Puttana per debiti

Anna Bolerani
2 hours ago

"Lo faccio io." Gloria rovesciò il caffè nel lavandino con un gesto secco. La tazza sbattè contro il metallo, ma non si ruppe. Era resistente, come lei.

Maurizio alzò lo sguardo dai documenti sparsi sul tavolo della cucina, le sopracciglia contratte in una smorfia che gli scolpiva due solchi profondi tra gli occhi. "Fai cosa?" Le sue dita si strinsero attorno al bordo del tavolo. L'odore di caffè e sudore stagnava nell'aria.

Gloria non rispose subito. Si asciugò le mani sul grembiule, osservando le crepe nella maiolica dietro il rubinetto. Quelle fessure sembravano allargarsi ogni giorno di più, proprio come i debiti al Banco di Sant'Angelo. "Ho incontrato Farina oggi al mercato," disse infine, la voce più ferma di quanto si sentisse. "Mi ha ha fatto..... una proposta."

Maurizio sbatté le palpebre come se avesse ricevuto uno schiaffo. "Giovanni Farina? Quell'usuraio di merda." La frase gli morì in gola quando vide il modo in cui la moglie stava stringendo il bordo del lavello, le nocche bianche come l'osso. Il rumore di un motorino che passava in strada riempì il silenzio soffocante.

"Vuole i soldi dice che il tempo e finito, chiederà il pignoramento della casa," sussurrò Gloria. "Dice che..." Una pausa, mentre un filo di sudore le scendeva lungo la tempia. "Che può cancellare il debito dei materiali da costruzione e non solo. Tutto. A patto che io..." Si morse il labbro inferiore, lasciando la frase a penzoloni come i fili staccati della luce in cantina.

Maurizio scattò in piedi, la sedia che stridette sul pavimento. "Che cazzo vuol dire 'a patto che tu'?" La sua voce era cresciuta di volume, ma Gloria notò il tremito sotto l'ira. Sapeva che aveva già capito. Le mani di Maurizio si aprivano e chiudevano, impotenti, mentre nella sua testa si dipanavano immagini improponibili.

"Vuole che vada da lui, che sia carina con lui" disse Gloria, fissando la macchia di caffè sul lavello che sembrava il profilo dell'isola d'Elba. "Tre volte. Una per ogni mese di debito." Le parole le uscivano come sassi, lacerandole la gola. "Ha detto che ha una camera sopra l'officina. Discreta." Un rumore di piatti proveniente dall'appartamento di sopra coprì per un attimo il respiro affannoso di Maurizio.

Se lo faccio poi saremo finalmente liberi da questa ossessione del debito e nessuno ci potrà togliere la casa, disse Gloria mentre osservava il modo in cui la luce del neon accentuava le vene violacee sulle mani di suo marito. La casa. Quel piccolo appartamento al terzo piano che odorava di naftalina e basilico, dove avevano appeso le foto del matrimonio sopra il divano sformato. Dove Maurizio le aveva detto "per sempre" vent'anni fa,. Dove sarebbero morti, se non fosse stato per quel maledetto prestito e per le rate del cemento mai pagate.

Maurizio girò verso la finestra, il collo teso come una corda di chitarra. Fuori, un gatto nero scavava tra i rifiuti vicino al cassonetto. "Ti ha toccato?" chiese all'improvviso, la voce così bassa che Gloria dovette avvicinarsi per sentire. "Oggi. Quando ti ha fatto la proposta." Le dita di lui affondarono nei capelli corti, grigi alla radice come se la disperazione li avesse decolorati.

Gloria scosse la testa, ma poi si fermò. Ricordò la mano di Farina che le aveva sistemato una ciocca dietro l'orecchio, le dita unte di grasso di motore scivolatesi fino alla nuca. "No, ma ha detto che se accetto pagherà lui anche il debito che abbiamo con la banca."

Maurizio la scrutò come se potesse leggere le bugie nelle pieghe della sua camicetta stinta. "E la banca?" chiese, la voce rotta. "Come fa Farina a saldare anche quel debito?" Gloria chiuse gli occhi. Rivide il sorriso di Farina, i denti gialli che emergevano tra le labbra umide mentre le spiegava l'accordo. "Ha un cugino che lavora in filiale," sussurrò. "Se io... se accetto, loro archiveranno la pratica. Cancellato tutto, come se non fosse mai esistito." Il suono di un bicchiere che si rompeva nella cucina dei vicini fece sobbalzare entrambi.

"Dove?" domandò Maurizio all'improvviso, le vene del collo tese come corde di violino. Gloria sentì la saliva diventare densa in gola. "Dove dovrebbe incontrarti?" La luce del neon tremolava, proiettando ombre che danzavano sulle pareti scrostate . Gloria osservò la macchia di umidità a forma di Italia che da anni cresceva sul soffitto sopra il tavolo. "Ha detto che ha una stanza tranquilla sopra l'officina, nessuno mi vedrebbe. Nessuno lo verrebbe a sapere. Lui à sposato, non avrebbe interesse a dirlo in giro visto che la moglie à gelosa ed e la proprietaria di tutto." disse finalmente. "Dopo la chiusura entrerei dall''ingresso laterale che dà sul vicolo." Il pensiero di quelle mani callose avrebbero toccato il suo corpo le fece venire la nausea, ma distolse subito quella visione, Voleva convincere Maurizio che era l'unica via d'uscita.

Maurizio girò verso la credenza dove tenevano le medicine. Aprì il cassetto e prese la scatola degli ansiolitici che il medico gli aveva prescritto dopo il secondo infarto. Senza aprirla la strinse tra le dita fino a sentirla deformarsi. "E se fosse una trappola? Se poi non cancella il debito?" chiese senza voltarsi. Gloria si avvicinò, sentendo l'odore acre della sua camicia che non veniva lavata da giorni. "Ha detto che dopo ogni volta mi darà una ricevuta firmata" rispose, sfiorandogli la schiena senza osare toccarlo davvero. "E che dopo la terza... sarà finito tutto."

Nella testa di Maurizio rimbombavano le parole "la terza volta". Ma erano i dettagli che lo spezzavano: "E questo cugino?" La voce gli si incrinò. "Sarà lì con i documenti, dici. Ma cosa vuole in cambio? Vorrà...?" Non riuscì a finire la frase. Gloria abbassò lo sguardo verso il pavimento dove una formica trascinava una briciola di pane. "Non lo so" ammise. "Ma se necessario... lo farò. E sarà finita." La formica sparì in una fessura proprio mentre un camion frenava rumorosamente in strada.

"Domani vuole una risposta," disse Gloria, spingendo un piatto nel lavandino con un tintinnio troppo forte. "Devi decidere tu. Se non vuoi, non lo faccio." Si girò verso di lui e per la prima volta quella sera i loro occhi si incontrarono davvero. Nei suoi, Maurizio vide un lago di paura e vergogna, ma anche una determinazione che gli ricordò la ragazza che aveva sposato vent'anni prima, quella che aveva affrontato suo padre per stare con lui. Adesso però le rughe attorno a quegli occhi parlavano di bollette non pagate e notti insonni.

"Sei sicura di sentirtela?" chiese Maurizio, la voce un graffio. Non chiese "vuoi farlo?" perché sapevano entrambi che non era una questione di volontà. Gloria si portò una mano al collo, dove una vena pulsava veloce. "Non ho scelta," sussurrò. "Ma se tu mi dici di no..." Si interruppe, perché sapeva che nessuno di loro poteva davvero dire di no. Non con i pignoramenti già notificati e la banca che minacciava di sequestrare anche la macchina, l'unica cosa che permetteva a Maurizio di lavorare.

"Lo so," disse lui, e per la prima volta le prese la mano, stringendola come fosse l'ultima volta. Le sue dita erano fredde, umide. Gloria chiuse gli occhi, immaginando già le mani di Farina su di lei, il fiato pesante di sigaro e grappa. Ma poi pensò alla luce del giorno dopo, quando si sarebbe svegliata nello stesso letto di sempre, accanto allo stesso uomo di sempre. "Sarà come se non fosse mai successo," promise a se stessa più che a lui. "Sarà una cosa che esiste solo in quella stanza, e quando uscirò, morirà lì."

Si avvicinò al marito e lo baciò. Le labbra di Maurizio erano secche, spaccate dall'ansia, ma si aprirono sotto le sue con un gemito soffocato. Gloria sentì il sapore del caffè amaro e qualcosa di metallico—forse si era morsicato la guancia. Lentamente scese con le mani sulla patta dei pantaloni e lo accarezzò attraverso la stoffa. Sentì che era già semiduro, una reazione del corpo che non aveva nulla a che fare con il desiderio.

Maurizio la strinse a sé con una forza che le fece male alle costole. Le sue mani erano ovunque—nei suoi capelli, sulla schiena, sulle cosce—come se cercasse di imprimere ogni centimetro di lei nella memoria. Quando Gloria sbottonò i suoi jeans e lo prese in mano, entrambi sapevano che la situazione poteva anche diventare eccitante. Il cazzo di maurzio era caldo, pulsante nella sua stretta, ma quando abbassò la testa per prenderselo in bocca, Maurizio la fermò con un brusco scuotimento del capo. "No," disse, la voce rotta. " non dopo quello che mi hai detto."

Gloria non lo stette a sentire e cominciò a leccare la cappella che si faceva sempre più grande e violacea sotto le sue attenzioni. Il sapore salato della pelle di Maurizio si mescolava alle lacrime che le rigavano il viso. Lo sentì irrigidirsi, non per piacere ma per disperazione, mentre le sue dita le affondavano nei capelli spingendola via e attirandola a sé in un conflitto muto.

