non sapevo di avere. Ero diversa da lei—più stretta, più vergine—ma il liquido che mi ricopriva le dita era uguale, viscoso e caldo. Quando sfiorai quel puntino nascosto tra le pieghe, un lampo di piacere mi attraversò come una scossa elettrica.

"Che—" il sussurro mi morì in gola mentre ripetevo il movimento, più decisa, scoprendo che premendo in quel punto preciso il brivido si propagava fino alla punta dei piedi. Il letto scricchiolò leggermente sotto il mio peso mentre mi inarcavo, le dita che acceleravano da sole, seguendo il ritmo dei gemiti soffocati che ora uscivano dalla mia bocca. Non assomigliavo a mia madre—ero più goffa, più silenziosa—ma il piacere era lo stesso, quel fuoco che saliva dall'inguine alla pancia in onde sempre più intense.

Improvvisamente, chiusi gli occhi. E mi vidi sdraiata sul tappeto al posto di mia madre, le gambe divaricate, il cazzo di mio padre che mi sfiorava l'inguine prima di premere contro l'ingresso ancora stretto. "Respira," mi diceva con quella voce roca che avevo sentito nel salotto, mentre le sue mani mi tenevano i fianchi con la stessa forza con cui aveva afferrato lei. Nella mia testa, io obbedivo, lasciando che la punta mi penetrasse lentamente, sentendo la carne cedere millimetro dopo millimetro sotto la pressione costante. Era più grosso di quanto avessi immaginato—più caldo, più vivo—e quando finalmente mi riempì completamente, un gemito mi sfuggì dalle labbra mentre le dita nella realtà affondavano più in profondità nel mio corpo.

Nella fantasia, mio padre non era gentile. Mi prendeva come aveva fatto con mia madre—duramente, senza riguardi—spingendomi faccia contro la moquette mentre il suo cazzo mi lacerava dentro in un modo che trasformava il dolore in piacere puro. "Sei stretta come una verginella," ringhiava nella mia immaginazione, afferrandomi i capelli per costringermi ad inarcare la schiena ancora di più. Il calore che si diffondeva dal mio ventre era quasi insopportabile, e quando iniziai a muovermi contro le mie dita nella realtà, era come se stessi davvero cavalcandolo, sentendo ogni centimetro di lui scivolare dentro e fuori dal mio corpo immaginario.

Poi accadde. Un lampo bianco mi esplose dietro le palpebre chiuse, seguito da un'ondata di piacere così intensa che mi fece contorcere sul letto, le dita che continuavano a sfregare quel punto magico anche mentre il mio corpo era scosso da spasmi incontrollabili. Fu la prima volta—il mio primo vero orgasmo—e per un attimo persino la fantasia svanì, sostituita dalla pura sensazione fisica che mi invadeva ogni cellula. Gemetti, affondando il viso nel cuscino per soffocare il suono, ma era troppo tardi: il mio corpo aveva imparato qualcosa che non avrebbe più dimenticato.

Nei giorni seguenti, ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo la scena del salotto: le dita di mio padre che aprivano il culo di mia madre, la punta del suo cazzo che scompariva dentro di lei con un movimento fluido. A scuola, durante le lezioni, mi ritrovavo ad allargare leggermente le gambe sotto il banco, sfiorandomi distrattamente l'inguine attraverso l'uniforme mentre ripetevo mentalmente quelle parole—*"Lo voglio nel culo"*—come un mantra proibito. La mia mente non conosceva più riposo: volevo sentire quella sensazione, quella pressione che sfiorava il dolore ma trasformandolo in qualcosa di elettrizzante. Volevo sapere com'era prendere un vero cazzo lì dentro—non le mie dita impacciate, non un giocattolo rubato dal cassetto di mia madre, ma carne viva che mi riempiva fino a farmi urlare.

Fu così che, un martedì pomeriggio piovoso, mi ritrovai sotto la pensilina del bus mentre stava iniziando a piovere. Una macchina si fermò e l'uomo all'interno mi fece cenno di salire "Elisa, giusto?" chiese mentre mi avvicinavo "Sono Marco un amico dei tuoi genitori, ti ho riconosciuta da una foto che ho visto a casa vostra. Sta iniziando a piovere vieni ti do un passaggio. " Avevo annuito senza pensarci, le gambe mi tremavano mentre salivo in macchina, non per paura ma per l'eccitazione improvvisa che mi aveva fatto bagnare le mutandine ancor prima di sedermi.

