il violentatore seriale

sandra
13 hours ago

La ragazza era molto bella, bionda, capelli lunghi ondulati, alta, un bel seno ed un culetto alto e pareva sodo, doveva avere circa 25 anni, faceva la commessa, viveva sola, l’aveva seguita per due settimane, quella sera sarebbe stata quella giusta.

Spinse il pulsante del citofono

-          Chi è?

-          Buonasera, devo consegnare dei fiori

-          Salga, terzo piano

Era un bel mazzo di rose rosse, una dozzina

-          Belle, chi le manda?

-          C’è un biglietto signorina

Lei fa per prenderli, un pugno ben assestato alla tempia e crolla svenuta, chiudo la porta, lascio i fiori su una consolle nell’ingresso, nel soggiorno trovo quello che mi serve, una sedia robusta. La rovescio all’indietro e con le fascette e le corde che ho nello zaino la lego dopo averla spogliata, sì, il culetto è bello sodo come pensavo, è in posizione, è ancora svenuta, le apro la bocca e ci infilo il mio cazzo, la scopo praticamente in bocca finchè è bello duro, poi le metto un pezzo di nastro davanti alla bocca, si sta risvegliando, stando dietro di lei  mostro il coltello, la sento tremare, lacrime le rigano le guance, mia piace quando piangono, mi eccita la cosa, ha una bella figa depilata, le allargo le grandi labbra con due dita, ci infilo l’uccello con un unico affondo, è stretta come piace a me, comincio a scoparla con forza, dapprima lentamente e profondamente, poi sempre più veloce, sento che singhiozza mentre la riempio con il mio sperma caldo, devo farmi un caffè, in cucina ha una macchinetta automatica a cialde, la accendo per farla scaldare, si, non è male, una buona miscela, la guardo legata mentre sorseggio il caffè, davvero un bel culo, le allargo le chiappe e, nel solco, faccio strisciare il mio cazzo che ricomincia ad indurirsi, lei sta pisciando sul tappeto, pioggia dorata, scuote la testa facendo cenno di no mentre le allargo ancora le chiappe e punto il mio cazzo al suo buchino posteriore, non sembra sia mai stato violato, comincio a spingere, lei si irrigidisce mentre la penetro, le sussurro di sciogliersi, le farà meno male, ma in effetti non mi importa, comincio a scoparla nel culetto, devo trattenermi, non voglio venire troppo in fretta, anche lei sta godendo, è una reazione naturale, mentre la scopo la sculaccio, la mia sborra irrompe come una valanga nel suo sfintere, è stato estremamente piacevole, avevo lasciato la macchinetta accesa, mi faccio un altro caffè, sempre da dietro controllo i legami poi mi rivesto, riprendo le mie rose e me ne vado.

La ragazza è a letto in una stanza singola della Clinica Mangiagalli, un poliziotto fuori alla porta, l’ispettrice Laura Bonvini la sta interrogando, aiutandola a ricordare, le hanno già fatto il kit antistupro ricavandone il DNA, poi l’hanno visitata, solo qualche escoriazione interna, un bernoccolo e i segni delle fascette e delle corde, che passeranno presto, non ricorda molto, solo il fatto che l’uomo aveva un cappellino da baseball ed era molto alto, lei dice quasi due metri, ricorda il coltello, grande, con la lama seghettata e nient’altro, l’ispettrice pensa di riprovare tra un paio di giorni, magari salterà fuori qualche altro particolare, in casa nessuna impronta particolare, nel lavandino due tazzine da caffè ma senza nessuna impronta utile, se ci aveva bevuto il DNA l’avevano già.

Laura era in polizia da 10 anni, aveva 32 anni, mai sposata se non con il suo lavoro, si occupava di crimini sessuali da 5 anni, per la maggior parte ad opera di extracomunitari o di familiari, questo però era un criminale metodico, non agiva per un impulso, non sarebbe stato facile, nonostante il DNA catturarlo.

