L’aveva portata sul suo letto come un’offerta a un altare profano. Dopo la furia e la passione travolgente che avevano consumato ogni angolo della casa, era giunto il momento della calma e della dolcezza. I corpi ancora ardenti si cercavano nel buio con la familiarità di amanti antichi, come se le loro pelli conservassero la memoria tattile dell’altro anche senza vedersi.
Accarezzarsi, baciarsi, rotolare sul letto; tutto avveniva con lentezza misurata, in un’atmosfera dove i rumori esterni arrivavano ovattati, come se il mondo avesse rispettosamente abbassato il volume per lasciarli soli con i loro respiri e sussurri.
Avevano fatto l’amore lentamente, gustando ogni singolo movimento come sommelier del piacere. Ogni sfioramento era una nota in una composizione che solo loro potevano ascoltare. Erano scivolati da una posizione “canonica” all’altra con la fluidità dell’acqua che trova il suo percorso tra le rocce. Avevano iniziato con lui sopra, l’amante che sovrasta e conquista, e dopo mille cambiamenti e variazioni avevano finito con lei sopra, dea che domina e concede. Finalmente esausti, ogni briciola di energia fisica e psichica consumata come legna nel fuoco, erano scivolati nel sonno talmente in fretta che i loro sessi erano rimasti uniti, un ponte di carne tra due continenti di incoscienza. Questo aveva causato una continua e casuale stimolazione dell’uno sull’altra, un dialogo involontario tra corpi che rifiutavano di separarsi anche nell’oblio.
Durante le fasi di sonno, per qualsiasi uomo sano, le erezioni sono normali, meccanismi autonomi del corpo che marca il territorio dei sogni. Ma quella notte, le erezioni di Dago avvenivano nella figa di Roberta. Quando nel sonno quel membro tornava a riempirla, gonfiandosi dentro di lei come una marea che sale, il suo subconscio iniziava a creare sogni erotici di una vivezza sconvolgente. Un misto tra quanto era realmente accaduto e le fantasie ancora latenti che si agitavano come belve in gabbia nella parte più oscura della sua mente. Il suo corpo iniziava a vivere un sonno agitato, movendosi su quel cazzo da “sogno” fantasticando movimenti di focosa intimità.
Dal canto suo, Dago aveva sogni piuttosto agitati, pieni di immagini altamente erotiche, frammenti di desiderio che lo visitavano come quando era ragazzino, prima che la mente adulta imparasse a censurarsi. Il sogno prendeva conformazioni sempre più realistiche, scene che si solidificavano dall’astratto al concreto come acqua che congela. L’erezione poteva anche essere involontaria, un riflesso biologico, ma le sensazioni sembravano maledettamente reali. Nel sogno gli sembrava che una donna lo stesse montando, muovendosi lentamente, quasi impercettibilmente, su e giù. Sentiva il proprio corpo appesantito dal sonno e dalla stanchezza ma il cervello riceveva stimoli tali da riuscire di tanto in tanto a scuoterlo, a imprimergli una spinta violenta e improvvisa, come un nuotatore che riemerge per un istante prima di tornare negli abissi.
Solo a mattina inoltrata l’ennesima erezione, questa più potente, più imperiosa delle precedenti, riuscì a strappare Roberta dal torpore del sonno. Tra sogno e realtà, il suo corpo si svegliò prima della mente, ogni terminazione nervosa già pienamente consapevole di quella presenza aliena e familiare che pulsava dentro di lei. I recettori della sua figa mandavano segnali frenetici al cervello ancora annebbiato: cazzo, duro, dentro, pieno, adesso.
La sua coscienza emerse dall’oblio come un’onda che si forma e cresce lentamente, mentre la figa – quella creatura indipendente con volontà propria – già si contraeva ritmicamente intorno all’intruso gradito, stringendolo, massaggiandolo, invitandolo a restare. La sua carne interna, umida e gonfia, formava un guanto caldo e avido attorno all’asta che la occupava, stabilendo un dialogo silenzioso con essa.