Marco era diverso da come me lo aspettavo - più giovane di mio padre, con le mani grandi che stringevano il volante e una barba di tre giorni che gli incorniciava la mascella forte. Quando aveva cambiato marcia, la manica della camicia si era alzata rivelando un tatuaggio che gli avvolgeva l'avambraccio. "Che freddo oggi eh?" aveva detto mentre regolava il riscaldamento, la voce profonda che vibrava nell'abitacolo. Io avevo annuito, le ginocchia strette tra le mani mentre osservavo di sfuggita la sua coscia muscolosa che si tendeva sotto i jeans ad ogni frenata.

Aveva chiacchierato del traffico, del lavoro, di quanto fossi cresciuta rispetto all'ultima volta che mi aveva vista. Ma io non ascoltavo davvero - contavo i secondi tra un semaforo e l'altro, il polso che mi pulsava all'altezza della cintura dove sapevo che era nascosto. Quando aveva piegato per una strada secondaria ("scorciatoia" aveva detto) avevo lasciato cadere la borsa tra i nostri sedili fingendo un incidente. "Lascia, prendo io" aveva detto chinandosi, e nel fare così la sua spalla aveva premuto contro la mia coscia. Il profumo di cuoio e tabacco che emanava mi aveva fatto contrarre lo stomaco.

"Perché non passi dalla pineta?" dissi all'improvviso mentre incrociavamo il bivio. La voce mi uscì più acuta del previsto. "Voglio vedere il mare agitato." La scusa era patetica - il cielo era grigio ma il vento era quasi nullo - ma Marco rallentò ugualmente, gli occhi che mi scrutavano nello specchietto con un'espressione che non seppi decifrare. "Hai ragione, è più panoramico" rispose dopo un attimo di silenzio carico, cambiando marcia con quel movimento fluido del polso che mi fece immaginare come sarebbe stato quel polso contro la mia pelle.

La strada si fete più stretta, alberi alti che si chiudevano sopra di noi come in un tunnel naturale. Quando parcheggiò nel piazzale deserto, il motore spento lasciò un silenzio che amplificò il rumore del mio respiro affannoso. "Quanti anni hai?" mi chiese improvvisamente, girandosi sul sedile con uno scricchiolo di cuoio. Le sue dita tamburellavano sul volante, le nocche pelose che luccicavano umide di sudore. "Ormai sei una signorinella."

"Ne devo fare 14 il prossimo mese," risposi stringendo la borsa contro il petto, sentendo il tessuto bagnarsi sotto le mie ascelle. La bugia mi bruciò in gola - mancavano ancora tre mesi al mio compleanno. Marco annuì lentamente, gli occhi che scendevano lungo il mio corpo fermandosi sul punto dove le mie ginocchia si serravano troppo strette. "Quasi una donna allora," sussurrò, e il modo in cui la sua lingua bagnò il labbro inferiore mi fece capire che sapeva. Sapeva perché ero lì.

"Ce l'hai il fidanzatino?" mi chiese poi, cambiando tono con una naturalezza che mi destabilizzò. Le sue dita si erano fermate sul volante, ora immobili come artigli pronti a ghermire. Scossi la testa senza parlare, sentendo la punta delle orecchie ardere mentre la sua domanda scivolava nella mia mente come una lama tra le costole. Perché voleva saperlo? Immaginai già le sue mani che mi controllavano, che verificavano se ero ancora stretta lì dove contava.

"Ne avevo uno," confessai infine, le parole che mi uscivano a scatti mentre osservavo le vene delle sue braccia pulsare sotto la pelle abbronzata. "Ma l'ho lasciato." La macchina sembrò rimpicciolirsi intorno a noi, l'aria diventare più densa, più calda. Marco sollevò un sopracciglio, le labbra che si incurvarono in un mezzo sorriso mentre aspettava il resto. "Mi aveva chiesto di fare... delle cose," aggiunsi, stringendo le cosce sotto la gonna dell'uniforme che improvvisamente sembrava troppo corta, troppo trasparente.

"Che tipo di cose?" chiese lui, la voce più bassa ora, più intima, mentre si spostava sul sedile per voltarsi completamente verso di me. Il suo ginocchio sfiorò il mio, e quel semplice contatto mi fece rabbrividire come se fosse stata una scossa elettrica. La sua mano destra era appoggiata ora sul cambio, le dita lunghe che tamburellavano sulla leva in attesa. "Puoi dirmelo," aggiunse con quel tono che non era una richiesta ma un ordine, lo stesso che avevo sentito nella voce di mio padre quella notte.

