Anna

MANDREKINO
12 hours ago

ANNA

 

Il campanello strillò, una lama affilata nel silenzio denso della notte. Due anni di separazione avevano ridotto il mio sonno a un fragile equilibrio, un velo sottile che ogni minimo fruscio poteva lacerare. Erano le due passate, e un solo pensiero mi trafisse: Andrea. Solo lui avrebbe potuto presentarsi a quell'ora, con le chiavi dimenticate, come un gattone smarrito che cerca rifugio. Mi alzai dal letto, il pavimento freddo sotto i piedi nudi mi risvegliò del tutto. Un brivido mi corse lungo la schiena, non solo per il gelo. Un’inquietudine, un presagio muto. Raggiunsi la porta, l’occhio incollato allo spioncino. Tre figure sfocate si stagliavano nell’oscurità del pianerottolo. Due ragazzi, che conoscevo a malapena, reggevano il mio Andrea. Il suo corpo, un peso morto, penzolava tra le loro mani, la testa ciondolante. Aprii la porta, il battito del mio cuore un tamburo rullante nelle orecchie. L'odore acre dell'alcool mi investì subito, un pugno allo stomaco. I suoi amici lo spinsero dolcemente verso di me, i loro sguardi imbarazzati. "Signora Anna, ci dispiace, ma ha bevuto un po' troppo," uno di loro balbettò, la voce un sussurro colpevole. "È stato male, l'abbiamo trovato così," aggiunse l'altro, indicando una macchia scura sul suo petto e sui pantaloni. Vomito. Il mio stomaco si contrasse. Non dissi nulla. Solo un cenno del capo. Presi Andrea, il suo peso inerte tra le mie braccia, e lo trascinai oltre la soglia. I due ragazzi, sollevati, si dileguarono nell'ombra, lasciandomi sola con il mio figlio ubriaco. Lo portai in camera sua, un percorso faticoso. Ogni passo un’impresa, il suo corpo un impaccio, le sue gambe strascicavano. Lo feci cadere sul letto, un tonfo sordo che non lo scosse. Giaceva lì, un fantoccio inanimato, gli occhi chiusi, le labbra dischiuse in un leggero rantolo. La macchia di vomito gli imbrattava la maglietta e i jeans, un odore nauseabondo che impregnava l'aria. Era bagnato, appiccicoso. Non potevo lasciarlo così. Non potevo. Sfilai lentamente la sua maglietta, poi i jeans, con movimenti lenti e precisi, per non svegliarlo. Rimase solo con i boxer, il suo corpo giovane e tonico esposto alla luce fioca della lampada da comodino. I muscoli scolpiti dall'allenamento, la pelle liscia e olivastra. Un ragazzo, un uomo. Mio figlio. Un'onda di calore mi invase. Era strano. Non lo vedevo così scoperto da anni, da quando era un bambino, da quando lo lavavo nella vasca. Adesso era diverso. Ogni linea, ogni curva del suo corpo era matura, mascolina. Prendendo un respiro profondo, mi recai in bagno. Tornai con un catino d'acqua calda, una spugna morbida e un asciugamano pulito. Iniziai a pulirlo, con delicatezza. Prima il petto, poi le braccia, risalendo fino al collo, accarezzando la sua pelle con la spugna umida. Ogni tocco era una carezza, ogni movimento un rituale. Il mio cuore batteva un ritmo strano, un tam-tam sordo e insistente. Quando arrivai ai fianchi, la mia mano sfiorò il bordo dei suoi boxer. Il tessuto era umido, non solo di vomito. Un odore diverso. Un odore che riconobbi, ma che mi turbò profondamente. Un misto di sperma e di umori vaginali. Lui aveva scopato. L'aveva fatto stasera. E l'aveva fatto fino a stare male. Un pensiero mi attraversò la mente come una saetta. Si, lo cambio tutto. Devo pulirlo per bene. Sfilai i boxer, con un gesto deciso. Il suo cazzo, flaccido e riposante, si rivelò sotto il mio sguardo. Era più grande di quanto ricordassi, anche