"Ti prego," mormorò Maurizio mentre lei accelerava il ritmo, le guance scavate dal vuoto che creava. Ogni suono umido, ogni vibrazione della sua gola mentre inghiottiva, era un messaggio cifrato: questo è tuo, solo tuo, anche quando le mie labbra saranno costrette ad accogliere altro. Le dita di Gloria strisciarono lungo i fianchi del marito, imprimendogli i segni delle unghie, marchiandolo mentre la bocca lavorava con una furia che non aveva mai usato prima. Voleva che bruciasse, che ricordasse ogni contrazione, ogni gemito strappato dal suo corpo in questa notte che sapevano essere l'ultima prima dell'infamia.

"Fallo," gli ordinò, staccandosi solo quel tanto che bastava per parlare, il respiro che le agitava le narici come un animale braccato. "Voglio sentirlo tutto. Voglio berlo fino all'ultima goccia come se fosse l'ultima cosa tua che posso tenere dentro di me." La voce le si spezzò sull'ultima parola e fu allora che Maurizio le afferrò i capelli con entrambe le mani, non più trattenendosi, ma spingendola giù con un urlo soffocato che sembrava strappargli l'anima. Gloria chiuse gli occhi mentre il primo getto le colpiva il palato, caldo e acre, più denso del solito, impregnato di adrenalina e disperazione. Deglutì convulsamente, sentendo il sapore metallico del sangue dove si era morsicata la guancia, mescolato alla salinità del seme che continuava a scendere in ondate sempre più deboli finché non fu solo un tremito sulle sue labbra.

La prese per i fianchi e la sollevò bruscamente, facendola quasi cadere contro il tavolo della cucina dove ancora erano sparsi i documenti del pignoramento. Un calcolo dell'interesse si macchiò istantaneamente quando il suo peso vi si rovesciò sopra. Maurizio le strappò via le mutandine con un movimento secco, il cotone che si lacerò come carta velina. "Gloria," gemette contro l'interno delle sue cosce, la voce un rantolo. "Te lo faccio io, prima. Perché sappiamo entrambi che dopo non potrò più farlo senza pensare a lui." Le mani le aprirono le gambe con una decisione che la fece piangere, non di dolore, ma per l'orrore di capire che quel gesto sarebbe diventato un ricordo da custodire gelosamente nei giorni a venire.

La prima passata di lingua fu così brutale che Gloria sbatté il pugno sul tavolo, facendo tremare i piatti sporchi nel lavello. Non era carezza, era marchio. Maurizio le divorava il sesso come se volesse cancellare ogni traccia futura con il suo DNA, le labbra che succhiavano il clitoride con una pressione quasi dolorosa mentre le dita le allargavano le labbra più del necessario. Gloria annaspò, afferrandogli i capelli grigi che le ricordavano le radici delle piante sul balcone, quelle che nessuno annaffiava più da mesi. "Sì, sì così," singhiozzò mentre la lingua di lui si insinuava dentro di lei con movimenti a scatti, sporca di saliva e disperazione. L'odore del suo stesso desidero le riempì le narici, misto all'acre sudore di lui e al tanfo di caffè rancido.

Maurizio aumentò il ritmo, alternando leccate lunghe a succhiate brevi e rabbiose, come se volesse scolparla tutta prima che qualcun altro potesse farlo. Le labbra di Gloria si aprirono in un gemito muto quando la punta della lingua le sfiorò quel punto interno che solo lui conosceva, quello che la faceva tremare come un animale colpito al cuore. "Continua, non fermarti," implorò, sapendo che questa sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe potuto chiederlo senza mentire. Le mani di lui le serrarono i fianchi con tanta forza da lasciare lividi a forma di mezzaluna sulle sue cosce pallide, mentre la lingua continuava a scavare dentro di lei con una furia che non aveva mai usato prima. Gloria sentì il calore risalirle dall'utero alla gola come lava, i muscoli che si contraevano intorno al nulla mentre Maurizio le mordeva l'interno delle cosce, lasciando segni viola che sarebbero durati più del debito.

"Sto per venire," ansimò Gloria, le dita che si attorcigliavano nei suoi capelli sempre più scomposti. Ma era una resa, non un piacere. Lo capirono entrambi quando il suo orgasmo arrivò come un colpo di tosse—secco, involontario, pieno di un dolore che non aveva niente a che fare con il corpo. Maurizio non smise, continuando a leccare il sapore salato delle sue lacrime che ora si mescolavano al succo che gli colava sul mento. Gloria chiuse gli occhi, immaginando per un istante che quelle fossero le labbra di vent'anni prima, quando ancora credevano che l'amore bastasse a tenerli a galla.

Poi lo sentì salire sul tavolo, il peso che faceva cigolare il legno malconcio. Le sue gambe gli cinsero i fianchi automaticamente, un riflesso di vent'anni di intimità che ora sembrava una beffa. Maurizio entrò senza preamboli, un colpo secco che la fece urlare. Non era il solito ingresso lento, quello che le chiedeva "va bene?" prima di procedere. Stavolta era un'accusa incarnata, un "guarda cosa mi costringi a fare" che le lacerava il ventre più del suo cazzo. Gloria si aggrappò alle sue spalle, sentendo i muscoli tesi come corde d'arco sotto la camicia sudata. Ogni spinta era un colpo al cuore, ogni gemito un riconoscimento di quanto fosse già perduto.

"Continua," ripeté Gloria, ma stavolta la voce era un filo di suono, strozzato dal movimento brutale. "Non ti fermare, sto per venire." La bugia le bruciava in gola più dell'alcool rubato che si erano bevuti la sera del loro anniversario. Ma doveva dirlo, doveva far credere a entrambi che questo era ancora amore e non un esorcismo. Maurizio la prese per i fianchi e la sollevò, cambiando angolazione con un gemito animale. Il nuovo punto di penetrazione le fece vedere stelle bianche, ma erano stelle di dolore, non piacere. Le unghie di Gloria gli scavarono solchi nella schiena, attraverso la camicia bagnata, mentre lui le sussurrava "sei mia" tra un respiro e l'altro, come se ripetendolo abbastanza potesse cancellare l'ombra di Farina che già aleggiava sul loro letto.

E poi accadde. Gloria lo sentì prima nel modo in cui i suoi fianchi presero a tremare, poi nell'urto ancora più profondo dentro di lei. Maurizio stava venendo, ma non come al solito—era un'ondata lunga, convulsa, quasi violenta. "Dentro," ringhiò, afferrandole i capelli e costringendola a guardarlo mentre lo faceva. "Tutto dentro, così porterai anche questo con te quando..." Non finì la frase, ma Gloria capì. Era un atto di possesso disperato, un marchio biologico che nessun lavaggio avrebbe cancellato. Lo sentì pulsare dentro di sé, caldo e abbondante, mentre il tavolo scricchiolava sotto i loro corpi.

Quando fu finito, si abbatterono l'uno sull'altro come due sacchi di sabbia. Le labbra di Maurizio trovarono le sue in un bacio che sapeva di sale e disperazione. Si baciarono così a lungo che Gloria perse il senso del tempo—forse erano secondi, forse minuti. Ogni scambio di saliva era una promessa silenziosa: questo sono io, questo sei tu, tutto il resto è solo rumore.

"Promettimi che mi racconterai tutto quando torni domani," disse Maurizio, le parole che gli uscivano a fatica dalla gola stretta. "Ogni dettaglio." La sua mano le accarezzò il viso, ma le dita tremavano. Non era una richiesta da voyeur, Gloria lo capì. Era un esorcismo. Se avesse saputo ogni cosa, ogni gesto, ogni parola, forse avrebbe potuto toglierle quel peso dalle spalle. Forse avrebbero potuto condividerlo, come avevano fatto con tutto il resto per vent'anni.

Gloria annuì, sentendo il nodo in gola che diventava più stretto. "E se... se invece..." iniziò, poi si morse il labbro. La domanda le bruciava dentro. "Se ti dicessi che è stato anche piacevole?" La voce era un sussurro che quasi sperava non sentisse. Maurizio la fissò, gli occhi che diventavano più scuri, quasi neri nella penombra della cucina. Per un attimo Gloria temette di averlo ferito troppo, ma poi lui inspirò profondamente, come un uomo che si prepara a tuffarsi in acque gelide.

"Allora sarebbe stato perfetto," disse finalmente, le parole che gli uscivano a scatti. "Perché sarei certo che almeno non avresti sofferto." Le dita di Maurizio le strinsero il polso con una forza che avrebbe lasciato lividi, ma la sua voce era morbidissima, quasi ipnotica. "Io ti conosco. So quando fingi. E domani, quando tornerai..." Una pausa carica di elettricità. "Voglio che mi racconti tutto. Anche quello. Soprattutto quello.

Gloria lo guardò, sentendo un brivido correrle lungo la schiena. Era un'ammissione che non si aspettava, una complicità che le bruciava più delle lacrime. Maurizio le passò un pollice sulle labbra ancora umide di lui, poi scese oltre, fino al collo dove il cuore le batteva a martello. "Se lui ti farà godere," sussurrò, il fiato caldo contro la sua pelle, "allora sarà un po' come se fossi io a farlo." La frase si perse nel rumore del frigorifero che si accese improvvisamente, il suo ronzio simile a un respiro artificiale.

Maurizio le prese le mani e le guidò sul suo corpo, insegnandole una geografia che solo lui conosceva. "Qui," disse posandole le dita sul punto morbido dietro l'orecchio, "e qui," facendole seguire la curva di un seno. "Se ti toccherà così, sarà come se fossero le mie mani." Gloria chiuse gli occhi, lasciando che le parole di lui costruissero un ponte tra quella notte e la stanza sopra l'officina. Le sue dita tremavano mentre seguivano le indicazioni di Maurizio, tracciando percorsi che sarebbero diventati mappe per un'altra coppia di mani.

