L’aumento
L’AUMENTO
L'eco delle lancette dell'orologio scandiva il silenzio opprimente della nostra piccola casa, ogni ticchettio un promemoria del tempo che scivolava via, portando con sé le bollette non pagate e i sogni infranti. Due anni fa, l'acquisto di questo nido sembrava una promessa, un futuro luminoso dipinto con i colori della speranza. Ora, l'intonaco scrostato e le bollette ammucchiate sul tavolo della cucina disegnavano un quadro ben diverso. Piero, il mio Piero, aveva provato a raddrizzare la barra, aveva chiesto quell'aumento al suo capoufficio e, miracolosamente, l'aveva ottenuto. Una piccola boccata d'ossigeno, ma non abbastanza per nuotare fuori dalla corrente. Oggi toccava a me. Il pensiero mi stringeva lo stomaco in una morsa gelida, ma non potevo tirarmi indietro. Salii i gradini che portavano all'ufficio di Antonio, il mio capo, ogni passo un peso, ogni respiro una preghiera silenziosa. La porta di legno massiccio sembrava una barriera invalicabile, ma la spinsi, il cigolio ruppe la tensione solo per un istante. Antonio era seduto alla sua scrivania, un sorriso distratto sulle labbra mentre scorreva documenti. Il suo sguardo si sollevò, incontrando il mio, e un brivido freddo mi percorse la schiena. «Antonio, posso rubarti un momento?» la mia voce era un sussurro, un filo teso. Lui appoggiò la penna, incrociò le mani sul tavolo. «Certo, Irma. Dimmi pure.» «Riguarda... il mio stipendio,» presi un respiro profondo. «Con Piero facciamo fatica ad arrivare a fine mese. Avrei bisogno di un aumento, anche piccolo, farebbe una grande differenza.» Antonio tamburellò le dita sul legno lucido della scrivania, il suono secco riempiva lo spazio tra noi. «Irma, sai bene che siamo in pochi qui. Se lo do a te, dovrei darlo anche agli altri. E la situazione, al momento, non lo permette. Siamo in difficoltà.» Le sue parole erano come pietre, ma il suo sguardo indugiava su di me in un modo che non aveva nulla a che fare con le difficoltà economiche dell'azienda. I suoi occhi scesero, percorrendo la linea del mio corpo, soffermandosi. Un calore inaspettato mi avvampò le guance. «Però,» riprese, la voce più bassa, quasi un sibilo, «ti faccio una proposta.» Si sporse in avanti, il suo sguardo un fuoco che mi bruciava addosso. «Sei una donna bellissima, Irma. Un seno... da paura, un culo a mandolino. E quelle labbra...» I suoi occhi tornarono alle mie labbra, una scintilla lasciva. «Se vuoi, ti do centocinquanta euro. Una volta al mese, per un'ora. In cambio...» si interruppe, il sottinteso pesava nell'aria come piombo fuso. Il sangue mi si gelò nelle vene. «Ma lei è matto!» La mia voce era appena un soffio, un'indignazione che faticava a trovare la forza di un urlo. «È un porco! Non ci penso nemmeno!» Mi alzai di scatto, la sedia strisciò sul pavimento. Lui si appoggiò allo schienale della sedia, un sorriso sardonico gli increspava le labbra. «Comunque, se cambi idea, io sono qui.» Uscii dall'ufficio come un automa, il cuore che mi batteva all'impazzata contro le costole, il respiro corto e affannoso. L'aria nel corridoio mi sembrava gelida, nonostante il calore del mio corpo in fiamme. Le sue parole mi ronzavano nella testa, un'eco disgustosa. Quella sera, la cena fu un pasto silenzioso, ogni boccone un macigno. Piero notò la mia agitazione, il mio silenzio innaturale. «Cos'è successo, Irma?» chiese, la sua voce dolce, preoccupata. Gli raccontai tutto, le parole che uscivano dalla mia bocca come un fiume in piena, intrise di rabbia e umiliazione. Lui ascoltò, il suo viso si contraeva, le sue mani si stringevano in pugni. All'inizio, la sua reazione fu quella che mi aspettavo, un'esplosione di rabbia pura. «Quel bastardo! Lo vado a prendere a calci nel culo!» Ma poi, a letto, sotto il velo rassicurante delle coperte, mentre il