in quello stato. Una curiosità torbida, inaspettata, mi assalì. Lo presi in mano, il mio pollice e l'indice che lo avvolgevano con delicatezza. La pelle era morbida, calda. L'odore era più forte ora, un richiamo primordiale. Abbassai il prepuzio, con un movimento lento, quasi ipnotico. La punta rossastra si rivelò, lucida e umida. E poi, successe. Sotto il mio tocco, il suo cazzo iniziò a reagire. Un leggero fremito, un piccolo sussulto. Si ingrossò, si allungò, pulsando lentamente. Diventava duro. Un'erezione lenta, inesorabile, che si faceva strada nonostante l'alcool, nonostante il sonno profondo.  Un cazzone bellissimo, turgido, che si ergeva verso l'alto, come una sentinella. Cosa mi stava succedendo? Il sangue mi pulsava nelle vene, un rombo sordo che mi assordava. Due anni. Due anni di deserto, di astinenza forzata, di un corpo che urlava in silenzio. Il piacere del proibito, l'eccitazione di quel tocco inaspettato, la vista di quel membro che si risvegliava tra le mie dita. La mia razionalità era svanita, inghiottita da un vortice di sensazioni. Mi ritrovai con il suo cazzo in bocca. Le mie labbra lo avvolsero, la lingua lo accarezzò. Il sapore. Il sapore della sborra, un retrogusto metallico, salato, e poi, inconfondibile, l'acidità dolce degli umori vaginali che aveva lasciato sulla sua pelle. La lingua si mosse, leccando, succhiando, esplorando ogni curva, ogni venatura. Ogni freno inibitore era saltato. Ero una belva, affamata, assetata. Lo pompavo con avidità, la gola si apriva, inghiottendo quella carne calda. Il cazzo di mio figlio. Il mio respiro si fece affannoso, un ansimare strozzato che riempiva il silenzio. Il mio corpo vibrava, ogni nervo teso, ogni fibra che si risvegliava. Sentivo il suo cazzo crescere ancora, la punta che spingeva contro il palato, contro la gola. E poi, il primo fremito. Un gemito basso mi sfuggì, mentre sentivo quella crema calda, densa, riversarsi nella mia bocca. La sborra. La sborra di mio figlio. La inghiottii tutta, ogni goccia, assaporando il suo gusto, la sua essenza. Lo ripulii per bene, con la mia lingua, con una meticolosità quasi ossessiva. La mia mente era un turbine, ma il mio corpo agiva per conto proprio, guidato da un istinto primordiale. Mi alzai, il cuore che batteva all'impazzata. I miei slip. Erano già bagnati, fradici. La mia figa pulsava, un dolore dolce, una fame insaziabile. Li sfilai, abbandonandoli sul pavimento. Poi, con un gesto che non riconobbi come mio, mi avvicinai al letto. Mi misi a cavalcioni su Andrea, il suo corpo ancora inerte sotto il mio. Il suo cazzo, incredibilmente, era rimasto duro. Duro e pulsante, una colonna di carne eretta. Lo presi in mano, guidandolo. Con un sospiro che era un misto di desiderio e disperazione, lo infilai dentro di me. La mia figa, già bagnatissima, lo accolse con un gemito soffocato. Era enorme. Mi riempiva tutta, mi spaccava. Ma era un dolore che desideravo, un piacere che mi travolgeva. Iniziai a cavalcarlo, con movimenti lenti all'inizio, poi sempre più veloci, più furiosi. Non l'avevo mai fatto in vita mia. Non avevo mai provato un'intensità simile. Il cazzo di mio figlio. Dentro di me. Ogni spinta era un'esplosione di sensazioni. Il suo bacino si muoveva leggermente sotto il mio, un fremito inconscio. I suoi testicoli che sbattevano contro il mio perineo, un ritmo assordante. Ero sopra di lui per più di un'ora. Lo montavo come una pazza, i miei fianchi che si muovevano in un'antica danza. I miei