masturbazione
MASTURBAZIONE
Il respiro della notte scivolava dentro la stanza, portando con sé il profumo di gelsomino dal giardino e il tenue eco del traffico lontano. Erano dieci anni che il mio letto era grande per una sola persona, eppure spesso mi sembrava piccolo, ingombrato da pensieri, desideri inconfessabili che si annidavano nell’ombra. Francesca, quarantacinque anni, una separazione alle spalle come una cicatrice sbiadita, e un figlio, Edoardo, diciannove anni, la mia bussola, il mio centro, la mia più grande sfida. Lui passava la settimana con me, i weekend dal padre, una routine che aveva plasmato le nostre vite, rendendole inaspettatamente libere, quasi selvagge. In casa, le pareti erano testimoni silenziose di una nudità disinvolta, una libertà che si era insinuata piano, quasi senza che ce ne accorgessimo. Non era raro vederci girare solo in intimo, un reggiseno morbido o un paio di slip, un boxer per lui. I corpi, ormai familiari, non celavano più segreti di forma o di pelle. Ma i segreti veri, quelli dell’anima, quelli si nascondevano, strisciando nell'ombra come creature notturne. Ricordo il primo segno, una macchia scura sul lenzuolo, un alone che non era mio, che non poteva essere mio. Poi gli schizzi nel lavandino, tracce biancastre che la mia mano, quasi senza pensarci, lavava via, ma che la mia mente registrava con una precisione quasi scientifica. Edoardo stava diventando un uomo. I suoi diciotto anni erano stati un traguardo recente, ma la trasformazione era iniziata molto prima. Aveva sedici anni. Una sera, il sonno non arrivava, una curiosità sottile mi pungeva. La porta della sua stanza, come spesso accadeva, era socchiusa, una fessura di luce che invitava lo sguardo. Mosse lente, un fruscio di lenzuola. Mi avvicinai, il cuore che batteva un ritmo strano contro le costole. La fessura si fece un invito irresistibile. Sbirciai. Lì, nella penombra della sua stanza, illuminato solo dalla luce fioca di una lampada da comodino, c’era lui. Il suo corpo giovane, teso, le mani che si muovevano con una cadenza ipnotica. Il suo pene era lì, quasi come quello di un uomo, pulsante, eretto, una rivelazione. Un fremito mi percorse, freddo e caldo insieme, un brivido che non avevo mai provato. Rimasi lì, immobile, gli occhi incollati a quella scena intima, proibita. Non distolsi lo sguardo nemmeno quando la sua schiena si inarcò, un gemito strozzato gli sfuggì, e il suo corpo si scosse in un rilascio convulso. Sborrò, la sua essenza schizzò sul suo addome, un getto biancastro che brillava alla luce fioca. Mi ritirai, il cuore ancora martellante, un fuoco inatteso che mi bruciava dentro. Quella notte, a letto, l’immagine si ripresentò vivida. La sua mano, il suo pene, il suo orgasmo. Un’onda di calore mi travolse. La mia mano scese, quasi da sola, tra le cosce. Afferrai un cuscino, lo strinsi tra le gambe, sfregandomi contro di esso, cercando di replicare quella tensione, quel rilascio. Gemiti lievi, in principio, poi sempre più intensi, sfuggirono dalle mie labbra. Il mio corpo si inarcò, come il suo, in un orgasmo meraviglioso, inaspettato, liberatorio. Da quella notte, divenne un rituale. La sera, dopo che Edoardo si era ritirato nella sua stanza, dopo che la casa piombava nel silenzio, il mio corpo reclamava quel piacere. Lasciavo la porta della mia camera leggermente aperta, una fessura sottile, quasi un invito. Mi spogliavo, rimanendo solo con la mia pelle nuda, il mio desiderio. Mi stendevo sul letto, le gambe leggermente divaricate. Una mano scendeva a esplorare, a stuzzicare. Aprivo le mie labbra vaginali con una mano, il pollice e l’indice che le tenevano aperte, la base della palma premuta delicatamente sul clitoride, mentre le dita dell’altra mano iniziavano la loro danza. Sentii quella sensazione calda e umida, le mie dita scivolavano sulla carne vellutata, disegnando una V lungo il clitoride, su e giù, su e giù. Poi picchiettavo i polpastrelli sul monte di Venere, sul piccolo bottone sensibile, o ruotavo la punta delle dita, creando cerchi sempre più stretti, sempre più intensi. Il clitoride rispondeva, si gonfiava, pulsava sotto la mia stimolazione. A volte, mettevo le mani a