buio della notte inghiottiva le nostre paure, il discorso tornò a galla, come un sasso che riemerge dall'acqua torbida. Le sue braccia mi strinsero, il suo respiro caldo sul mio collo. «Certo che centocinquanta euro... farebbero comodo, Irma.» La sua voce era bassa, roca. Il suo tocco sulla mia pelle accese un altro tipo di calore, confuso, torbido. «E poi... a te lui è sempre piaciuto, no?» Non risposi, ma il suo tocco si fece più insistente, le sue dita accarezzarono la mia coscia. «Se vuoi... puoi scoparlo.» Le sue parole mi trafissero, il loro peso inaspettato mi lasciò senza fiato. Rimasi sveglia tutta la notte, le sue parole e quelle di Antonio che si mescolavano in un coro assordante. Centocinquanta euro. L'affitto, la spesa, le medicine per mia madre. Il volto di Piero, stanco, provato. Il mio stesso volto, riflesso nello specchio, segnato dalle preoccupazioni. Il corpo di Antonio, la sua proposta indecente. La mia dignità. Il bisogno. Una lotta silente si consumava dentro di me. All'alba, la decisione si era cristallizzata, dura e fredda come il ghiaccio. Non era una vittoria, non era una resa completa, era una scelta dettata dalla disperazione. Prima di uscire di casa, la mattina dopo, le mie mani tremavano mentre salivo nel ufficio di Antonio. «Accetto,» dissi, la voce piatta, priva di emozione. Un sorriso soddisfatto si disegnò sul suo viso. «Brava ragazza, Irma. Ti aspetto. Tieni,» aggiunse, «cento euro. Comprati una bella lingerie nera. Domani sera, finito il lavoro, sali. Solo con il grembiule e la lingerie.» La busta con i soldi mi bruciava in mano. Cento euro per l'anima, per la vergogna. Comprai la lingerie, un pizzo nero, sottile, che sembrava quasi non esserci. Ogni fibra di quel tessuto mi ricordava il patto, il prezzo. «Piero, domani arrivo più tardi,» dissi quella sera, la voce che mi tradiva con un leggero tremore. «Scopo con Antonio.» Lui mi guardò, i suoi occhi scuri, indecifrabili. Un misto di rassegnazione e, forse, curiosità. «Va bene,» rispose, la voce roca. «Poi mi racconti tutto.» Il giorno dopo, le ore si trascinarono, ogni minuto un'eternità. Il grembiule da lavoro mi sembrava una corazza, eppure sapevo che presto sarebbe caduto. Il profumo del detersivo, l'odore di carta e inchiostro, tutto sembrava acuirsi, i miei sensi in allerta. Quando l'ultimo collega uscì, il silenzio piombò sull'ufficio, un silenzio denso, carico di attesa. Il mio cuore batteva all'impazzata, un tamburo impazzito. Emozione o spavento? Non lo sapevo, forse entrambi, un cocktail velenoso di adrenalina e paura. Salii le scale, il respiro corto, il pizzo nero che mi sfiorava la pelle sotto l'uniforme. La porta dell'ufficio di Antonio era socchiusa. La spinsi. Lui era lì, in piedi, le mani nelle tasche dei pantaloni, uno sguardo famelico nei suoi occhi. Non appena varcai la soglia, mi afferrò per i fianchi, tirandomi contro il suo corpo. La sua bocca si schiantò sulla mia, la lingua calda e umida che si insinuava con forza tra le mie labbra, un assalto improvviso che mi privò dell'aria. Il sapore del suo alito, menta e caffè, mi invase. Le sue dita veloci scivolarono sul mio grembiule, sbottonando i bottoni uno dopo l'altro con una destrezza sorprendente. Il tessuto scivolò a terra, un mucchio informe ai miei piedi, lasciandomi esposta nella lingerie nera. Il suo sguardo si posò su di me, un'estasi dipinta sul suo viso. I suoi occhi divorarono il mio corpo, soffermandosi sul pizzo che a malapena copriva i miei seni. «Che ben di Dio,» esclamò, la voce roca, quasi un ringhio. Le sue mani si mossero rapide, afferrando il bordo del reggiseno, strappandolo via con un gesto deciso. Il pizzo si staccò, rivelando la pienezza dei miei seni, i capezzoli già turgidi per l'eccitazione e la tensione. La sua bocca si avventò sul mio seno