"Mi aveva chiesto di... toccarlo,"

"E tu che hai fatto?" Marco si sporse leggermente, il respiro caldo che mi sfiorava la guancia mentre aspettava la mia risposta. Sentii il battito accelerare fino a farmi pulsare le tempie, le parole che mi si incastravano in gola mentre le sue mani - quelle stesse mani che avevo immaginato così tante volte - si posarono sulle mie ginocchia tremanti. "Gli ho... preso il cazzo con le mani," sussurrai, abbassando lo sguardo sulle sue dita che ora premevano delicatamente contro la mia pelle attraverso il tessuto dell'uniforme. "Ma lui voleva che glielo succhiassi."

Marco emise un suono basso, quasi un ringhio, mentre scostava leggermente le mie ginocchia per far spazio alla sua gamba che si insinuava tra le mie. "E tu non hai voluto, vero?" chiese, la voce roca mentre un dito scivolava sotto l'orlo della mia gonna, sfiorando la coscia nuda. Scossi la testa, incapace di parlare, sentendo il calore diffondersi come liquido fuoco tra le gambe. "No," mentii, sapendo che avrebbe capito dalla mia voce tremula che era esattamente ciò che avevo desiderato fare. Che era esattamente il motivo per cui ero lì, in quella macchina, con lui.

"Non ti piacerebbe farlo?" sussurrò, avvicinandosi fino a che il suo respiro si confuse con il mio. Le sue labbra sfiorarono il mio orecchio mentre la mano destra premeva più decisa, le dita che ora seguivano il contorno delle mie mutandine bagnate attraverso il tessuto. "Dimmi la verità." Il suo accento si era fatto più marcato, ogni sillaba che cadeva pesante come una goccia di piombo fuso sulla mia pelle. Sentii la punta della sua lingua bagnare il lobo del mio orecchio prima che i denti vi affondassero leggeri, e un brivido mi percorse la schiena mentre le mie dita si stringevano attorno al bordo del sedile.

Mi prese la mano e se la posò sul cazzo senza preavviso, il calore che traspariva attraverso i jeans mi bruciò il palmo. Era già duro, la forma nitida anche attraverso lo spesso tessuto, e quando scostai istintivamente la mano, Marco rise basso, afferrandomi il polso con una presa ferma. "Guarda che non morde," disse, guidando di nuovo la mia mano su quel rigonfiamento che pulsava sotto le mie dita. "A meno che non gli chiedi gentilmente." La sua battuta mi fece arrossire, ma questa volta non ritrassi la mano, lasciando invece le dita esplorare la lunghezza attraverso il tessuto, seguendo le vene che sentivo pulsare sotto la stoffa.

"Toglilo fuori," sussurrò improvvisamente, abbassando la cerniera dei jeans con un gesto rapido mentre mi fissava con occhi che sembravano più scuri nel crepuscolo della macchina. "E prendilo in bocca. Ti insegnerò come fare." Le parole mi colpirono come una frustata, ma il brivido che mi percorse la schiena non era di paura. La cerniera aperta rivelò il boxer nero sotto, la stoffa già macchiata di umido dove la punta del suo cazzo premeva contro il tessuto. Con mani tremanti, infilai i pollici sotto l'elastico, sentendolo scattare contro la pelle mentre lo tiravo giù insieme ai jeans. E lì, finalmente libero, il suo cazzo si eresse davanti a me, più grosso di quanto avessi immaginato, la punta lucida di precum che scintillava alla luce fioca del cruscotto.

Mi misi in ginocchio sul sedile, il cuore che martellava così forte da sentirlo nelle orecchie. La prima cosa che notai fu l'odore—muschio, sale, testosterone—che mi avvolse quando mi chinai verso di lui. La seconda fu il sapore quando le mie labbra sfiorarono la punta, salato e acre, che mi fece contrarre lo stomaco mentre la lingua usciva timidamente a leccare quella goccia trasparente. "Più dentro," ringhiò Marco, afferrandomi i capelli senza violenza ma con una fermezza che non ammetteva esitazioni. "Apri bene." Obbligai la bocca ad allargarsi, sentendo la punta scivolare oltre le labbra mentre le mie mani si aggrappavano alle sue cosce per equilibrio. Era più caldo di quanto mi aspettassi, la pelle morbidissima che copriva un'implacabile durezza, e quando la testa toccò il palato, un riflesso di vomito mi fece irrigidire.