conchetta sul monte di Venere, facendole oscillare delicatamente, un massaggio profondo, avvolgente, che mi portava sull’orlo. Edoardo. La sua immagine era sempre lì, nella mia mente, il suo pene eretto, il suo orgasmo. Mi penetravo con le dita, immaginando la sua lunghezza, la sua circonferenza. Sentivo le mie pareti umide accoglierle, stringerle, e gemevo il suo nome in silenzio, sperando che anche lui, in quel momento, stesse venendo pensando a me. Una sera, mentre il piacere mi travolgeva, quasi al culmine, sollevai lo sguardo. La fessura della porta. Un’ombra. Era lì. Lo spiavo. Lui mi spiava. I nostri sguardi si incrociarono per un istante, un lampo di comprensione, di desiderio, di proibito. Non si mosse. Non mi mossi. Continuai, la mano che si muoveva con rinnovata foga, il clitoride che pulsava, le dita che scavavano dentro di me, simulando la sua presenza. E lui rimase lì, immobile, finché non raggiunsi l’apice, un gemito soffocato che si perse nel cuscino. Col tempo, il gioco si fece più audace. Lasciavo la porta spalancata, quasi. Non era più un segreto. Era un invito silenzioso. Mi muovevo per casa con meno pudore, i miei slip di seta che accarezzavano le curve, i miei seni che dondolavano liberamente sotto una canotta sottile. Lui c’era. Lo sentivo. I suoi occhi su di me, sguardi fugaci che si posavano sulla mia figura, sulle mie gambe, sul mio sedere che si muoveva mentre mi chinavo. A volte, i suoi amici venivano a guardare le partite. Ragazzi giovani, nel pieno della loro esplosione ormonale. Seduti sul divano, le loro voci risuonavano nella stanza. Io passavo, offrendo bibite o patatine. I loro sguardi. Li sentivo. Sguardi che mi spogliavano, che si indugiavano sui miei fianchi, sul mio seno che premeva contro il tessuto leggero. Un fremito mi percorreva, un’eccitazione sottile che si annidava sottopelle. La notte, ripensavo a quegli sguardi, a quelle fantasie non dette. La masturbazione diventava più intensa, più selvaggia, raggiungendo diversi orgasmi, uno dopo l’altro, un’onda di piacere che mi travolgeva, nutrendo il mio desiderio proibito. Edoardo aveva da poco compiuto diciannove anni. La sua presenza in casa era diventata più forte, quasi palpabile. Le sue spalle si erano allargate, la sua voce era più profonda. Era un uomo, a tutti gli effetti. Una notte, il silenzio era denso, quasi opprimente. Ero nel mio letto, la porta socchiusa come sempre. La mia mano si muoveva, lenta, esperta. Il clitoride, già gonfio, rispondeva ai miei tocchi. Le dita scivolavano, umide, dentro di me. Gemevo, cercando di contenere i suoni, ma il desiderio era troppo forte. Sapevo che era lì. Lo sentivo. Il suo respiro, leggermente accelerato, oltre la fessura. «Edoardo?» sussurrai, la voce roca, quasi un gemito. Non rispose subito. Un fruscio. Poi, un’ombra più decisa nella fessura. «Mamma?» la sua voce, un sussurro incerto. «Entra.» Il battito del mio cuore accelerò. La porta si aprì lentamente, rivelando la sua figura alta, la penombra che ne disegnava i contorni. Indossava solo un paio di boxer larghi, la sua virilità appena celata. I suoi occhi, scuri, mi fissavano. C’era un misto di paura e desiderio, un’esitazione che mi straziò e mi eccitò. «Vieni qui.» Fece un passo, poi un altro, finché non fu ai piedi del mio letto. La mia mano si fermò, le dita ancora dentro di me, umide e pulsanti. «Non avere paura. Voglio… voglio che tu stia qui con me.» Il suo sguardo cadde sulla mia mano, sulla mia intimità esposta. Un rossore si diffuse sul suo viso. «Mamma, io…» «Shhh.» Lo interruppi, la mia voce un soffio. «Lascia fare a me. Non devi fare niente. Solo… stai qui.» Allungai una mano, tremante. Accarezzai la sua coscia, la pelle calda e liscia sotto il mio tocco. Poi la mia mano risali, lenta, verso l’inguine. Sentii la sua erezione, dura, vibrante, contro il tessuto sottile dei suoi boxer. «È così grande…» sussurrai, la mia voce piena di meraviglia e desiderio. Lo sfilai con delicatezza. Il suo pene, scuro e turgido, balzò fuori, libero. Era più grande di quanto avessi immaginato, più spesso. Una punta di prepuzio copriva il suo glande, lucido, pulsante. I miei occhi si posarono su di