Eros e la sua schiava
EROS E LA SUA SCHIAVA
Il silenzio della casa, un sudario pesante, avvolgeva Eros mentre la luce azzurrina dello schermo gli dipingeva il volto. Quattordici anni, un'età in cui il mondo si apriva in promesse e desideri, ma per lui, l'universo intero si era ristretto a un unico, ossessivo punto: sua madre. Il profumo del suo shampoo si attardava nell'aria, un richiamo costante, un'eco nella solitudine delle sere. Suo padre, un'ombra fuggevole, tornava solo nei fine settimana, le sue visite rituali e prevedibili. Questo vuoto, questa assenza paterna, aveva creato uno spazio, un'opportunità che Eros, con la logica fredda e implacabile della sua età, aveva deciso di sfruttare. Le notti di sua madre, invece, erano popolate da luci diverse. Spesso, dopo averlo messo a letto, si ritirava nel suo studio. Il fruscio dei tasti, un sottofondo discreto, aveva stuzzicato la sua curiosità. Un pomeriggio, fingendosi addormentato sul divano, aveva colto un attimo, uno spiraglio: il nome di un sito brillava sullo schermo del suo computer, un'insegna luminosa nel buio della sua ignoranza. "Vogliosa69". Le cifre e la parola, un accostamento audace, gli avevano trafitto la mente. Il nome utente di sua madre, esposto senza veli, gli aveva offerto la chiave del suo mondo segreto. Il suo cuore batteva un ritmo furioso. Le dita, agili e tremanti, danzavano sulla tastiera del suo laptop. Creò un profilo falso, un'identità fittizia, un'ombra digitale per inseguire la sua preda. Le mandò una richiesta d'amicizia. La risposta arrivò quasi subito, un'esca abboccata. Per giorni, la corteggiò con una ferocia inaudita, tessendo una rete di parole, complimenti e allusioni. La sua perseveranza erose la resistenza iniziale di lei. "Non so se dovrei," le scrisse lei una sera, le parole tremolanti sullo schermo, una ritrosia fragile. "Non c'è niente di male a mostrare un po' di bellezza," le rispose lui, le dita che volavano sulla tastiera. "Solo un assaggio, un piccolo segreto tra noi." La sua riluttanza iniziale si sciolse come neve al sole. Un'immagine apparve sullo schermo di Eros, un'esplosione di curve e morbidezza. I seni di sua madre, perfetti, rotondi, con i capezzoli scuri che sembravano invocare un tocco. Un gemito gli sfuggì, un suono gutturale che si perse nel silenzio della sua stanza. Il suo pene, già turgido, pulsava con una vita propria. La mano scese, afferrando la sua carne, e il piacere, acuto e proibito, lo travolse mentre i suoi occhi non si staccavano da quell'immagine. I giorni si susseguirono, scanditi da scambi sempre più audaci. La rete si stringeva. Poi, l'invio che aspettava, l'immagine di lei completamente nuda. Il suo corpo, un tempio di carne, esposto senza riserve. Il ventre piatto, le cosce tornite, il pube rasato, una rivelazione sconvolgente. Eros sentì il sangue pulsargli nelle vene, un tamburo assordante. "Ti manderò un regalino," le scrisse, le parole cariche di una promessa implicita, un desiderio che ardeva. "Per ravvivare i nostri incontri." Due giorni dopo, un pacchetto anonimo arrivò a casa. Eros lo aveva intercettato prima che sua madre potesse vederlo. Lo consegnò alla madre che lo portò in camera lo scartò, rivelando un vibratore, lungo e sinuoso, di un colore violaceo. Marco la sera, si collegò al sito, il cuore in gola. "È arrivato," le scrisse. "Ti piace?" "Non credo che dovrei usarlo," rispose lei, la sua esitazione quasi palpabile attraverso le parole. "Non sono quel tipo di donna." "Siamo solo noi," lui ribatté, la sua voce digitale calma, persuasiva. "Nessuno lo saprà. È un nostro segreto. Immagina solo… come ti sentiresti." La sua resistenza cedette. Eros la vide spogliarsi attraverso la webcam, un rituale lento, esitante. La camicia da notte scivolò via, rivelando il suo corpo in tutta la sua gloria. Le sue dita tremanti afferrarono il vibratore. Lo avvicinò alla sua intimità, esitante. Il pube rasato, la pelle liscia e invitante. Lentamente, con un sospiro che Eros quasi percepì, lo infilò tra le labbra della sua vagina. La vide spingere, la sua espressione un misto di incertezza e curiosità. A quel punto, Eros spense il computer. Il suo piano era innescato. Si alzò, il cuore che gli martellava nel petto, e si diresse verso la camera da letto di sua madre. La porta era socchiusa. Uno spiraglio di luce filtrava. La spinse delicatamente. Lei era sul letto, le gambe leggermente divaricate, la schiena inarcata, il vibratore che pulsava tra le sue cosce. I suoi occhi erano chiusi, le labbra socchiuse in un gemito soffocato. Il suo corpo si muoveva con un ritmo lento, ipnotico. "Mamma, ma cosa fai?" gridò Eros, la voce forzata in un tono di orrore e incredulità. "La puttana!" I suoi occhi si spalancarono, la sorpresa e il terrore le inondarono il viso. Si tirò su di scatto, cercando di coprirsi con le mani, con la coperta, con qualsiasi cosa potesse nascondere la sua vergogna. Il vibratore le cadde dalle dita, atterrando con un tonfo sordo sul tappeto. "Eros, no, non è come sembra," balbettò, le parole che le si incastravano in gola. "Io… io stavo solo…" "Se non lo fai anche per me," la interruppe