"Respira dal naso," mi corresse lui, la voce più gentile mentre allentava la presa sui miei capelli per accarezzarmi la nuca. Provai, inspirando a fondo mentre la saliva iniziava ad accumularsi, rendendo più facile scivolare su e giù con movimenti ancora incerti. La mia mano destra strinse la base come mi aveva indicato, le dita che non riuscivano a fare il giro completo, e iniziai a pompare in sincronia con la bocca, seguendo il ritmo che lui stesso mi dettava con lievi spinte dei fianchi. Il sapore si fece più intenso, mescolato al rossetto che si sfaldava, e quando alzai gli occhi verso di lui, vidi il suo volto contratto in un'espressione che non sapevo decifrare—dolore? Piacere? Forse entrambi—mentre i suoi muscoli addominali si tendevano sotto la maglietta sollevata.

Con la mano sinistra mi alzò la gonna dietro, il tessuto che si arricciava sulla schiena mentre infilava le dita nelle mutandine già bagnate. Il semplice contatto con il pizzo umido mi fece gemere intorno al suo cazzo, e Marco rispose con un ringhio soffocato, le dita che si stringevano di nuovo nei miei capelli. "Stai facendo un buon lavoro, piccola," sussurrò, la voce roca mentre seguivo le sue istruzioni, alternando lingue e succhiate come se la mia vita dipendesse dal farlo bene. Il suo dito medio scivolò tra le pieghe bagnate, trovando quel punto sensibile che sembrava pulsare all'unisono con i movimenti della mia bocca, e quando premette con decisione, un'ondata di piacere così intensa mi fece inarcare la schiena, costringendolo a penetrarmi più in profondità nella gola.

"Così," grugnì Marco mentre mi osservava soffocare, i suoi fianchi che iniziarono a muoversi con ritmo più deciso, guidandomi su e giù lungo tutta la sua lunghezza. La mia saliva colava lungo la base, mescolata al precum che sembrava non smettere di uscire, e ogni volta che la punta sfiorava il palato, sentivo un nuovo brivido attraversarmi la schiena. Le sue dita erano implacabili tra le mie gambe, alternando cerchi lenti a pressioni improvvise che mi facevano contorcere sul sedile, e quando un secondo dito si unì al primo, allargandomi con una scivolata che mi fece urlare contro il suo cazzo, Marco rise basso, il suono vibrante che mi attraversò il corpo come una corrente elettrica.

"Ora ti sto per sborrare in bocca," annunciò senza preamboli, la voce che si era fatta più aspra, quasi gutturale. Le sue mani mi immobilizzarono la testa, impedendomi anche solo di ritrarmi mentre la pressione alla base del suo cazzo aumentava sotto le mie dita. "Vedi di non farne cadere neanche una goccia—devi ingoiare tutto, capito?" Non era una richiesta, e io annuii con quello che potevo del mio collo bloccato, le labbra che già formavano un sigillo ermetico intorno a lui mentre i primi spasmi lo attraversavano. Fu più caldo di quanto immaginassi, il primo getto che mi colpì direttamente la gola con una forza che mi fece lacrimare gli occhi. Il sapore era acre, denso, e inghiottii freneticamente mentre la seconda ondata mi riempiva la bocca, sentendo il liquido scivolare giù prima ancora che potessi elaborare il disgusto che si mescolava all'eccitazione.

Lentamente, quando l'ultima goccia fu succhiata via dalla punta ancora palpitante, mi alzai con movimenti esitanti, la schiena indolenzita dalla posizione e le ginocchia che tremavano mentre mi rimettevo a sedere. Il sedile di pelle scricchiolò sotto il mio peso, e per un momento nessuno dei due parlò—io con le labbra ancora formicolanti, lui che si riassestava i pantaloni con movimenti lenti, il respiro che si normalizzava gradualmente. La macchina odorava di sesso e menta, il mio rossetto era sbavato fino alle guance, e quando osai guardarlo, Marco aveva un'espressione che non seppi decifrare—qualcosa tra l'orgoglio e la predazione. "Per una prima volta, non è stato male," commentò alla fine, accendendo il motore mentre io cercavo di ricompormi la gonna con mani tremanti. "Ma la prossima volta imparerai a respirare meglio."