esso, affascinati. «Posso?» chiesi, lo sguardo che si alzò a incontrare il suo. I suoi occhi erano annebbiati, il respiro irregolare. Annuì, un movimento quasi impercettibile. La mia mano si chiuse attorno alla sua asta, calda, vellutata. Era una sensazione che avevo immaginato mille volte, ma la realtà era ancora più intensa. Iniziai a muovere la mano su e giù, con delicatezza all'inizio, poi con più decisione. La pelle scivolava, il prepuzio che si ritraeva, rivelando il glande umido, poi lo ricopriva di nuovo. I suoi occhi si chiusero, un gemito profondo gli sfuggì. «Mamma…» «Ti piace, amore?» chiesi, la mia voce un sibilo. Continuai, il ritmo che si faceva più veloce, più pressante. La sua asta si induriva ancora di più sotto la mia mano. Sentii il suo bacino che si muoveva leggermente, assecondando il mio ritmo. Mentre io mi occupavo di lui, la sua mano, quasi senza pensarci, si mosse. Si posò sulla mia coscia, poi risalì, accarezzando il mio fianco, fino a raggiungere la mia intimità, ancora esposta, ancora umida per la mia precedente masturbazione. Le sue dita, lunghe e calde, sfiorarono il mio clitoride, poi affondarono, copiando i miei movimenti, ma con una forza, una decisione che mi fece sussultare. «Oh, Edoardo…» Le sue dita si mossero con una dolcezza inaspettata, ma anche con una curiosità ardente. Sentii le sue unghie sfiorare le mie labbra, le sue dita che si aprivano e chiudevano, accarezzando la mia carne, esplorando la mia umidità. Poi una, due dita entrarono in me, lente, quasi timide. Il mio corpo si inarcò, un gemito profondo mi sfuggì. «Sì… sì, così…» La sua mano, sul mio clitoride, iniziava a stimolare, i polpastrelli che si premevano, si ritraevano, con un ritmo che si sincronizzava con il mio. I miei occhi si chiusero, la testa che si rovesciava all’indietro. La mano che teneva il suo pene continuava la sua corsa, sentivo il suo calore, la sua umidità, la sua tensione che cresceva. Le sue dita dentro di me si muovevano con più decisione, spingendo più a fondo, poi ritraendosi, sfregando contro le mie pareti interne, contro il mio punto più sensibile. Sentivo il mio corpo tremare, la mia intimità che pulsava sotto il suo tocco. «Sono… sono quasi…» la sua voce era un rantolo. «Anch’io, amore, anch’io…» Il ritmo delle nostre mani, delle nostre dita, si fece frenetico. La mia mano sul suo pene si mosse con una foga cieca, quasi disperata. Sentii il suo corpo irrigidirsi, un gemito gutturale gli sfuggì. Il suo pene, tra le mie dita, pulsò, un getto caldo e denso che schizzò sul mio palmo, sulla mia coscia, sui suoi boxer, bagnando la pelle, un calore liquido, vischioso. Sborrò, con un urlo soffocato, il suo corpo che si scuoteva. Contemporaneamente, le sue dita dentro di me si mossero con una forza improvvisa, premendo, spingendo, e poi il mio corpo si inarcò, un grido di piacere che mi strappò la gola. Il mio clitoride pulsò, esplose, un’ondata di spasmi che mi travolse, le mie pareti vaginali che si strinsero attorno alle sue dita. Entrambi raggiungemmo il culmine, un’esplosione simultanea di piacere. I nostri corpi tremavano, i nostri respiri affannosi riempivano la stanza. Il suo seme sulla mia mano, il mio umore sulle sue dita. Rimanemmo lì, in silenzio, per un lungo momento. Il suo respiro si fece più regolare. Aprii gli occhi, incontrando i suoi. Erano ancora annebbiati, ma c’era qualcosa di nuovo, qualcosa di profondo, un legame inespresso che si era appena formato. «È stato… incredibile,» sussurrai, la mia voce ancora roca. Edoardo annuì, una lacrima solitaria che gli scendeva lungo la tempia. Il suo sguardo era fisso sul mio, un misto di vergogna, desiderio e una strana, nuova intimità. «Mamma…» «Shhh,» dissi di nuovo, stringendo la sua mano che era ancora dentro di me. «Va tutto bene. Va tutto bene.» Il calore dei nostri corpi, l'odore del nostro piacere si mescolava nell'aria. Il rituale notturno si era trasformato, aveva preso una nuova forma, un nuovo significato. Non eravamo più solo madre e figlio. Eravamo due corpi che si erano trovati, si erano riconosciuti nel desiderio, in un piacere proibito e meraviglioso. E sapevo, in quel momento, che questo era solo l'inizio.
Generi
Argomenti