destro, succhiando con avidità, la lingua ruvida che giocava intorno al capezzolo, tirandolo, pizzicandolo. Un gemito sfuggì alle mie labbra. Poi passò all'altro, alternando, succhiando, mordicchiando delicatamente, finché entrambi i miei capezzoli non furono duri e dolenti, pulsanti di desiderio. Le sue mani scesero, accarezzando la curva del mio ventre, poi si spinsero più in basso, verso il triangolo scuro di pizzo che copriva la mia intimità. Le sue dita si infilarono sotto il tessuto, accarezzando la pelle liscia della mia inguine, completamente depilata. Non avevo mai avuto una sensazione così diretta, così cruda. Mi sollevò, i miei piedi che lasciavano il pavimento, e mi fece sdraiare sul divano in pelle dell'ufficio, il materiale freddo contro la mia pelle nuda. Le mie gambe si aprirono quasi da sole, un invito silenzioso. Lui si inginocchiò di fronte a me, il suo sguardo fisso sulla mia figa. Il pizzo fu strappato via, senza alcuna delicatezza, e la mia vulva si espose completamente al suo sguardo. Le mie labbra erano già gonfie, umide, pulsanti. La sua testa si abbassò, e la sua lingua calda e umida si posò sul mio clitoride. Un brivido mi percorse tutta, dalla testa ai piedi. Iniziò a leccare, con un ritmo lento e metodico all'inizio, poi sempre più veloce, sempre più intenso. La sua lingua si insinuava tra le mie grandi labbra, esplorando ogni piega, ogni angolo, succhiando con forza il mio clitoride, spingendolo verso l'alto. Il suo respiro caldo contro la mia pelle, il suono umido della sua lingua che lavorava, mi fece contorcere sul divano. Ansimavo, le mani strette sui cuscini, la testa gettata all'indietro. Il desiderio mi aveva afferrato con artigli d'acciaio, strappando via ogni residuo di vergogna o esitazione. Ero completamente sua, in quel momento. La sua lingua si fece più profonda, spingendosi nell'apertura della mia vagina, in un movimento lento e penetrante, poi si ritraeva, per poi tornare a spingere. Sentii il mio corpo tendersi, un orgasmo che si avvicinava, un'onda impetuosa che si stava formando. Le mie gambe tremavano, il mio bacino si sollevava, cercando di spingersi contro la sua bocca. Un gemito strozzato, poi un urlo che mi si bloccò in gola. Il mio corpo si contrasse in uno spasmo violento, un'esplosione di piacere che mi fece vedere stelle e colori. Il mio orgasmo, il primo, mi lasciò senza fiato, tremante, il corpo molle e pesante. Lui continuò a leccare per un altro minuto, assaporando ogni goccia del mio piacere, finché non mi sentii completamente svuotata, ma già pronta per altro. Si sollevò, il suo sguardo ancora una fiamma. Si slacciò i pantaloni, il suono del tessuto che scivolava amplificato dal silenzio dell'ufficio. I miei occhi si spalancarono quando vidi il suo cazzo. Era enorme, un tronco massiccio, pulsante, con la cappella viola e lucida che sembrava un fungo troppo grande per la mia bocca, figuriamoci per la mia figa. Un pensiero di panico mi attraversò la mente: "È troppo grosso." Ma era troppo tardi. Lui si posizionò tra le mie gambe, il suo cazzo turgido che sfiorava le mie labbra umide. La cappella si appoggiò all'ingresso della mia vagina, premendo delicatamente. Sentii una leggera pressione, poi un dolore acuto ma piacevole, mentre la punta iniziava a farsi strada. Stringevo le mani sui cuscini, il respiro corto. Lentamente, centimetro dopo centimetro, la sua cappella si inseriva, dilatandomi con una forza che mi sembrava incredibile. Un lamento sfuggì dalle mie labbra. Il dolore si mescolava a un'eccitazione bruciante, un'emozione nuova, selvaggia. Poi, con una spinta decisa, entrò tutto. Un grido mi sfuggì, un mix di dolore e puro, animalesco piacere. Il suo cazzo riempiva ogni spazio, stirandomi, allargandomi in un modo che non avevo mai provato prima. Il mio corpo