"Sarà come se fossi tu a scoparmi," sussurrò Gloria sentendosi tradire da una fitta di eccitazione che non aveva previsto. "E a farmi godere." La frase le bruciò sulla lingua, più calda delle parole d'amore che si erano scambiati al matrimonio. Maurizio annuì, gli occhi lucidi ma fermi. "Allora godi," le ordinò, la voce roca. "Perché se tu gioisci, io vinco." Le mani di lui le strinsero i fianchi. Gloria sentì una strana vertigine era disgusto o eccitazione? La linea era diventata troppo sottile per distinguerla.

Fuori, il rumore di un motorino che accelerava nel vicolo sembrò scandire il tempo che restava. Maurizio la baciò ancora, questa volta con una lentezza che li fece tremare entrambi. "Immagina che sono io," mormorò contro le sue labbra. "Quando ti toccherà qui—" le prese un capezzolo tra i denti, delicatamente "—ricordati del mio respiro." Gloria annuì, sentendo il corpo ribellarsi alla mente. Il suo seno si era indurito sotto quella bocca familiare, come se non sapesse distinguere più tra dolore e piacere.

"E se..." Gloria esitò, le dita che giocavano con un bottone della sua camicia. "Se invece di odiarlo, per un attimo lo scambierò per te?" La domanda le uscì più crudele di quanto volesse. Maurizio si irrigidì, poi sorrise. "Allora sarà perfetto," sussurrò. "Perché saprò che mentre ti prende, stai pensando a me." Le sue dita le dissero il resto, scivolando tra le sue cosce ancora umide di lui. Gloria si lasciò andare contro il suo petto, il rumore del loro respiro che si fondeva con il ticchettio della sveglia sul frigo.

Maurizio la prese di nuovo senza preavviso, girandola contro il muro dove il calendario segnava ancora la data del pignoramento. Le sue dita le aprirono le natiche con una brutalità nuova, il sesso che le colava ancora lungo le cosce mentre lui la penetrava da dietro. "Così," ringhiò contro la sua nuca sudata. "Così ti prenderà?" Gloria sentì il dolore trasformarsi in qualcos'altro, una resa perversa che la fece gemere più forte del previsto. La parete era fredda contro le sue guance infuocate, ma il corpo di Maurizio dietro di lei bruciava come un forno. Ogni spinta sembrava volerla perforare, marchiarla, lasciarle dentro abbastanza di sé da contaminare chiunque altro.

"E quando ti sfonderà qui—" un dito le sfiorò l'ano mentre il cazzo continuava a sbatterle dentro con un ritmo disperato "—ricordati che è il mio." Gloria annuì, la fronte che batteva contro l'intonaco scrostato. Sentiva il suo seme scendergli lungo le cosce, ancora caldo, mentre lui le preparava l'altro buco con dita impazienti. "Lo farai?" chiese, la voce di Maurizio che le vibrava nella schiena. "Lascerai che ti prenda anche lì?" Gloria non rispose. Invece si arcò di più, offrendogli quel che non aveva mai offerto a nessuno. Un gemito le sfuggì quando la punta del suo cazzo le sfiorò lo sfintere stretto, bagnato solo dal suo stesso succo.

"Sì," ansimò infine. "melo faro mettere nel culo, ma sarà come se fossi tu a farlo." Le parole le uscirono come una confessione sacrilega. "Sentirò te dentro, anche quando sarà lui a spingere." Maurizio le morsicò la spalla mentre la penetrava lentamente, un centimetro alla volta, fino a quando Gloria non urlò contro il muro. Il dolore era tagliente, ma lei lo abbracciò come una penitenza. Ogni gemito che le strappava era una preghiera: fammi sentire solo te, fammi dimenticare le sue mani. Le dita di Maurizio le serrarono i fianchi mentre la prendeva così, profondamente, come se volesse scolparla dalla futura intrusione. "Così," ripeté Gloria tra i denti stretti. "Così lo immaginerò domani." La voce le si spezzò quando lui accelerò, il movimento che diventava meno fluido, più animalesco.

"Sborrami dentro," ordinò Gloria. "Si lo faro " disse Maurizio, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa. "Voglio che porti anche questo con te." La voce gli si incrinò sull'ultima parola, ma la spinta diventò ancora più violenta, come se cercasse di riempirla fino all'orlo. Gloria sentì il calore diffondersi dentro di sé, una seconda colata dopo quella precedente, e per un istante delirante immaginò che fosse abbastanza da sostituire completamente l'altro uomo.

Si lasciarono cadere sul letto come due cadaveri, le lenzuola fredde che aderivano alle loro schiene sudate. Gloria rotolò su un fianco, sentendo il seme di Maurizio colarle tra le cosce mentre quello nel retto le dava una sensazione di pienezza quasi dolorosa. Maurizio la strinse a sé, le braccia che le cingevano il ventre come a proteggerla da ciò che sarebbe venuto. "Dormi," sussurrò contro la sua nuca. Ma sapevano entrambi che non sarebbe stato un sonno tranquillo.

Il sogno arrivò come un ladro. Gloria camminava in un corridoio troppo lungo, le pareti coperte di ricevute di pagamento incorniciate. In fondo, una porta semiaperta lasciava intravedere un uomo seduto su una poltrona di pelle. Non era Farina come lo ricordava—non c'era la tuta macchiata d'olio, né l'aria da usuraio. Indossava una camicia bianca impeccabile, le maniche arrotolate su avambracci muscolosi che non avrebbero sfigurato su un operaio di una volta. Quando alzò lo sguardo, Gloria vide che aveva occhi scuri, intelligenti, circondati da rughe che parlavano più di sorrisi che di minacce. "Gloria," disse con una voce che non era lo stridio da topo d'ufficio a cui era abituata, ma un basso vellutato che le fece venire la pelle d'oca. Le tendeva una mano con un gesto che poteva essere un invito o un comando. Nel sogno, lei fece un passo avanti.

La stanza sopra l'officina nel sogno era diversa—non l'angusto stanzino sporco che si immaginava, ma una suite d'albergo con lenzuola di seta. Farina si alzò dalla poltrona e per la prima volta Gloria notò che era alto un metro e ottanta, non il nano che aveva sempre visto nella sua rabbia. Si avvicinò con l'eleganza di un uomo che sa aspettare, le mani che si muovevano nello spazio tra loro come se stessero già accarezzando l'aria dove presto avrebbe trovato il suo corpo. "Dimentichi che ti devo qualcosa," disse, e nel sogno la frase non aveva il sapore dell'umiliazione, ma di un debito che si sarebbe saldato con piacere reciproco. Le sue dita, quando finalmente toccarono la clavicola di Gloria, erano calde e pulite, senza le macchie nere di grasso che le aveva sempre immaginato.

Nel sonno, Gloria si sentì rispondere con un movimento che non avrebbe mai fatto da sveglia—si sfiorò i capezzoli attraverso la camicetta, sentendoli indurirsi sotto la stoffa sottile mentre il respiro di Farina le accarezzava la nuca. "Tre volte," mormorò lui contro il suo orecchio, e nel sogno non sembrava una condanna ma un invito. Le sue labbra trovarono il punto sotto l'orecchio che Maurizio chiamava "il suo pulsante", e Gloria si sorprese ad arcuarsi contro di lui come se il corpo avesse già accettato ciò che la mente rifiutava. Il sogno cambiò angolazione—era sul letto ora, le gambe aperte non per violenza ma per un'ansia che assomigliava alla fame, mentre Farina si liberava della cintura con gesti lenti che promettevano un'agonia deliziosa.

Maurizio la svegliò con un bacio sulla spalla che sapeva di caffè e rancore. "Svegliati amore, è tardi e dobbiamo alzarci," disse, le dita che le stringevano il fianco proprio dove nel sogno l'altro uomo le aveva lasciato un livido a forma di stella. Gloria sbatté le palpebre, il sesso ancora umido e pulsante come se avesse davvero passato la notte a farsi possedere da un fantasma.

Il bollitore fischiava sul fornello mentre Maurizio spalmava la Nutella su una fetta di pane raffermo con gesti precisi, troppo precisi, come se concentrarsi sull'angolo perfetto della crema potesse tenere insieme tutto il resto. "Dopo che hai chiamato Farina," disse senza alzare lo sguardo, "mi telefoni subito per dirmi l'orario?"

Gloria annuì, tirando su col naso mentre aggiustava l'elastico dei capelli. "Appena ci parlo ti faccio sapere." La sua voce era piatta, senza le oscillazioni teatrali delle scenate di ieri sera. Adesso erano due persone che discutevano un cambio di gomme, non un marito e una moglie che barattavano la dignità. Maurizio ingoiò il caffè in un sorso solo, lasciando la tazzina sporca di briciole sul tavolo.

La porta si chiuse con un click discreto, non uno sbattere. Gloria contò i passi che si allontanavano sul pianerottolo, poi il rumore della moto che si accendeva due piani più sotto. Il silenzio tornò. Galleggiava ancora nella sua testa quel sogno, quelle mani che l'avevano toccata con una sicurezza diversa, quel corpo che si muoveva con una fisicità che Maurizio aveva perso da anni. Si guardò le mani mentre insaponava il busto sotto la doccia. Non tremavano. Questo la sorprese più di tutto.

Il sapone scivolò tra le cosce con una schiuma che profumava di gelsomino, un regalo di Natale mai usato. Le dita si insinuarono nella piega ancora gonfia dal sesso della notte, sciacquando via tracce di Maurizio con movimenti meccanici. Poi, senza che il cervello desse l'ordine, la mano destra afferrò la peretta di gomma appesa allo scolabottiglie. L'acqua tiepida le colò lungo la schiena mentre riempiva il bulbo, il gesto così familiare che quasi la convinse di farlo per routine. Ma quando la punta di plastica le sfiorò l'ano ancora sensibile, un brivido le corse su per la spina dorsale. Non era pulizia. Era preparazione.

