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Mamma e figlio - due troie in calore
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Racconto54 min di lettura

Mamma e figlio - due troie in calore

Storia di una mamma troia e di un figlio che vuole imitarla

Anna Bolerani
10 mesi fa · 1.6k letture · 1

L’alba arrivò senza che lui riuscisse a chiudere occhio. Ogni volta che cercava di dormire, vedeva la madre inginocchiata sul mosaico blu della piscina, le natiche rosa per gli schiaffi di Leonardo mentre il padre la guardava dalla sdraio, un bicchiere di whisky in una mano e il cazzo nell’altra. Le palpebre gli bruciavano, ma il cazzo no—duro e insaziabile, come se assorbisse tutta la sua energia vitale.

Quando alle 9:37 la Golf nera del padre s’infilò nel vialetto, Marco si appiattì dietro la tenda della cucina, il respiro che gli si incollava alla gola. La madre indossava un vestito bianco di lino, apparentemente casto, ma lui sapeva. Sapeva che sotto quel tessuto leggero doveva esserci qualcosa di strappato, di trasparente, forse un perizoma di pizzo che le si incollava alle labbra ancora gonfie del padre. "Che troia," mormorò, stringendo il davanzale mentre lei si sistemava i capelli con nonchalance, come se non stesse per farsi sfondare il culo dall’amante di famiglia.

Il telefono gli bruciava nella tasca dei jeans. L’ultimo messaggio di Giulia risaliva a tre ore prima, un laconico "Tutto bene?" che ora gli sembrava patetico. Le dita gli tremavano mentre scriveva: "Vieni subito. Ho bisogno di cazzo." Non era un lapsus, era una necessità. La vide rispondere in tempo reale con un punto interrogativo, poi un altro messaggio: "Intendi che hai bisogno del MIO cazzo?" Marco digrignò i denti. Giulia era l’unica che lo capiva davvero—una ragazza con un piercing alla clitoride e una collezione di strap-on nel cassetto del comodino. "Sì, cazzo," rispose, "porta quello nero."

Il tempo si dilatò mentre aspettava. Ogni rumore lo faceva sobbalzare, il tubo dell’acqua che sbatteva nel muro, il gatto dei vicini che graffiava la porta. Quando finalmente bussò, Marco la tirò dentro con una violenza che lo sorprese. Giulia aveva i capelli raccolti in una coda alta e indossava un giubbotto di pelle stretto. Senza parlare, gli afferrò il mento e lo osservò. "Sei sudato," sussurrò. Lui annuì, le mani che già le slacciavano i jeans. "Ho bisogno che mi apri," disse, la voce rotta. Lei rise, un suono osceno che gli ricordò sua madre. "Sai che non mi piacciono le prepotenze," borbottò, ma già si stava chinando per estrarre l’oggetto lungo e nero dalla borsa.

"Lo so," ansimò Marco mentre lei lo spingeva contro il letto, "ma so anche che ti piace scoparmi come se tu fossi l’uomo ed io la donna." Giulia gli diede uno schiaffo leggero sul viso, poi gli mise una mano sul collo. "E tu invece vuoi essere la tua mamma che si fa inculare da tuo padre," sussurrò, sfiorandogli l’orecchio con i denti. La frase lo fece gemere. Il cuore gli martellava nel petto mentre lei gli girava la schiena e gli ordinava di inginocchiarsi. "Come ti piace tanto immaginare che faccia lei," aggiunse, mentre la mano gli scivolava tra le cosce per bagnarsi le dita con la sua saliva. Marco abbassò la testa. La punta dello strap-on era già lucida di lubrificante. Lo guardò fisso, ipnotizzato, mentre Giulia gli sussurrava: "Guarda bene. Questo è il cazzo di tuo padre."

L’aria si riempì del suono del corpo di Marco che si apriva sotto la spinta. Si morsicò un pugno per non urlare mentre Giulia gli affondava dentro con un colpo secco, senza preavviso. "E ora dimmi," incalzò lei, la voce roca mentre iniziava a muoversi, "ti piace sentirti così? Pieno, come la tua troia di madre?" Marco non rispose. Non poteva. Le mani gli affondavano nel materasso mentre lei accelerava, la pelle che gli scottava ad ogni movimento. Ogni pensiero si dissolveva in quel dolore misto a piacere. "Ti faccio male?" gli chiese Giulia, fingendo una preoccupazione che sapeva falsa. Lui scosse la testa. Non voleva che si fermasse. Voleva che lo sfondasse fino a farlo piangere, fino a farglielo chiedere davvero, fino a quando non avrebbe davvero creduto di essere sua madre sotto il cazzo di Leonardo.

Giulia gli diede uno schiaffo sul culo con tale violenza che il rumore gli risuonò nelle orecchie. "Allora dillo," gracchiò mentre continuava a sbattergli dentro. "Voglio sentirtelo dire mentre ti riempio." Marco alzò gli occhi verso lo specchio che avevano appeso alla parete—vide il suo riflesso distorto, rosso per lo sforzo, mentre lei gli tirava i capelli all’indietro con una mano e con l’altra gli segnava la schiena con le unghie.