gemiti, i miei ansimi riempivano la stanza. Sentivo il suo corpo fremere, la sua erezione che non accennava a diminuire. Lo feci venire una volta, poi un'altra. Sentii il suo sperma bollente riversarsi dentro di me, riempiendomi, bruciandomi. Era come un'onda, un'esplosione, che mi travolgeva completamente. Finalmente, la mia fame di cazzo fu appagata. Il mio corpo, esausto ma vibrante, si rilassò. Mi alzai da lui, il suo cazzo che scivolava fuori dalla mia figa con un sonoro schlick. Un rivolo di sperma e di umori mi scese lungo la coscia, caldo e appiccicoso. Lo coprii con il lenzuolo, un gesto quasi materno. Poi, senza una parola, senza un altro pensiero, andai a dormire. Il mio sonno fu profondo, senza sogni, un sonno da cui non mi svegliai fino a tarda mattinata. *** La domenica mattina, il sole filtrava timidamente dalle persiane. Erano quasi le undici. Il profumo del caffè si mescolava a quello del ragù che sobbolliva lentamente sul fuoco. Ero in cucina, immersa nei miei pensieri, un silenzio strano avvolgeva la casa. La notte precedente era un ricordo sfuocato, un sogno vivido e proibito. Cercavo di scacciarlo, di nasconderlo negli angoli più bui della mia mente. Poi, una voce roca, impastata di sonno, mi fece sobbalzare. "Mamma, mi fa male la testa. Cosa è successo?" Mi voltai. Andrea era lì, sulla soglia della cucina. Nudo. Completamente nudo. Il suo corpo giovane e potente era illuminato dalla luce del mattino, ogni muscolo scolpito, ogni curva esposta. Il suo cazzo, flaccido ma imponente, penzolava tra le sue gambe. I suoi occhi erano ancora un po' velati, ma il suo sguardo era confuso, interrogativo. La vista del suo corpo, la sua voce, la sua innocenza post-sbornia, fecero esplodere in me quella voglia che avevo cercato di reprimere. Quella fame che credevo sazia. Non era così. Era lì, più forte di prima. "Hai bevuto un po' troppo ieri sera, tesoro," dissi, la mia voce sorprendentemente calma, quasi materna. Un sorriso forzato mi si disegnò sulle labbra. "I tuoi amici ti hanno riportato a casa. Eri... un po' sporco, ti ho pulito e ti ho messo a letto." Non aspettavo una risposta. Non volevo una risposta. Il mio corpo agiva per conto suo. Lo tirai a me, con una forza che non credevo di avere. Io ero seduta sulla sedia della cucina, lui si ritrovò in piedi, bloccato tra le mie ginocchia. Le mie mani afferrarono il suo cazzo. Era ancora morbido, ma sotto il mio tocco, sentii i primi segni di un risveglio. Iniziai a masturbarlo. Le mie dita si mossero esperte, accarezzando la pelle, massaggiando la punta, tirando delicatamente il prepuzio. I suoi occhi si spalancarono, uno sguardo confuso che si trasformava lentamente in sorpresa, poi in desiderio. "Mamma..." balbettò, la voce un sussurro incerto. "Cosa... cosa stai facendo?" "Shhh," sibilai, il mio viso vicino al suo inguine. Il suo cazzo era già mezzo duro, una roccia che pulsava tra le mie dita. "Lascia fare alla mamma." Continuai a pomparlo, con movimenti sempre più decisi. Il sangue gli affluì, il suo cazzo si ingrossò, si allungò, diventando un'asta turgida e vibrante. Era enorme. Un cazzone. "Sì... mamma... continua..." la sua voce era un gemito strozzato, un'implorazione. Le sue mani si aggrapparono al tavolo, le nocche bianche. Aprii la bocca, inghiottendo la sua erezione. Lo pompavo avidamente, la gola si apriva, accogliendo tutta la sua lunghezza. Sentivo la punta spingere fino in fondo, le sue palle che mi premevano contro il mento. Il sapore della sua