Il reggiseno a balconcino le sollevò i seni come un'offerta, i capezzoli che sfioravano la seta nera attraverso i fori della trasparenza. Mai avrebbe indossato questa lingerie per l'ufficio. Le mutandine a filo le entrarono nella fessura con uno schiocco umido, aderendo alla pelle ancora bagnata di doccia. Si passò una mano tra i capelli bagnati, immaginando dita maschili che li afferravano dall'alto. Non erano le mani callose di Maurizio quelle che vedeva.

La peretta di gomma giaceva sul bidet, ancora umida. Gloria si chinò a prenderla con un senso di vergogna che si mescolava all'eccitazione. Era sempre stata così pulita con Maurizio, mai una sorpresa sgradevole, mai un odore acre. Ma con Farina... il pensiero le fece serrare le cosce. Quanto sarebbe stato diverso sentire un altro uomo scoparla con quella brutalità da estraneo? Le dita le tremarono mentre si infilava le calze autoreggenti, i ganci che le mordevano le cosce come promesse di ciò che sarebbe accaduto dopo.

Lo specchio dell'ingresso le rimandò un'immagine inaspettata: una donna con il rossetto rosso troppo acceso per un giorno di lavoro, il décolleté che mostrava più pelle del solito. "Stupida," sussurrò a quella straniera, ma le labbra si incurvarono in un sorriso che non riusciva a reprimere. Quarantacinque anni di fedeltà assoluta, e ora si preparava come una ragazzina per il primo appuntamento. Si sistemò il reggiseno push-up con un gesto che non aveva mai usato prima, spingendo i seni fino a far sporgere i capezzoli contro la stoffa. Farina avrebbe notato. Avrebbe apprezzato.

Decise di chiamarlo subito senza aspettare di andare in ufficio. La tastiera del telefono sembrava bruciarle i polpastrelli mentre componeva il numero. Il terzo squillo si interruppe a metà. "Pronto?" La voce era diversa al telefono, più profonda, con un sorriso percepibile anche attraverso i cavi. Gloria inspirò, sentendo il reggiseno che le stringeva la gabbia toracica. "Buongiorno Farina, sono Gloria. Accetto la sua proposta. A che ora ci dobbiamo vedere?" Le parole le uscirono come recitate da un copione, ma il respiro affannoso tradì la calma forzata.

"Ah, Gloria." Quella risata soffocata le fece immaginare il suo alito caldo sull'orecchio. "Visto che diventeremo intimi, dammi del tu, no? Ti aspetto alle 13:30 alla porta sul retro del locale. Chiudo alle 13, il tempo di una doccia..." Una pausa carica d'intenzione. "...e sarò lì ad attenderti tutto profumato. Per te." L'enfasi sull'ultima parola le fece serrare le cosce. Gloria annuì, poi realizzò che non poteva vedarla. "Sì," riuscì a dire, mentre la mano libera si agitava verso il fermacapelli che le stava già scivolando.

Il telefono si chiuse con un click che sembrò troppo definitivo. Gloria lo lasciò cadere sul tavolo della cucina, dove atterrò accanto alla peretta ancora umida. Le sue dita tremavano quando tirò su i capelli in una crocchia troppo stretta, quasi a punirsi per la fiammata di eccitazione che le aveva attraversato il basso ventre durante la chiamata. "Doccia," aveva detto. Avrebbe immaginato l'acqua che gli scorreva lungo la schiena muscolosa? Le mani che insaponavano...? Si morse il labbro, il rossetto lasciando un'impronta sui denti.

Gloria si appoggiò al lavello, le gambe che improvvisamente non la reggevano. Il filo delle mutandine si era completamente fuso nella sua umidità, aderendo alla pelle come una seconda epidermide. Quando sollevò la gonna per sistemarlo, scoprì che il tessuto era macchiato di una striscia traslucida che non poteva essere sudore. Si tastò con una punta di dito, stupita dalla quantità. Era lei? Davvero? venti anni di matrimonio e mai, mai si era bagnata così per un altro uomo. Neppure per Maurizio nei primi tempi.

Chiuse gli occhi, cercando di immaginare il corpo di Farina. Lo ricordava alto, ma ora nella sua mente si allungava ancora di più, le spalle che sfondavano la porta dell'ufficio quando entrava. E le mani... Dio, le mani. Non erano quelle grasse e pelose che aveva sempre associato agli strozzini, ma lunghe, con nocche pronunciate e vene che si intrecciavano come corde. Si concentrò più in basso, là dove l'immagine diventava sfocata nella sua mente. Come sarebbe stato? Più grosso di Maurizio? Più lungo? Un brivido le corse lungo la schiena quando la fantasia le fornì i dettagli: un cazzo che sembrava modellato per ferire, con una circonferenza che le avrebbe stretto le labbra fino a farle male, una lunghezza che le avrebbe toccato punti che Maurizio non aveva mai sfiorato. L'idea che potesse non entrarle tutto la eccitò più di quanto avrebbe voluto ammettere.

In ufficio il computer davanti a lei mostrava una fattura da compilare, ma i numeri danzavano sullo schermo. Ogni volta che chiudeva gli occhi per un secondo, vedeva la stanza sopra l'officina: un letto stretto, le lenzuola stirate e linde. Si tastò i capezzoli sotto la camicetta, sorprendendosi a desiderare che fossero già duri quando lui le avrebbe aperto il reggiseno. Si morse un labbro mentre le dita scendevano sotto la scrivania, sfiorandosi l'interno coscia attraverso la gonna. Era già umida di nuovo. Merda. Si alzò di scatto, facendo cadere la penna. "Devo andare in bagno," borbottò alla collega, senza incontrare il suo sguardo.

Nel bagno dell'ufficio si chiuse nella cabina e tirò giù le mutandine. Leccarsi le dita sarebbe stato troppo, troppo vicino al tradimento. Invece si limitò a premere la punta delle dita contro il nodo di carne sotto la stoffa, immaginando che fossero quelle di Farina. Un gemito le sfuggì quando il piacere si diffuse come fiamme liquide. Si fermò subito, spaventata da quanto fosse facile. Tirò su le mutandine con mani tremanti. Il rossetto era sbavato. Si ripassò il labbro inferiore con il mignolo, fissando la sua immagine nello specchio appannato. "Stupida," sussurrò alla straniera che la fissava. Ma la straniera sorrise.

L'ascensore per tornare al piano era pieno di colleghi. Gloria si schiacciò contro la parete, consapevole dell'odore che doveva emanare tra le cosce. Ogni sobbalzo la faceva sfregare contro la gonna, ogni respiro troppo vicino le ricordava che tra poche ore sarebbe stata soffocata dall'alito di un altro uomo. Il giovane stagista accanto a lei le sfiorò involontariamente un seno con il gomito. Gloria trattenne il fiato. Non era un contatto voluto, eppure il suo corpo reagì come se fosse stato calcolato—un brivido le corse lungo la schiena mentre i capezzoli si indurivano sotto il reggiseno push-up. Abbassò lo sguardo, vergognandosi di se stessa. Farina l'avrebbe toccata così, con quella stessa sicurezza casuale? O sarebbe stato più lento, più metodico, come un uomo che conta i soldi di un debito?

Le strade del centro erano piene di mezzogiorno. Gloria camminava a passo rapido, la borsa che le batteva contro il fianco come un secondo cuore impazzito. Passò davanti alla vetrina di un negozio di intimo e per un attimo vide riflessa un'estranea con la gonna troppo corta e le labbra troppo rosse. Si fermò di colpo quando realizzò che era il suo riflesso. Mai si era vestita così, nemmeno per l'anniversario di matrimonio. Un uomo le sbatté contro, mormorando un "scusi" distratto prima di sparire nella folla. Gloria sentì le guance ardere. Sembrava così evidente? La gente poteva capire solo guardandola che tra poco si sarebbe fatta scopare da un altro? Il pensiero le fece accelerare il passo, le cosce che si sfregavano con ogni movimento, la mutandina di pizzo che ormai era fradicia.

Il vicolo dietro l'officina era più stretto di quanto ricordasse, le pareti sporche di graffiti che sembravano urlare oscenità. La porticina verde sbiadito era identica a quella del sogno, solo più sporca. Gloria si fermò davanti, il braccio sollevato per bussare che tremava come se avesse la febbre. Il rumore dei suoi nocchetti contro il legno sembrò troppo forte nel silenzio del vicolo. Nessuna risposta. Gloria guardò l'orologio: 13:29. Puntuale come una ragazza al primo appuntamento. Si morse il labbro, il rossetto lasciando un'impronta sui denti. Forse aveva sbagliato porta? Forse Farina aveva cambiato idea? Il sollievo che sentì in quel momento fu così intenso che quasi la fece girare sui tacchi e scappare. Poi sentì un rumore di chiavi dall'interno.

La porta si aprì appena quanto bastava per far passare una mano. Una mano che non era quella grassa e pelosa che si aspettava, ma lunga, con dita affusolate e unghie sorprendentemente curate. Le afferrò il polso con una presa ferma ma non dolorosa, tirandola dentro con un movimento fluido che non lasciò spazio a esitazioni. "Sei in anticipo," disse una voce che non era lo stridio da topo d'ufficio a cui era abituata, ma il basso vellutato del sogno. Gloria sbatté le palpebre nell'oscurità del corridoio mentre la porta si chiudeva alle sue spalle con un click definitivo. L'odore di olio motore e benzina era assente, sostituito da un leggero profumo di sandalo e pelle.