lui, la voce dura, implacabile, "lo dico a papà." I suoi occhi si sgranarono, il sangue le si prosciugò dal viso. "Ma sei matto? Sei mio figlio!" "Allora lo dico a papà." La sua voce era un sussurro gelido, una minaccia che aleggiava nell'aria. Si voltò e uscì dalla stanza, lasciandola lì, sola con la sua disperazione e la sua vergogna. I suoi passi risuonavano nel corridoio, un'eco della sua vittoria. Si chiuse nella sua camera, il cuore che gli batteva all'impazzata, ma un sorriso lento e soddisfatto gli si disegnò sulle labbra. Sapeva che lei non aveva scelta. Venticinque minuti. Un'eternità e un istante. Poi, il richiamo, debole, quasi impercettibile. "Eros?" Si alzò, le gambe ferme, e tornò nella sua stanza. Lei era seduta sul bordo del letto, avvolta in una vestaglia di seta, le mani che le stringevano le ginocchia. I suoi occhi erano rossi, le guance bagnate di lacrime. "Cosa… cosa devo fare perché tu stia zitto?" La sua voce era un filo, spezzato dal pianto. "Voglio vedere la tua figa," disse lui, la sua voce calma, priva di emozione. "E voglio toccarla." Un'ombra passò sul suo viso, un misto di repulsione e rassegnazione. Abbassò lo sguardo, un lungo sospiro le sfuggì. Poi, con un movimento lento, si slegò la vestaglia. Il tessuto scivolò via, rivelando il suo corpo nudo, tremante. Si sdraiò sul letto, le gambe che si aprivano lentamente, un'offerta silenziosa. Eros si spogliò, i suoi vestiti che cadevano a terra in un mucchio disordinato. Il suo pene era già duro, una colonna pulsante di desiderio. Si gettò su di lei, la sua bocca che cercava la sua intimità. Le labbra della sua vagina, morbide e umide, si aprirono sotto la sua lingua. La leccò, un sapore salmastro e dolce che gli inebriava i sensi. Gemette, un suono rauco che le fece arcuare la schiena. La sua lingua esplorava ogni piega, ogni angolo, assaporando la sua essenza. Le sue dita si infilarono tra le sue natiche, allargandole leggermente, scoprendo il suo ano, un altro segreto da esplorare. Risalì lentamente, la sua lingua che tracciava un sentiero umido lungo il suo ventre, il suo ombelico, fino ai suoi seni. Le succhiò i capezzoli, duri e turgidi, sentendo il sapore della sua pelle. Poi, la sua bocca cercò la sua, un bacio profondo, famelico. Le loro lingue si intrecciarono, danzando in un vortice di saliva e desiderio. La sua mano scese, afferrando il suo pene, guidandolo verso la sua intimità. Il suo pene si posò sulla sua figa calda e bagnata, una sensazione che gli fece vibrare ogni fibra. Spinse. "No, non voglio, non si può," mormorò lei, le parole soffocate dal bacio, la sua resistenza un debole sussurro. "Mamma, ormai sei mia," le sussurrò lui, la sua voce roca, "la mia schiava." Entrò in lei, facilmente, nonostante la sua debole protesta. Era bagnatissima, il suo corpo che si apriva per accoglierlo. Un gemito le sfuggì, un suono che Eros sentì vibrare in ogni cellula del suo corpo. Cominciò a muoversi, spingendo dentro di lei, un ritmo lento e profondo. "Non mi venire dentro," disse lei, la voce tesa, "rischio di rimanere incinta." Ma Marco non la ascoltò. Il suo corpo era un vulcano in eruzione. Un gemito gli sfuggì, e il suo sperma esplose dentro di lei, un fiume caldo che le inondò l'utero. Ma il suo desiderio non era appagato. Continuò a scoparla, il suo pene ancora duro, pulsante. I suoi colpi si fecero più forti, più veloci, le sue palle che sbattevano contro il suo culo con un suono umido e ritmico. "Mamma, vengo, dai, godi con me," ansimò lui, il respiro affannoso. "Sì, piccolo," rispose lei, la sua voce trasformata, un ringhio rauco, "scopa la tua puttana, fammi venire." Godeva, proprio come una cagna in calore, il suo corpo che si contorceva sotto il suo. I suoi gemiti si fecero più acuti, più disperati. "Amore, vienimi dentro," sussurrò lei, le sue parole un incitamento, una provocazione. A quelle parole, Eros sentì un'altra ondata di piacere travolgerlo. Un altro gemito gli sfuggì, e un altro fiotto di sperma inondò il suo utero. Ma il suo desiderio, e il suo, non erano ancora appagati. Continuarono a scopare, provando tutte le posizioni. La mise a quattro zampe, il suo pene che si infilava nel suo ano, una stretta diversa, più intensa. Le sue dita si infilarono nella sua bocca, un bacio profondo, umido, mentre il suo pene la possedeva da dietro. Ogni buco del suo corpo, ogni orifizio, fu esplorato, penetrato, riempito. Gemiti e schiocchi riempirono la stanza, un concerto di carne e desiderio. I loro corpi si muovevano in un'unica, frenetica danza, fino a prosciugarlo completamente, fino a che non ebbe più una goccia di sperma da dare. Quando finalmente si fermarono, erano esausti, sudati, i loro corpi intrecciati in un groviglio di membra stanche. Il suo pene, ancora leggermente turgido, riposava dentro di lei, un segno della loro unione. Si addormentarono così, i loro respiri che si mescolavano nel buio. Prima che il sonno li avvolgesse completamente, lei mormorò, le parole appena udibili, un sussurro nel silenzio della notte: "Sono la tua schiava. Fai di me quello che vuoi e quando vuoi."
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