pelle, il suo odore muschiato, mi inebriavano. Le mie guance si gonfiavano e sgonfiavano al ritmo della mia suzione. Lui gemeva, un suono gutturale che mi accendeva ancora di più. Le sue mani si spostarono, afferrando i miei capelli, tirandoli dolcemente. "Mamma... oh, mamma..." Continuai, implacabile, fino a quando sentii il suo corpo irrigidirsi, un fremito che lo scosse dalla testa ai piedi. Poi, il getto caldo, denso, si riversò direttamente nella mia gola. La sua sborra. La inghiottii tutta, ogni goccia, il sapore forte che mi riempiva la bocca. Quando si rilassò, la sua testa ricadde all'indietro, il respiro affannoso. Il suo sguardo, quando si posò su di me, era un misto di shock, desiderio e confusione. Ma non c'era rimprovero. Solo un'attesa silenziosa. Mi alzai dalla sedia, il mio cuore batteva un ritmo furioso. La mia figa era un lago, i miei slip ormai inutili. Mi appoggiai al tavolo della cucina, le mani che stringevano il bordo, le gambe leggermente divaricate. "Dai, vieni dentro la mamma," sussurrai, la voce roca, quasi irriconoscibile. Il mio sguardo lo sfidava, lo invitava. Non esitò. Non un secondo. Si avvicinò, il suo cazzo ancora turgido, e lo infilò dentro di me. La sua punta premette contro le mie labbra, scivolò dentro con un sonoro squelch. Era un dolore acuto, ma un dolore che desideravo. "Oh, mamma... sei stretta... così stretta..." la sua voce era un gemito, le sue mani afferrarono i miei fianchi, tirandomi contro di lui. Iniziò a spingere. Colpi lenti all'inizio, poi sempre più forti, più profondi. Sentivo il suo cazzo spaccarmi tutta, aprirmi, riempirmi. Il mio corpo si arcuava sotto i suoi assalti. I miei gemiti si mescolavano ai suoi, una sinfonia di piacere e di trasgressione. "Dai, fai venire la tua mammina," lo incitai, la mia voce rotta dall'eccitazione. I suoi colpi si fecero più feroci, più animaleschi. Il tavolo vibrava sotto il nostro impatto. La mia schiena sbatteva contro il legno, ma non sentivo dolore, solo piacere. E poi, successe. Un'ondata di calore mi invase, un brivido che mi scosse dalle fondamenta. Non riuscivo a controllarmi. Mi pisciai addosso. Un getto caldo e abbondante che si mescolò con i nostri umori, scivolando lungo le mie gambe, bagnando il pavimento. Lui non si fermò. Non un attimo. Anzi, si eccitò ancora di più. Mi sollevò, i suoi colpi non diminuirono. Mi portò a terra, sul pavimento freddo della cucina. Il mio culo sbatté sul marmo, ma non importava. Continuò a scoparmi, con una foga che mi toglieva il respiro. Sentii il suo cazzo spingere ancora più a fondo, toccare qualcosa dentro di me, un punto sensibile che mi fece urlare di piacere. "Ancora... Andrea... ancora..." Mi scopò per più di un'ora, lì, sul pavimento della cucina. C'era sborra, piscio, umori della figa, un miscuglio caldo e appiccicoso che creava una pozzanghera sotto di noi. I suoi colpi erano implacabili, il suo cazzo entrava e usciva con una violenza che mi faceva gemere, urlare, piangere di piacere. Venne più volte dentro di me, riempiendomi, svuotandomi, per poi riempirmi di nuovo. Quando finalmente si staccò, il suo corpo tremava, il respiro affannoso. Il mio corpo era un groviglio di sensazioni, esausto ma incredibilmente vivo. Giacevamo lì, nudi, sul pavimento bagnato, i nostri corpi intrecciati, il silenzio rotto solo dal nostro respiro affannoso. Forse il mio periodo di astinenza era davvero terminato. E forse, era solo l'inizio.

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