Quando i suoi occhi si abituarono alla penombra, il Farina che le apparve non aveva nulla a che vedere con la caricatura che aveva dipinto nella sua mente. Alto almeno un metro e ottanta, indossava una camicia bianca impeccabile con le maniche arrotolate su avambracci muscolosi e villosi, le vene che si intrecciavano come corde sotto la pelle abbronzata. I capelli, più lunghi di quanto ricordasse, erano bagnati dalla doccia e pettinati all'indietro, lasciando scoperta una fronte ampia solcata da rughe che parlavano di sorrisi più che di minacce. "Ti piace ciò che vedi?" chiese, il sorriso che gli incurvava le labbra mentre si sistemava un polsino con un gesto studiato. Gloria sentì le guance ardere quando realizzò che stava fissando il petto che si intravedeva attraverso i bottoni slacciati, dove una folta peluria scura invitava lo sguardo più in basso.

"Sei diverso da come mi aspettavo," mormorò Gloria, abbassando lo sguardo sulle proprie scarpe. "Sperò in meglio." disse il Farina, ridendo con un suono profondo che riempì il corridoio stretto. "Tu invece sei come ti ho sempre sognata," sussurrò mentre si avvicinava, il calore del suo corpo che già le avvolgeva le spalle. "Una bellissima donna che mi ha da sempre affascinato sin da quando siete venuti ad abitare nella vostra casa." Le parole le scivolarono sulla pelle come carezze, accompagnate dal tocco delle sue dita che ora sfioravano i suoi capelli sciolti. "Ricordo la prima volta che ti ho vista nel cortile, con quella camicetta bianca che si bagnava mentre innaffiavi i gerani. Mi chiedevo come sarebbe stato scoparti sotto quel vestito leggero."

Gloria sentì un brivido di eccitazione mescolato a vergogna mentre lo seguiva attraverso un corridoio stretto, illuminato solo da flebili luci laterali che gettavano ombre danzanti sulle pareti. Quando Farina aprì la porta in fondo, il respiro le si bloccò in gola. La stanza che si aprì davanti a loro era un'alcova da favola, completamente diversa dallo stanzino sporco che aveva immaginato. Le pareti erano tappezzate di velluto rosso scuro, illuminate da decine di candele profumate posizionate su ogni superficie disponibile. Petali di rose rosse formavano un sentiero che conduceva a un letto enorme, con lenzuola di seta nera che luccicavano alla luce tremolante. Un leggero profumo di sandalo e vaniglia riempiva l'aria, mescolato all'odore più terroso dei fiori freschi disposti in grandi vasi di cristallo. "Ti piace?" chiese Farina alle sue spalle, le mani che le sfioravano i fianchi mentre la spingeva dolcemente verso l'interno. "Ho preparato tutto per te. Solo per te."

Gloria annuì senza parole, sentendo le ginocchia indebolirsi mentre entrava nella stanza, le scarpe che affondavano nel tappeto spesso come in un sogno. Farina chiuse la porta alle loro spalle con un click discreto, poi le si avvicinò con passo felpato, i suoi occhi scuri che la divoravano mentre le girava intorno come un predatore che studia la preda. "Sei ancora più bella di come ti ricordavo," mormorò, le dita che sfioravano i suoi capelli sciolti con una delicatezza inaspettata. "Ho aspettato questo momento da così tanto tempo..."

Poi si avvicinò a Gloria e la strinse a sé tentando di baciarla sulla bocca. Istintivamente, Gloria spostò la bocca, il volto che si girava di scatto verso la spalla in un riflesso condizionato da vent'anni di fedeltà. Respirava affannosamente, il profumo di sandalo e tabacco che le invadeva i polmoni mentre le mani di lui le stringevano i fianchi attraverso il vestito. Farina non si offese, semplicemente sorrise con quella sicurezza che sembrava scolpita nella sua pelle, poi riprovò. Questa volta Gloria si lasciò andare, le labbra che si aprivano sotto le sue con un gemito soffocato mentre le mani di lui le affondavano nei capelli per tenerla ferma.

Le loro lingue si incrociarono in un balletto umido e lento, un'esplorazione reciproca che sapeva più di scoperta che di conquista. Gloria sentì le dita di Farina scendere lungo il suo collo, poi sfiorarle il décolleté prima di iniziare ad aprire i bottoni della camicetta uno dopo l'altro con movimenti pazienti. Ogni nuovo centimetro di pelle scoperta sembrava bruciare nell'aria fresca della stanza, i capezzoli già duri che premevano contro il reggiseno push-up. "Così bella," mormorò Farina contro la sua bocca, le mani che ora scendevano lungo i suoi fianchi fino a trovare la cerniera laterale della gonna. Un attimo dopo il tessuto scivolò lungo le sue gambe in un baleno, lasciandola in mutandine e reggiseno neri davanti a quest'uomo che non era suo marito.

Il desiderio e il senso di colpa si mescolarono in un cocktail elettrico mentre Gloria cominciò a sua volta a sbottonare la camicia di Farina con mani tremanti. Ogni bottone che si apriva rivelava una nuova striscia di pelle abbronzata e muscolosa, coperta da una leggera peluria scura che diventava più folta scendendo verso l'addome. Quando finalmente la camicia cadde a terra, le sue dita si aggrapparono alle spalle di Farina come per cercare un appiglio mentre il suo corpo reagiva istintivamente alla vista di quel petto largo e definito. "Dio, sei perfetto," sussurrò senza volerlo, sentendo le guance ardere per quella confessione involontaria.

Le labbra ancora incollate alle sue, Farina le afferrò i polsi e li guidò verso la fibbia della cintura. "Fallo tu," mormorò contro la sua bocca con voce roca, lasciandole il controllo proprio mentre glielo toglieva. Gloria annuì meccanicamente, le dita che scivolavano lungo il cuoio lucido prima di trovare il fermaglio metallico. Quando la cintura si aprì con uno scatto, lei trattenne il fiato mentre il tessuto dei pantaloni si allentava, rivelando la forma di ciò che c'era sotto. Un brivido le corse lungo la schiena quando le dita sfiorarono accidentalmente la protuberanza che pulsava sotto la stoffa, già dura e pronta per lei.

Con movimenti lenti che sembravano durare un'eternità, Farina la guidò verso il basso con una pressione ferma ma non violenta sulle spalle, fino a portare il viso di Gloria all'altezza della sua cintura. Lei obbedì senza resistenza, le ginocchia che cedevano sul tappeto spesso mentre le sue mani tremanti aprivano il bottone dei pantaloni e abbassavano la cerniera con un fruscio che sembrò troppo forte nel silenzio della stanza. Quando infilò le dita dentro i boxer di seta nera, il calore che emanava la colse di sorpresa - era come affondare le mani in una fornace viva. La carne le scivolò tra le dita prima ancora che riuscisse a prenderne il controllo, pulsante e umida già di suo, senza che lei avesse ancora fatto nulla.

Ebbe appena il tempo di pensare "Dio, è enorme" prima che il membro le scivolasse completamente fuori dai boxer, rimbalzando contro il suo mento con un colpo secco che le fece spalancare gli occhi. La circonferenza era tale che le sue dita non riuscivano a chiudersi completamente attorno alla base, mentre la lunghezza... Cristo, se avesse dovuto stimarla ad occhio avrebbe detto almeno venti centimetri, forse più. La pelle era vellutata e calda sotto le sue dita, attraversata da vene prominenti che pulsavano al ritmo del cuore di Farina. La punta, già lucida di precum, emanava un odore muschiato e maschile che le riempì le narici, mescolandosi al profumo di sandalo delle candele. Senza nemmeno rendersene conto, le sue labbra si aprirono in un sibilo soffocato.

La cappella le sfiorò il labbro inferiore lasciando una striscia umida sul rossetto sminuito. Gloria cercò di trattenersi, di pensare a Maurizio, alla loro vita insieme, ma il richiamo era troppo forte. La punta del suo mento si inclinò in avanti mentre la bocca si apriva in un gesto istintivo, quasi inconscio, e quel primo centimetro di carne ardente le scivolò dentro con una facilità sconcertante. Un gemito le vibrò nella gola quando il sapore salato le inondò la lingua, intenso e primitivo. Le mani di Farina le affondarono nei capelli con una presa sicura ma non violenta mentre lui emetteva un sospiro roco. "Così, brava moglie," sussurrò con voce strozzata, i fianchi che avanzavano di un altro centimetro. "Adesso prendilo tutto."

La circonferenza era tale che le labbra dovettero stirarsi fino al limite, il rossetto che si sbriciolava sotto la pressione. Gloria chiuse gli occhi sentendo la pelle liscia scivolarle sulla lingua mentre la testa affondava più profondamente, le narici invase dall'odore muschiato dei suoi peli pubici. Quando la punta toccò il palato molle, un riflesso di vomito la fece irrigidire, ma le dita di Farina le massaggiarono la nuca con movimenti circolari che la incoraggiarono a rilassarsi. "Piano, non soffocare il tuo primo amante," rise lui con voce roca, ritirandosi di qualche centimetro per darle respiro. Ma Gloria, con sorpresa di entrambi, lo seguì con la bocca in un movimento fluido, le mani che ora si aggrappavano alle sue cosce per bilanciarsi.

Il sapore salato-muschiato si era mescolato alla sua saliva, creando un cocktail che la eccitava più del vino più costoso. Ogni volta che scendeva, la punta del naso si seppelliva nella peluria folta e calda dell'inguine, mentre le labbra serrate alla base sentivano le vene pulsare sotto la pelle. Quando risaliva, la lingua si appiattiva lungo il frenulo scoprendo che quel punto sensibile faceva gemere Farina con un tono più acuto. Scoprì presto un ritmo che sembrava piacergli - tre scivolate lente e profonde, poi una veloce e superficiale che sfiorava solo la cappella con le labbra socchiuse. Le sue dita, inizialmente tremanti, ora esploravano con sicurezza le palle pesanti che si tendevano sotto, massaggiandole in contro tempo con movimenti circolari che strapparono a Farina un gemito gutturale.