Il silenzio che seguì fu più pesante del piombo, rotto solo dal rumore del motore che riprendeva vita e dal ticchettio della pioggia che era ricominciata sui vetri. Io fissavo le mie scarpe, sentendo ancora il sapore di lui in gola, mescolato all'amaro del rossetto e all'umido della mia eccitazione. Quando la sua mano si posò sulla mia coscia, questa volta senza premere, senza cercare nulla, il mio primo istinto fu di ritrarmi—ma non lo feci. "Ti è piaciuto?" mi chiese con quella voce che sapeva essere morbida e tagliente allo stesso tempo, le dita che disegnavano cerchi lenti sulla stoffa bagnata della mia uniforme. La domanda mi bruciò le orecchie—come rispondere? Dire di sì sarebbe stato ammettere troppo, dire di no sarebbe stata una bugia troppo grande.

"Si, mi è piaciuto," sussurrai infine, le parole che mi uscivano a scatti mentre osservavo la sua mascella contrarsi sotto la barba rada. Lui annuì, come se quella risposta fosse esattamente ciò che si aspettava, e abbassò di nuovo la cerniera dei jeans con un gesto che ormai conoscevo bene. "La prossima volta che ci vediamo ti insegnerò altre cose," disse mentre la sua mano destra si allungava verso di me, il palmo caldo che mi sfiorava la guancia prima di scivolare giù verso il collo. "Vuoi?" La sua domanda era un gancio nella carne viva, e io annuii senza nemmeno pensare, sentendo già il fuoco riaccendersi tra le cosce.

"Dimmi cosa vuoi," insistette lui mentre il pollice mi premeva controil mento costringendomi a sollevare lo sguardo verso i suoi occhi che brillavano nel semibuio. Respirai a fondo, sentendo le parole formarsi in gola prima ancora che potessi censurarle. "Voglio che... che mi fai quello che fai a mia madre," dissi, la voce così bassa da essere quasi inudibile sopra il ticchettio della pioggia sul tettuccio. E tu che ne sai di quello che faccio a tua madre?

"Ho sentito mamma e papa che ne parlavano l'altra sera. Li ho spiati mentre scopavano sul divano e tu le hai mandato un sms. Mamma lo ha letto a mio padre ad alta voce e dicevi che non vedevi l'ora di romperle il culo un'altra volta."

"Piccola troietta, allora vuoi che rompa il culo anche a te?"

"Si voglio che mi rompi il culo"

Marco estrasse dal portaoggetti un tubetto di lubrificante che scintillò sotto la luce fioca del cruscotto. "Girati," ordinò con quella voce che non ammetteva repliche mentre schioccava il tappo con il pollice. Obbligai il corpo a obbedire, le ginocchia che scricchiolavano sul sedile di pelle mentre mi posizionavo a quattro zampe rivolgendogli il culo. Sentii il freddo del gelo sulle natiche prima delle sue dita che mi allargavano con decisione, esponendomi completamente. "Respira," mi intimò un attimo prima che la punta del suo cazzo premesse contro l'ingresso stretto, e io afferrai il poggiatesta con tale forza che le nocche sbiancarono. Il dolore fu acuto, tagliente, ma quando iniziai a contortermi, la sua mano si abbatté forte su una natica. "Stai ferma," ringhiò afferrandomi i fianchi con tale forza che avrei avuto lividi il giorno dopo. Lentamente, implacabilmente, sentii la sua circonferenza aprirmi, il bruciore che si mescolava a un piacere perverso mentre le lacrime mi rigavano il viso schiacciato contro il sedile. "Ecco la mia brava bambina," sussurrò quando finalmente fu tutto dentro, le labbra che mi baciavano la schiena sudata mentre iniziava a muoversi con lunghi colpi profondi che mi facevano vedere stelle.

"Non mi importa se mi farai male," ansimai tra i denti stretti, le parole che mi uscivano frammentate dai suoi colpi che sembravano raggiungermi lo stomaco. Ogni spinta mi scivolava lungo la schiena come olio bollente, il dolore che si trasformava in qualcosa di elettrico, di necessario. Marco rise contro la mia nuca, i denti che mi affondarono nella carne mentre accelerava il ritmo, le mani che mi sollevavano i fianchi per penetrarmi più a fondo. "Lo so che non ti importa," grugnì contro la mia pelle, la voce roca dalla fatica. "Perché altrimenti non saresti qui." La sua mano destra si infilò sotto il mio corpo, trovando il clitoride gonfio e premendoci contro con abile precisione, e fu quel tocco simultaneo di dolore e piacere che mi fece esplodere in un orgasmo che mi lasciò senza fiato, la voce strozzata in un urlo che Marco coprì con un bacio vorace mentre mi riempiva a sua volta, il liquido caldo che sembrava non finire mai.