Intanto Maria e Aldo erano arrivati a casa di Leonardo che li aveva accolti in costume, invitandoli subito a fare altrettanto e raggiungerlo in piscina. Aldo aveva il sorriso di chi sapeva già come sarebbe andata a finire, mentre Maria si fingeva riluttante, ma i suoi occhi brillavano di desiderio. Leonardo aveva il fisico massiccio di chi passava ore in palestra, il costume aderente che lasciava poco all’immaginazione. "Il sole fa bene alla pelle," disse, strizzando l’occhio ad Aldo mentre Maria si mordeva il labbro.

Maria si cambiò nella stanza da letto che avrebbe condiviso con Leonardo, indossando un costume così ridotto che quando uscì, Aldo, dalla stanza degli ospito a lui riservata, rise e le diede uno schiaffetto sul sedere. "Così non resisterà nemmeno cinque minuti," borbottò, mentre lei lo fissava con aria di sfida. Leonardo era già in acqua, il torso lucido di gocce che scintillavano al sole. Quando Maria si avvicinò al bordo, lui le tese una mano, ma invece di aiutarla a scendere, la tirò a sé con un movimento brusco. L’acqua schizzò ovunque mentre Leonardo la stringeva a sé, le labbra che le si attaccavano alla nuca mentre le mani le affondavano nel culo, spingendo il costume da un lato.

Maria si accorse immediatamente di quanto fosse eccitato, il suo cazzo duro le premeva contro il ventre, caldo e imponente anche attraverso il tessuto bagnato del costume. Senza esitare, allungò una mano e lo afferrò, le dita che ne seguivano la forma mentre lui emetteva un suono roco e soddisfatto. "Non hai nemmeno aspettato che mi tolga il costume," sussurrò, strofinandolo con movimenti lenti e deliberati. Leonardo rise, un rumore basso e carnale che le fece rabbrividire la pelle. "Che senso avrebbe aspettare?" rispose, mentre una mano le scivolava tra le cosce, trovando subito il punto giusto anche attraverso il costume. Maria gemette, la schiena che si inarcava contro di lui mentre le dita di Leonardo le strofinavano proprio dove voleva.

Aldo osservava tutto dal lettino, un bicchiere di gin tonic in mano e l’altro occupato a massaggiarsi lentamente il cazzo attraverso il costume. L’acqua era così limpida che vedeva ogni dettaglio, le dita di Maria che stringevano la base del cazzo di Leonardo, le labbra di lei che si aprivano in un sorriso compiaciuto mentre lo guardava negli occhi. "È enorme," si sentì dire, la voce roca per l’eccitazione. Leonardo rise ancora, poi le afferrò i fianchi e la sollevò, facendole avvolgere le gambe attorno alla vita mentre l’acqua gli arrivava alle cosce. "E tu sei bellissima," rispose, "vediamo quanto riesci a prenderne." Maria rise, un suono fradicio di piacere mentre lui la spingeva contro il bordo della piscina, il costume ormai solo un ostacolo fastidioso.

Aldo si alzò lentamente, il gin tonic abbandonato a terra. Si avvicinò con passo felpato, i piedi che affondavano nell’erba umida mentre Leonardo apriva Maria come un frutto maturo, il costume strappato via con un gesto secco. "Ti piace guardarla?" chiese Leonardo ad Aldo vedendolo avvicinarsi a loro. "È ancora più bello vederla da qui," rispose.

Leonardo aveva iniziato a penetrarla lentamente , un gemito profondo che gli uscì dalle labbra quando finalmente affondò tutto dentro di lei. Maria urlò, le unghie che affondarono nelle spalle muscolose di Leonardo, la testa che ricadeva all’indietro mentre Aldo le accarezzava i capelli.

"La tua fica è una ventosa," ansimò Leonardo mentre il respiro gli si faceva sempre più corto, "mi risucchi il midollo spinale." Non era un complimento, era una constatazione—sentiva il corpo di Maria contrarsi attorno a lui come un guanto di velluto caldo, ogni centimetro che guadagnava dentro di lei era una battaglia vinta contro quella stretta implacabile. Eppure non voleva che finisse.

Maria aveva le labbra serrate, il viso contratto in un’espressione che non era né dolore né piacere, ma qualcosa di più primitivo—la resa totale a quella sensazione di essere spaccata in due. Il cazzo di Leonardo le arrivava fino allo stomaco, ogni spinta la sollevava leggermente dal bordo della piscina, i fianchi che sbattevano contro il bordo con un rumore umido.

"Ti sta entrando nel cervello, puttana," ringhiò Leonardo, le vene del collo che gli si gonfiavano mentre rallentava il ritmo per farla soffrire di più. Maria annaspò, le dita che gli graffiavano la schiena mentre cercava di adattarsi a quel cazzo che sembrava non finire mai. "Sento che mi stai succhiando l'anima," aggiunse lui, abbassandosi per morderle un capezzolo mentre Aldo osservava, la mano che si muoveva sul proprio cazzo con movimenti lenti e calcolati.

Poi Leonardo cambiò angolazione, un movimento impercettibile che fece urlare Maria come se l'avessero accoltellata. "Eccolo," ansimò, i muscoli delle braccia che tremavano mentre la teneva sollevata, "lo senti come ti riempio?" Maria non poté rispondere, il corpo le si contorse in una serie di spasmi incontrollabili mentre Leonardo le scaricava dentro con lunghi gemiti rochi, il calore dello sperma che le dilagava nell'utero come un fiume in piena. Aldo rise, un suono osceno che si mescolò al rumore dello schiaffo che Leonardo diede al culo di Maria mentre gli ultimi spruzzi le schizzavano dentro.

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