"Stai per...?" riuscì a sussurrare Gloria interrompendo momentaneamente il suo lavoro, le labbra ancora avvolte intorno alla metà inferiore del membro. La risposta arrivò sotto forma di un tremito improvviso della carne tra le sue dita, mentre le vene sotto la pelle diventavano ancora più prominenti. Senza bisogno di altre spiegazioni, Gloria affondò di nuovo la bocca fino in fondo, questa volta lasciando che la punta le premesse contro la gola mentre le dita stringevano dolcemente la base. Sentì il primo getto scoppiarle in gola prima ancora che Farina emettesse il suo grido strozzato - caldo, denso e incredibilmente abbondante. Deglutì istintivamente, poi di nuovo, poi ancora, mentre lo sperma continuava a riempirle la bocca in onde successive che sembravano non finire mai. Quando finalmente si staccò, lasciando che gli ultimi schizzi le cadessero sul mento e sul collo, scoprì con sorpresa che la sua eccitazione era cresciuta invece di diminuire.

"Non finisce qui," ansimò Farina mentre le sollevava il mento con due dita, gli occhi scuri che brillavano di una luce predatrice. "Ho aspettato troppo per sprecare tutto in una volta sola." Con un movimento fluido, la sollevò dal tappeto e la spinse contro il letto, facendola cadere all'indietro tra le lenzuola di seta nera che sembravano bruciarle la pelle nuda. Gloria non ebbe il tempo di reagire che già lui le stava aprendo le gambe con le ginocchia, lasciando che il suo membro ancora duro e scintillante di saliva e sperma si posasse sul suo addome mentre le strappava via le ultime vestigia di lingerie con gesti brutali. "Voglio vederti venire mentre ti scopo," ringhiò contro il suo collo mentre le affondava i denti nella carne delicata, lasciando un segno che avrebbe impiegato giorni a svanire.

Gloria annuì freneticamente, le unghie che gli affondavano nella schiena mentre le sue gambe si avvolgevano spontaneamente intorno ai suoi fianchi. "Fottimi come fossi tua," sussurrò con voce rotta, sorprendendosi per quanto quelle parole le venissero facili. "Fino a farmi urlare così forte che i tuoi operai laggiù sentiranno quanto sono una troia." La volgarità le bruciava la lingua come liquore forte, ma il lampo di desiderio negli occhi di Farina valse ogni vergogna. Quando lui entrò in lei con un solo colpo secco, Gloria urlò davvero - non di dolore, ma di stupore per quanto quel cazzo enorme la riempiva in modi che Maurizio non aveva mai nemmeno immaginato.

"Ecco la mia brava mogliettina," ringhiò Farina mentre le afferrava i polsi e glieli bloccava sopra la testa, il suo bacino che iniziava una serie di spinte profonde e regolari che facevano scricchiolare il letto. Ogni penetrazione le sfiorava un punto dentro di lei che Gloria non sapeva nemmeno esistesse, una sensazione elettrica che le faceva contorcere le dita tra le sue. "Dimmi che ti piace prendere questo cazzo come una puttana." La sua voce era un misto di comando e lusinga, le labbra che le succhiavano il collo lasciando lividi violacei mentre le sue cosce tremavano sotto lo sforzo di contenere quell'onda di piacere crudele.

"Dio quando è grosso ma mi piace da morire," gemette Gloria arcuando la schiena contro di lui, le parole che le sgorgavano dalla gola senza filtro. "Fottimi ancora, fammi diventare la tua troia." La volgarità la eccitava più del contatto stesso, ogni parolaccia che usciva dalle sue labbra come una confessione più intima di qualsiasi penetrazione. Farina rispose con un colpo particolarmente violento che la fece urlare, le unghie che gli scavavano solchi rossi lungo la schiena mentre il corpo si irrigidiva in un preludio d'orgasmo.

Lui la girò improvvisamente a pancia in giù senza staccarsi da lei, un braccio muscoloso che le serrava la vita mentre l'altro le afferrava i capelli per tenerle la testa sollevata. Gloria vedeva se stessa nello specchio posto di fronte al letto - la schiena inarcata, le labbra tumefatte dal rossetto sbriciolato, gli occhi lucidi di un desiderio che non riusciva più a nascondere. Farina le mordeva una spalla mentre aumentava il ritmo, le palle che le sbattevano contro il clitoride con ogni spinta. "Guarda come prendi questo cazzo da puttana," ringhiò contro la sua nuca, costringendola a fissare quel riflesso indecente dove vedeva il suo corpo che accoglieva ogni centimetro di lui.

"Si... sarò la tua troia..." ansimò Gloria contro il cuscino di seta, le parole che le uscivano a fatica tra un gemito e l'altro. Le mani di Farina le scivolarono sotto il ventre per sollevarla meglio, permettendogli di penetrarla ancora più profondamente in un angolo che le fece vedere le stelle. "Oggi e... per sempre..." completò con un singhiozzo, sentendo le dita di lui stringersi attorno alla sua gola in un possesso totale che la mandò oltre il limite. L'orgasmo la colpì come un treno, le contrazioni violente che gli strizzavano il cazzo mentre lei gridava in un misto di dolore e piacere estremo.

Farina non si fermò, continuando a pompare dentro di lei con movimenti sempre più frenetici mentre la teneva stretta a sé. "Sporcati tutta," le ordinò con voce roca, tirandole i capelli all'indietro per guardarla negli occhi mentre finalmente raggiungeva l'orgasmo. Gloria sentì il calore diffondersi dentro di lei in onde successive, molto più abbondante di quanto avesse immaginato, mentre Farina gemeva il suo nome con voce strozzata. Quando finalmente si staccò, il miscuglio di fluidi che sgorgò da Gloria la fece arrossire violentemente.

Si girò a pancia in su, il respiro ancora affannoso, e si coprì il viso con le mani. "Dio, cosa mi hai fatto fare..." mormorò, ma anche mentre lo diceva sentiva le cosce ancora tremare di piacere residuo. Farina le si sdraiò accanto, un braccio muscoloso che le cingeva la vita mentre con l'altra mano le sollevava il mento. "Non mentire a te stessa," sussurrò contro le sue labbra, ancora umide di saliva e sperma. "Ti è piaciuto, e lo sai." Gloria chiuse gli occhi, incapace di negarlo mentre il suo corpo traditore pulsava ancora di desiderio.

"Più di quanto tu possa immaginare," ammise finalmente con voce rotta, aprendo gli occhi per fissare il soffitto a volta ricoperto di specchi dove si riflettevano i loro corpi sudati. L'ammissione le bruciò la gola più delle parole volgari che aveva urlato durante l'atto. Farina sorrise, soddisfatto, le dita che disegnavano cerchi lenti sul suo ventre ancora scosso dai sussulti. "E adesso?" chiese lei quasi senza volerlo, già sapendo la risposta. "Adesso scopriremo se potrai farne a meno," rispose lui, lasciando cadere le parole come una condanna dolce.

Si alzò con un movimento fluido, la silhouette perfetta nel controluce delle candele quasi consumate, e andò allo scrittorio intarsiato in fondo alla stanza. Gloria lo seguì con lo sguardo, il corpo ancora intorpidito dal piacere mentre osservava i muscoli della sua schiena contrarsi sotto la pelle dorata. Aprì un cassetto di ebano con gesto sicuro e ne estrasse tre fogli di carta pergamena che riconobbe all'istante: le cambiali firmate da Maurizio, quelle che erano diventate il macigno della loro esistenza. Farina tornò al letto e gliele posò sul ventre ancora umido, le dita che sfiorarono deliberatamente il suo pube mentre si ritirava. "Tieni, portale a tuo marito" disse con voce improvvisamente seria, gli occhi che la fissavano senza più traccia della lussuria di pochi attimi prima. "Mi piaci troppo per continuare a scoparti solo per soldi. Da oggi il vostro debito è cancellato."

Gloria prese le cambiali con mano tremante e le osservò per un lungo istante. Poi, con un gesto improvviso quasi di rabbia, le strappò in quattro pezzi netti e li lasciò cadere sul pavimento di marmo lucido. Si alzò a sua volta, nuda e fiera, e lo prese per il collo tirandolo a sé con forza inaspettata. "Leccamela da oggi, sarà anche tua" gli sibilò contro la bocca mentre lo spingeva verso il basso con determinazione, le gambe che si aprivano di nuovo sotto il suo volto sorpreso. Farina emise un suono roco tra lo stupore e l'eccitazione mentre lei gli affondava le mani nei capelli e lo spingeva senza cerimonie verso la sua fessura ancora gonfia e lucida dei loro fluidi mescolati. " Si voglio che sia anche mia" aggiunse Farina con voce strozzata mentre già la sua lingua scivolava lungo le labbra tumefatte di Gloria con un gemito profondo.

Il primo assaggio fu una rivelazione: salato, muschiato, con un retrogusto metallico che sapeva di possesso. La lingua di Farina affondò tra le pieghe ancora palpitanti con la stessa precisione chirurgica che usava nei suoi affari, trovando il clitoride gonfio e iniziando a stimolarlo con piccoli movimenti circolari che facevano gemere Gloria contro il soffitto a specchio. Quando risucchiò il nodo sensibile tra le labbra, Gloria gli affondò le dita nei capelli con tale forza che dovette pensarci due volte prima di continuare. Ma lui non si fermò, anzi, accelerò il ritmo mentre le mani le afferravano i fianchi per tenerla ferma, le dita che affondavano nella carne morbida lasciando lividi che sarebbero durati giorni.