"Stringi le cosce altrimenti esce tutta fuori e mi sporchi tutta la macchina," ordinò tirandomi su per i capelli mentre il suo cazzo si ritraeva da me con uno schiocco umido. Obbligai le gambe tremanti a chiudersi, sentendo il suo seme scivolare lungo le cosce e bagnare le mutandine già distrutte che ancora mi coprivano a metà. L'odore acre si mescolò a quello del sudore e del cuoio, mentre io cercavo di regolare il respiro appoggiando la fronte al vetro appannato del finestrino. Marco si sistemò i pantaloni con movimenti metodici, poi mi passò un fazzolettino spiegazzato che puzzava di tabacco. "Pulisciti," disse semplicemente, accendendo una sigaretta e abbassando di un centimetro il finestrino per far uscire il fumo.

"Sai che non devi dire niente ai tuoi, vero?" aggiunse dopo un lungo silenzio, girandosi verso di me con gli occhi stretti dal fumo. La sua mano mi afferrò il mento con forza, obbligandomi a guardarlo mentre il pollice mi sfregava via il rossetto sbavato dall'angolo della bocca. "Sarà il nostro segreto." Annii, sentendo il nodo in gola che mi impediva di parlare, mentre il suo sguardo mi perforava come un trapano. "Se tua madre lo viene a sapere, sai cosa ti succede?" La domanda era una minaccia vestita di velluto, e io scossi la testa, le labbra che tremavano mentre cercavo di trattenere le lacrime che bruciavano agli occhi. "Ti prendo a schiaffi finché non ti sanguina la faccia," sussurrò avvicinandosi fino a sfiorarmi le labbra con le sue, "e poi ti scopo di nuovo così forte che non ti siedi per una settimana. Capito?"

Non risposi, ma dovevo aver fatto qualche gesto con la testa perché Marco sorrise, soddisfatto, prima di darmi un ultimo schiaffo leggero sulla guancia. "Brava ragazza." Si sistemò di nuovo al volante, avviando il motore con un rombo che sembrava troppo forte per lo spazio ristretto dell'auto. Io mi raggomitolai sul sedile, stringendo le cosce per trattenere il suo seme che ancora mi colava tra le gambe, mentre la pioggia batteva sempre più forte sul parabrezza. "Ti porto a casa," disse dopo un momento, cambiando marcia con un movimento brusco. "Ma prima..." La sua mano si posò sulla mia nuca, obbligandomi a chinarmi verso di lui mentre parcheggiava in un vicolo buio a due isolati dalla mia abitazione. "Fammi un altro pompino, così la prossima volta che vedo tua madre le lecco la figa pensando alla tua bocca." Non era una richiesta.

Lo feci senza esitare, le labbra che si serrarono intorno a lui ancora molle mentre le mie mani lavoravano con movimenti esperti che avevo imparato in quei pochi minuti di pratica. Lo succhiai con ardore, alternando lingue e succhiate come se la mia vita dipendesse dal farlo bene, e questa volta lo feci sborrare molto rapidamente—troppo rapidamente, forse, perché Marco mi strappò via dalla sua erezione appena iniziata con un ringhio soffocato. "Troia," sibilò tra i denti mentre il suo liquido mi colava dalla bocca, "volevi farla finita in fretta, eh?" Scossi la testa, ma lui mi afferrò i capelli con una presa che quasi mi strappò ciocche intere. "La prossima volta," promise con voce roca mentre mi puliva il mento bagnato con la propria camicia, "ti terrò in bocca finché non mi ricresce e ti sfonderò quel culo da verginella di nuovo." Le sue parole mi fecero rabbrividire, ma non di paura—il calore tra le mie cosce era più intenso che mai.

La seconda sborrata fu più abbondante della prima, e questa volta Marco non mi permise di sputare neanche una goccia. "Ingoia tutto," ordinò mentre la punta del suo cazzo ancora pulsante mi premeva contro le labbra serrate. "Voglio sentirti deglutire." Obbligai la gola a contrarsi, inghiottendo il sapore acre che ormai conoscevo bene, mentre lui osservava ogni mio movimento con occhi che brillavano di una luce perversa nel buio della macchina. "Brava puttana," commentò quando ebbi finito, accarezzandomi la guancia con un gesto quasi tenero che contrastava con la crudeltà delle sue parole. "Ora puliscimi il cazzo con la lingua." Chinata sul suo grembo, obbedii mentre la pioggia batteva sempre più forte sul tettuccio, le mie labbra che seguivano ogni piega della sua pelle ancora sensibile mentre ripulivo ogni traccia del nostro incontro.