Insonnolita e deliziosamente indolenzita, Roberta mantenne gli occhi chiusi, prolungando quel limbo tra essere e non essere. Il mattino filtrava attraverso le palpebre in una luce rossastra, e lei si mosse piano – un millimetro su, un millimetro giù – per calibrare la realtà. Cazzo, sì. Carne viva, pulsante. Un animale caldo che respirava dentro la sua figa, che viveva lì come se avesse trovato casa.
Il pene di Dago si era svegliato da un pezzo, ignorando la coscienza assopita del suo proprietario. Eretto con una durezza anomala, quella tipica delle erezioni mattutine quando la vescica è piena e il sangue si concentra, occupava la figa di Roberta come un conquistatore che reclama territori già esplorati.
Dago invece galleggiava ancora tra i vapori del sonno. La sua mente era un acquario torbido in cui nuotavano fantasie frammentate, incoerenti, ma tutte intrecciate al corpo di lei. Il cervello mandava segnali confusi, ma il cazzo sapeva esattamente cosa fare, dove essere. Quella parte di lui, la più antica, la più sincera, aveva una saggezza propria, un cervello autonomo che non aveva bisogno di altro per funzionare.
Roberta iniziò a muoversi con maggiore consapevolezza, ma ancora con cautela studiata. Scoprì che poteva alzarsi leggermente, fino a sentire la corona del glande allargarle le labbra interne, per poi riabbassarsi, inghiottendolo fino alla base, dove i peli pubici ruvidi le pizzicavano la carne tenera. Su e giù. Fuori e dentro. Un’estrazione lenta seguita da un’occupazione totale. Ogni volta che si abbassava, sentiva la sua sacca scrotale, morbida e pesante, sfiorarle il culo.
La sensazione di scoparlo mentre dormiva, di rubare un piacere non espressamente offerto, le provocò un fiotto di umori che inondò l’asta. Si sentiva una ladra, una predatrice notturna che si appropria di ciò che desidera nella penombra dell’incoscienza altrui. La sua figa, già gonfia per le ore di penetrazione notturna, reagiva con un’ipersensibilità quasi dolorosa. Le pareti interne, leggermente abrase e gonfie, mandavano impulsi esagerati al cervello ogni volta che l’asta le sfregava.
Doveva trattenere ogni gemito, ogni sussulto, imporre un rigido controllo a ogni movimento. Le sue cosce tremavano per lo sforzo di mantenere quel ritmo lento, metodico, mentre il bacino bramava di scatenarsi in spinte frenetiche. Il suo clitoride, gonfio e sporgente, sfregava contro il pube di lui ad ogni discesa, aggiungendo un ulteriore strato di piacere che minacciava di farla gridare.
Dalla figa percepiva scosse elettriche che si irradiavano a ondate concentriche. Il ventre si contraeva in spasmi involontari. La corrente di piacere saliva lungo la spina dorsale, un serpente elettrico che si arrampicava vertebra dopo vertebra fino a esplodere nel cervello in lampi bianchi. Era sempre più difficile mantenere quel controllo, quel silenzio necessario a preservare il fragile equilibrio tra il dormiente e la ladra di piacere.
Il respiro di Dago si era fatto più irregolare. Il sonno REM stava cedendo il passo a un dormiveglia pericoloso. Il suo corpo reagiva: lievi contrazioni del bacino, un accenno di spinta verso l’alto quando lei scendeva. Il suo cazzo sembrava aver aumentato ancora di volume, raggiungendo dimensioni che sfidavano i confini elastici della vagina infiammata di Roberta. Le vene dell’asta sporgevano come rilievi percepibili contro le sue pareti interne.
L’eccitazione di Roberta cresceva esponenzialmente, non solo per la stimolazione fisica ma per quel gioco perverso di potere e sotterfugio. Una parte del suo cervello fantasticava sulla possibilità che lui venisse dentro di lei senza mai svegliarsi, donandole il suo seme inconsapevolmente, in un atto involontario che aveva qualcosa di sacro e animale insieme. Voleva cogliere quella sborra come si coglie un frutto maturo: un raccolto non espressamente offerto ma naturalmente disponibile. Per la prima volta non doveva preoccuparsi del piacere di lui, dei suoi desideri, delle sue aspettative. Il cazzo la serviva senza che il suo proprietario lo sapesse, strumento separato dalla volontà.