"Questa alcova sarà il nostro nido," sussurrò Farina tra una leccata e l'altra, la voce vibrante contro la sua carne umida, "se tu vorrai farlo ancora di tua spontanea volontà, senza condizionamenti." La bocca tornò su di lei con rinnovato vigore, succhiando e mordicchiando alternativamente mentre le dita le aprivano ulteriormente le cosce. Gloria annuì freneticamente, incapace di parlare, il corpo che si arcava incontro a quella bocca esperta che sembrava conoscere ogni suo punto segreto meglio di quanto lei stessa avesse mai fatto.

"Ma—" gemette improvvisamente, la mente annebbiata dal piacere che riuscì a riemergere per un attimo, "hai dimenticato il debito della banca... Avevi promesso—" La protesta le si spezzò in un grido quando Farina le affondò due dita dentro con gesto brutale, il palmo che le schiacciò il clitoride nello stesso istante. "L'ho già fatto cancellare ieri," rispose contro la sua pelle tremante, la voce roca di desiderio. "Prima ancora di toccarti. Volevo che oggi sapessi che non era per quello."

Gloria lo tirò su con un movimento brusco, le mani che gli afferrarono la faccia mentre lo baciava sulla bocca con un'urgenza che li lasciò entrambi senza fiato. "Grazie... Mario," sussurrò contro le sue labbra, chiamandolo per nome per la prima volta con una dolcezza che gli fece spalancare gli occhi. Vide l'emozione attraversargli il volto come un'onda, trasformando per un attimo quell'uomo duro in qualcosa di vulnerabile.

"Anche io ho un regalo per te," continuò Gloria con voce roca, le dita che gli percorrevano la schiena sudata fino ad affondare nei glutei sodi. "Una cosa che faccio perché ne ho voglia e piacere. Non per ricompensarti per quello che hai fatto." Mario la fissò, il respiro ancora affannoso, mentre lei si allontanava dal suo abbraccio con un sorriso malizioso che non le aveva mai visto.

"Cosa?" chiese lui mentre lei si girava lentamente, il corpo ancora scosso dai brividi post-orgasmo. Gloria si inginocchiò sul letto di seta nera e si mise a quattro zampe con movimenti esageratamente sensuali, le natiche che si sollevavano verso di lui in un invito più che esplicito. Con entrambe le mani, si divaricò le chiappe scoprendo completamente il rosa umido del suo foro più stretto. "Questo," sussurrò voltandosi a guardarlo con occhi carichi di sfida, "voglio che anche questo sia tuo. Spaccamelo con quell'enorme cazzo che ti ritrovi."

Mario rimase immobile per un istante, gli occhi che divoravano quella vista indecente mentre la mano si stringeva istintivamente attorno al proprio membro già di nuovo semirigido. "Non l'hai mai fatto..." mormorò più come una constatazione che una domanda, avvicinandosi al letto con passo felino. Gloria scosse la testa, i capelli sciolti che le sfioravano la schiena. "Si l'ho fatto ma mio marito non è dotato come te. Con te invece ..." La sua voce tremò leggermente quando sentì le dita di Mario sfiorarle l'ingresso, già lubrificato dal loro stesso sudore misto a sperma. "Con me invece?" chiese lui mentre un dito le entrava con dolce fermezza. "sarà come prenderlo per la prima volta e mi fa sentire come la puttana più porca di tutte," gemette lei spingendosi contro quella mano, "e mi piace da morire."

"Puttana sì, ma la mia," ringhiò Mario mentre si spalmava del lubrificante prelevato da un flacone sul comodino, mescolandolo al seme ancora colante dal suo cazzo già di nuovo completamente eretto. "Dirai grazie quando ti riempio questo buco stretto," sussurrò mentre posizionava la punta del membro contro il suo sfintere contratto. Gloria annaspò quando sentì quella pressione iniziale, le unghie che affondavano nel raso nero. "Fallo piano... Cristo quanto sei grosso," gemette mentre lui le afferrava i fianchi con presa ferma. "Fa male?" chiese lui fermandosi dopo i primi centimetri, la voce improvvisamente più tenera. "Si... no... non fermarti," ansimò lei voltandosi a guardarlo con occhi lucidi, "fallo come se fossi tua davvero."

Mario le diede uno schiaffo sul sedere che lasciò un'impronta rosa prima di spingere in avanti con un colpo fluido che la fece urlare. "Così?" le sussurrò all'orecchio mentre si fermava completamente dentro, le palle che le sbattevano contro le labbra umide. "Dio... sei tutto dentro..." sussurrò Gloria sentendolo pulsare dentro quel passaggio stretto. "Dimmi che ti piace prendere il mio cazzo nel culo come una troia," ordinò lui pizzicandole un capezzolo mentre iniziava a muoversi con piccole spinte. "Mi piace... mi piace da impazzire sentirlo lì dentro," confessò lei abbassando la testa sul cuscino, "scopami il culo fino a farmi piangere."

Mario aumentò gradualmente l'ampiezza dei suoi movimenti, le mani che le stringevano i fianchi mentre il membro affilato come un'arma le squarciava quel passaggio vergine di vera penetrazione. "Guarda come ti apre," le ordinò indicando lo specchio di fronte dove Gloria poteva vedere il suo sesso posteriore che si allargava per accogliere quella carne scura e spessa. "Dio è enorme... fammelo vedere ancora," supplicò lei arcuando la schiena per offrirsi meglio, le unghie che si conficcavano nel raso nero. Mario obbedì con un colpo secco che le strappò un gemito strozzato, poi iniziò un ritmo regolare che faceva scricchiolare il letto. "Ti sento tutta stretta qui dentro," ringhiò mentre le afferrava i capelli, "come se volessi tenermelo per sempre."

Gloria sentiva il dolore trasformarsi in un bruciore elettrico che le saliva lungo la colonna vertebrale. "Più forte... no aspetta... sì così..." balbettò incapace di decidere, le dita che si torcevano nelle lenzuola mentre lui trovava un angolo che le faceva vedere stelle. "Dimmi dove vuoi che ti venga, puttana," sibilò Mario mordendole una spalla, il sudore che gli colava sul petto mentre il ritmo diventava più frenetico. "Dentro... riempimi il culo come fossi una tua ragazzina," rispose Gloria voltandosi per guardarlo con occhi annebbiati, "fammi sentire sporca per giorni."

"Questa è la Gloria che volevo vedere," ringhiò lui afferrandole i capelli mentre aumentava la velocità, i muscoli addominali che si contraevano sotto la pelle tirata. Ogni spinta sembrava raggiungere un punto più profondo, le palle che le sbattevano contro il clitoride con un ritmo perfetto. "Sto per... Cristo sto per venire di nuovo," urlò lei sentendo l'orgasmo avvicinarsi come un treno in corsa. "Non ancora," le ordinò Mario rallentando bruscamente e lasciandola sospesa sull'orlo, "voglio sentirti strillare quando ti inondo."

Gloria imprecò a denti stretti, le dita che affondavano nei suoi fianchi mentre cercava disperatamente di sfregarsi contro il letto. "Ti prego... non farmi aspettare," supplicò con voce rotta, il sudore che le colava lungo la schiena. Mario le diede uno schiaffo sul sedere che risuonò nella stanza, lasciando un'impronta rosso acceso. "Chi comanda qui, troia?" chiese affondandole un pollice nella bocca mentre riprendeva a muoversi. "Tu... solo tu," ansimò lei succhiandogli il dito con devozione, le cosce che tremavano violentemente.

"Dimmi come vuoi prenderlo," ordinò lui cambiando angolazione, il membro che le sfregava quel punto magico che la faceva urlare. "Così... Dio sì proprio lì!" gridò Gloria afferrando le sbarre del letto, il corpo che si arcava incontro a quelle spinte precise. "Vuoi venire?" sussurrò Mario rallentando ancora, le labbra che le succhiavano l'orecchio. "No! Non fermarti cazzo!" gemette lei spingendosi indietro con disperazione. "Allora chiedilo bene," ridacchiò lui pizzicandole i capezzoli. "Scopami il culo fino a farmi urlare, ti prego Mario," implorò voltandosi con occhi lucidi, "fammi sentire la tua troia."

La presa sulle sue anche si strinse, le unghie che affondavano nella carne mentre lui ricominciava con un ritmo implacabile. "Senti come mi stringi qui?" ringhiò affondando completamente, il ventre che le schiacciava le natiche. "È... è enorme... mi spacchi tutta," ansimò Gloria sentendolo pulsare dentro quel passaggio stretto. "E ti piace eh? Altrimenti non saresti così bagnata davanti," osservò lui infilando due dita nella sua fessura bagnata, facendole gemere come un'animaletto. "È colpa tua... mi fai impazzire così," confessò lei strofinandosi contro quelle dita.

"Vuoi venire con il cazzo in culo e le dita in figa, troia?" provocò Mario accelerando il movimento delle dita mentre il cazzo continuava il suo lavoro dietro. Gloria annuì freneticamente, incapace di parlare, le cosce che tremavano violentemente. "Rispondi quando ti parlo!" le ordinò dandole uno schiaffo sul sedere che risuonò nella stanza. "Sì! Cristo sì voglio venire così... scopami il culo e toccami la figa contemporaneamente," urlò lei, sorpresa dalle proprie parole.

"Dimmi cosa provi," sibilò Mario mentre le dita iniziavano un ritmo circolare sul clitoride e il cazzo aumentava la velocità delle penetrazioni anali. "Sento che... che mi spacchi in due... ma Dio... quel punto là... proprio... lì!" gemette Gloria arcuando la schiena quando lui trovò l'angolo perfetto. "E questo?" chiese lui introducendo un terzo dito nella sua fessura bagnata mentre il pollice premeva sul clitoride. "Troppo... è troppo... non posso..." ansimò lei, ma invece di allontanarsi, si spinse contro quella mano con un urlo strozzato.