si adattò, le mie pareti vaginali che lo stringevano con una forza inaudita. Lui iniziò a muoversi, un ritmo lento all'inizio, poi sempre più profondo, sempre più veloce. Ogni spinta mi portava al limite, il suo bacino che si schiantava contro il mio, un suono umido e carnale che riempiva l'aria. «Sì... sì! Spacca... spaccami tutta!» Le parole mi uscirono dalla bocca, un incitamento che non sapevo di avere dentro. Le mie unghie si conficcarono nel divano, le mie gambe si strinsero intorno al suo corpo, tirandolo più in profondità. Le sue spinte si fecero più feroci, il suo fiato pesante sul mio collo. Sentivo il suo cazzo che mi batteva contro la cervice, un colpo sordo e ripetuto che mi mandava in estasi. I gemiti, gli ansimi, i suoni della carne che si sbatteva, tutto si fuse in una sinfonia proibita. Mi scopava senza tregua, senza pietà, per un'ora intera. Il tempo si era dissolto, esisteva solo il ritmo dei nostri corpi che si univano. Sentii una nuova ondata di piacere salire, più intensa, più devastante della prima. Il suo cazzo pulsava dentro di me, pompando, riempendomi. Poi, con un grido rauco, sentii il suo corpo irrigidirsi, e un getto caldo e denso mi inondò l'interno. Il suo sperma mi riempì, una sensazione vischiosa e appiccicosa che si mescolava al mio stesso umore. Si ritirò per un momento, il suo respiro affannoso. Poi, senza preavviso, ricominciò, le sue spinte più lente, più profonde, preparando il terreno per un secondo round. La mia figa, già intorpidita e dolorante, si rianimò, il desiderio che risorgeva dalle ceneri. Mi penetrò di nuovo, e il dolore iniziale fu subito sopraffatto dal piacere. Questa volta, l'orgasmo arrivò più velocemente, un'esplosione di sensazioni che mi fece inarcare la schiena, le mie grida che si perdevano nel silenzio dell'ufficio. Lui mi seguì poco dopo, un secondo getto caldo che mi riempì ancora una volta. Ansimante, distesa sul divano, le gambe tremanti e la figa dolorante ma soddisfatta, lo guardai. Lui si tirò su, il suo cazzo ancora turgido ma leggermente più morbido, sporco del mio umore e del suo sperma. Mi guardò, il suo sguardo famelico ancora acceso. «Irma, sei proprio una porca,» disse, un sorriso soddisfatto sulle labbra. «Dai, ci vediamo domani. I soldi sono sulla scrivania» Mi lasciò lì, stesa, esausta, con il corpo che pulsava e l'odore di sesso che mi impregnava la pelle. Mi vestii lentamente, ogni movimento un ricordo bruciante di ciò che era appena accaduto. Quella sera, a letto con Piero, la sua curiosità era palpabile. Le sue mani mi accarezzavano, la sua voce bassa, quasi un sussurro. «Allora? Racconta tutto.» Raccontai, le parole che uscivano dalla mia bocca con una facilità sorprendente. Descrivevo ogni dettaglio, ogni sensazione, ogni spinta. Mentre parlavo, Piero si eccitava, il suo respiro si faceva più pesante, le sue mani più audaci. Si sollevò su di me, il suo cazzo già duro che premeva contro la mia coscia. «E il suo cazzo... com'era?» chiese, la voce roca di desiderio. «Più piccolo del tuo,» risposi, la menzogna mi scivolò via dalle labbra con una facilità sconcertante. In realtà, quello di Antonio era un mostro, ma in quel momento, volevo solo che Piero si sentisse l'unico uomo per me. «E poi... mentre lo facevo, pensavo a te.» Un'altra menzogna, ma necessaria. Lui mi penetrò, le sue spinte decise, il suo corpo che si muoveva contro il mio. Il piacere era diverso, più familiare, più dolce. Ma mentre lui mi scopava, con la sua foga e il suo amore, la mia mente vagava. Non pensavo a lui, non in quel momento. Pensavo a quel cazzone di Antonio, a come mi aveva sfondata, a come mi aveva riempita, a come mi aveva trasformata in una porca. E una parte di me, la parte più oscura e segreta, si sentiva stranamente, terribilmente, appagata.
Generi
Argomenti