"Guarda nello specchio," le ordinò Mario afferrandole i capelli per costringerla a sollevare lo sguardo. "Vedi come ti prendo? Vedi che faccia fa la mia troia quando le scopo il culo?" Gloria fissò il loro riflesso annebbiato: la sua bocca aperta in un gemito continuo, gli occhi stravolti, il corpo che si contorceva tra le sue mani come un pesce all'amo. "Sì... guardo... e mi eccita ancora di più," riuscì a balbettare mentre sentiva l'orgasmo avvicinarsi come un temporale.

"Dimmi esattamente cosa senti," ringhiò lui aumentando l'angolazione, il membro che sfregava quel punto interno che le faceva vedere lampi bianchi. "Sento che... che mi riempi tutta... ogni spinta arriva più in fondo... Dio, quella vena sul tuo cazzo che mi strizza dentro..." Gloria affondò le unghie nel raso, il respiro che le si spezzava in singhiozzi. "Piacere o dolore?" provocò lui rallentando apposta per torturarla. "Entrambi... non so... smetti di farmi pensare!" urlò lei scuotendo i capelli.

Mario le diede uno schiaffo sonoro sulle natiche arrossate. "Imploralo bene, troia. Voglio sentirti urlare che vuoi venire." Gloria si morse il labbro, poi cedette all'istinto. "Fammi venire, ti prego Mario, ti supplico... sborrami dentro anche tu, voglio sentirti esplodere qui dentro mentre vengo io!" La voce le si spezzò nell'ultima parola quando lui affondò con un colpo secco che le strappò un grido. "Così?" sibilò contro la sua schiena sudata, le mani che le serravano i fianchi mentre ricominciava a pompare. "Sì! Cristo sì, non fermarti!" ansimò lei sentendo l'orgasmo avvicinarsi come un treno in corsa.

Mario cambiò angolazione all'improvviso, il membro che le sfiorava quella parete interna sensibile. Gloria urlò, le unghie che strappavano il raso del letto. "Eccola... la mia troietta sta per sborrare col cazzo in culo," ringhiò lui affondando le dita nella sua figa bagnata. Il doppio stimolo fu troppo. Gloria si irrigidì con un gemito strozzato, il corpo che si arcò violentemente mentre l'orgasmo la travolgeva in onde elettriche. "Dentro... sì Mario, sborrami dentro adesso!" supplicò tra i singhiozzi, sentendolo pulsare dentro di sé.

Lui la trattiene ferma per i fianchi, i muscoli della schiena che si tendevano come corde di violino mentre raggiungeva la sua vetta. Gloria sentì quel membro enorme contrarsi dentro di sé, poi il getto caldo che la riempiva in profondità mentre lui ruggiva contro la sua schiena. "Cazzo... prendi tutto..." ansimò Mario spingendo ancora più dentro, come volesse marchiarla internamente. Gloria lo sentì ancora pulsare dentro il suo passaggio stretto mentre le onde del suo orgasmo si placavano lentamente.

Il liquido caldo che le colava dentro creava una strana intimità post-coitale. Mario rimase immobile sopra di lei per un lungo momento, il respiro affannoso contro la sua schiena sudata, prima di ritirarsi con un gemito roco. Gloria sentì immediatamente la perdita, quel vuoto improvviso seguito dal fluido che le colava lungo le cosce tremanti. Si girò a fatica, il corpo esausto ma ancora elettrico, e vide Mario in piedi accanto al letto che si puliva con un fazzoletto di seta, gli occhi scuri che la divoravano ancora.

"Sei favolosa," disse lui con voce più morbida del solito, il tono quasi sorpreso della propria ammissione. Le dita gli tremarono leggermente mentre si abbottonava la camicia, un dettaglio che Gloria notò con un piacere perverso. "Spero di rivederti presto..." aggiunse raccogliendo la giacca dal pavimento, ma lasciando la frase sospesa in un modo insolito per un uomo che fino a pochi minuti prima impartiva ordini.

Gloria rimase semisdraiata sul letto di raso nero, le gambe ancora aperte e lucide dei loro fluidi mescolati. Osservò Mario che si ricomponeva con movimenti meno sicuri del solito, la cerniera dei pantaloni che sembrava quasi un'ammissione di vulnerabilità. "Deciderai tu quando," continuò lui fissandola con uno sguardo che non aveva più nulla di predatorio, "io aspetterò un tuo cenno per essere nuovamente tuo." Le parole gli uscirono con una strana solennità, come se stesse firmando un patto diverso da quello iniziale.

L'ascensore che la riportava al suo piano le sembrò una capsula temporale. Il profumo di Mario ancora sulla sua pelle si scontrava con l'odore del sapone economico con cui si era lavata freneticamente nel bagno delle donne in ufficio. Le cosce le bruciavano ancora, il segno dei morsi sulla spalla pulsava sotto la camicetta a fiori che aveva indossato quella mattina pensando a tutt'altro. In tasca, le cambiali stracciate e la liberatoria della banca pesavano come pietre. "È finita," si disse mentre usciva nel pomeriggio afoso, "ma cos'è che è veramente finito?" Penso tutto il pomeriggio a quello che avrebbe raccontato a Maurizio.

La porta di casa si aprì prima ancora che riuscisse a inserire la chiave. Maurizio era lì, la faccia scavata dall'ansia, le mani che le afferrarono i polsi con forza quasi dolorosa. "Ti ha fatto male?" chiese subito, gli occhi che le scorrevano sul collo dove Mario le aveva lasciato il marchio più evidente. Gloria abbassò lo sguardo, un gesto che interpretò come vergogna anziché il bisogno di nascondere l'emozione che le attraversava ancora il corpo. "È andata... male," sussurrò lasciandosi cadere contro di lui, "ma abbiamo questo." Tirò fuori i documenti con mano tremante, osservando il sollievo trasformarsi in orrore sul volto del marito mentre leggeva.

"Mi ha violentata dopo la firma," mentì Gloria con voce rotta, inventando dettagli che corrispondevano ai segni sul suo corpo. "Ho cercato di respingerlo ma era più forte... più grosso." La descrizione involontariamente accurata di Mario le fece contrarre le cosce. Maurizio la strinse al petto, le lacrime che le bagnavano i capelli mentre lei raccontava di essere stata costretta a fare cose che mai avrebbe voluto. Ogni bugia era una frustata che però, stranamente, la eccitava di nuovo. "Non importa ora," singhiozzò lui, "è finita."

Maurizio la guidò in bagno con premura eccessiva, preparandole la vasca con acqua troppo calda come per scottare via la colpa. "Lavati tutto," le suggerì con voce strozzata mentre lei lasciava cadere la camicetta, rivelando i segni violacei che Mario le aveva lasciato come firma sul corpo. Quando le mani tremanti di Maurizio sfiorarono quei segni, Gloria trattenne un gemito. "Fa ancora male?" chiese lui ritirando la mano come se l'avesse bruciata. "Solo un po'," mentì di nuovo, abbassandosi nell'acqua che non riusciva a lavare via la verità: che quei segni erano trofei, non ferite.

In camera da letto, mentre Maurizio frugava freneticamente nella credenza per trovarle una camicia da notte pulita, Gloria osservò i documenti sparsi sul comodino. Le cambiali stracciate sembravano una parodia della loro vita passata, mentre la liberatoria della banca luccicava sotto la lampada come un biglietto d'ingresso per il suo nuovo gioco. "Domani andrò in banca per verificare," annunciò Maurizio voltandosi con un'espressione che voleva essere rassicurante ma che tradisceva la sua incredulità. Gloria annuì, lasciandosi cadere sul letto con un sospiro studiato. "Finalmente liberi," sussurrò, mentre dentro di sé completava la frase: "Io più di te."

Quando Maurizio si distese accanto a lei, rigido come un manichino, Gloria chiuse gli occhi fingendo stanchezza. Il corpo le pulsava ancora dei morsi di Mario, ogni segno una mappa segreta che solo lei sapeva decifrare. "Domani sarà tutto diverso," promise Maurizio sfiorandole la spalla con pudore, evitando accuratamente i lividi a forma di labbra. Gloria lo sentì irrigidirsi quando il suo respiro si fece più profondo, credendola addormentata. Aprì un occhio appena per vedere le sue spalle curve che tremavano nel buio, i pugni stretti sul lenzuolo.

La mattina dopo, mentre preparava il caffè con movimenti da sonnambula, Gloria osservò Maurizio che esaminava per la decima volta i documenti della banca. "È tutto in ordine," disse lui con voce piatta, piegando i fogli con precisione maniacale come per cancellare le pieghe del piacere che quei fogli rappresentavano per lei. "Non dobbiamo più preoccuparci." Gloria annuì, versando il latte con una lentezza studiata. "E lui... Farina...?" chiese Maurizio senza alzare lo sguardo, le nocche bianche sul bordo del tavolo. "Ha ciò che voleva," rispose lei fissando la finestra, sentendosi bagnare al ricordo delle mani di Mario che le sollevavano le cosce come fossero state ali. "Non ci cercherà più." Bugie così perfette che quasi ci credette lei stessa.

Alle 12:57, Gloria aprì il cassetto della scrivania e tirò fuori il cellulare prepagato che aveva comprato il giorno prima, il sudore che le appannava le dita sullo schermo. Digitò il messaggio con deliberata volgarità, ogni parola un coltello che tagliava l'ultimo filo della sua vecchia vita: "Alle 13,30 sarò nel vicolo dietro l'officina, la tua troia ha voglia del tuo cazzo....."