Era stata una giornata pesante, tante consegne con il suo furgone, girando per uffici ed aziende veniva a sapere molte cose sulle persone che incontrava, bastava tenere le orecchio aperte, aveva adocchiato una bella rossa con i capelli corti e un fisico da urlo, aveva un fidanzato che lavorava come DJ in una discoteca, prendeva la metropolitana per andare e venire dal lavoro, viveva in periferia in zona Ripamonti, tutti i giorni prendeva prima il tram 24 e poi la metro all’andata, viceversa al ritorno, seguendola mentre faceva la spesa il sabato aveva scoperto che aveva un gatto, la sua era una vecchia casa singola con il portoncino su strada, dai suoi sopraluoghi aveva visto che nell’arco di 500 metri da tutti i lati non c’erano telecamere, avrebbe comunque coperto la targa della moto.

Aveva comprato una scatola di orchidee, gli piacevano i fiori, suonò il campanello, lei gli aprì in tuta da ginnastica

-          Sì? Mi dica

-          Dei fiori per lei signorina

Un sorriso le si allargò sulla faccia

-          Grazie

-          Mi servirebbe una firma

-          Certo, ha una penna?

-          Eccola

-          Aspetti, prendo la borsa

Appoggiò la scatola su una sedia e staccò una borsa da un appendiabiti nell’ingresso, lui fece un passo verso l’interno, si guardò alle spalle e, quando lei gli si avvicinò con il borsellino in mano la colpì alla tempia, crollò subito a terra, chiuse la porta a chiave e la trascinò in soggiorno, trovò una sedia molto robusta e ce la legò dopo averle tolto la tuta e la biancheria, una leggera peluria rossa le incorniciava la figa, qualche lentiggine sul seno, le aureole dei capezzoli larghe su un seno pieno e sodo, secondo il suo modus operandi, le mise l’uccello in bocca scopandola fino a quando divenne abbastanza duro, poi le mise il nastro davanti alla bocca, al risveglio lei non pianse, si dimenò cercando di liberarsi e lui le mostrò il suo coltello, si calmò subito, passandole la lama sulla guancia e poi sul seno la sua eccitazione crebbe, adesso era pronto, la penetrò nella figa con forza, era sempre stato fiero del suo uccello grosso e nodoso, del resto era in linea con il suo fisico, era alto un metro e novantacinque per novanta chili di peso, lei ebbe un orgasmo dopo una decina di minuti che la stava scopando, lui resistette ancora qualche minuto prima di riempirle la vagina con la sua sborra, poi si guardò intorno, niente macchinetta automatica del caffè, trovò però una moka in uno sportello di un pensile, dopo qualche secondo di ricerca trovò anche il caffè, una buona miscela, Kimbo, mentre aspettava la accarezzò, la schiena, il sedere, le cosce, aveva davvero un bel fisico, probabilmente faceva ginnastica, il caffè era ottimo, le mise un dito nel sedere, lei ebbe uno spasmo, continuò mettendone due, non era la prima volta per lei, avrebbe voluto continuare per vedere se riusciva ad infilarci tutta la mano ma ormai aveva il cazzo pronto, preferiva scoparla penetrandola con quello, le mani che la stringevano forte sulle spalle e i suoi affondi violenti e profondi, passandole le dita sulle guance scoprì le lacrime, non erano di paura ma di dolore, ancora più eccitante, stavolta il suo sperma finì sulla sua schiena e lei ebbe un secondo orgasmo, se avesse avuto tempo l’avrebbe scopata ancora, il caffè ormai era tiepido ma lo bevve lo stesso, poi si rivestì, infilò anche il casco, riprese le orchidee che appena uscito mise nel bauletto della moto e partì.

La ragazza si chiamava Silvia, era stata liberata dal fidanzato che era passato da lei prima di andare al lavoro in discoteca, non voleva andare in ospedale ma ce la portarono lo stesso, nei giorni successivi scoprirono che il DNA era lo stesso di due settimane prima, era un violentatore seriale, non sapevano molto di lui, se non che era alto, questa volta aveva un casco da moto in testa, quindi girava con quella e usava i fiori come scusa, chissà, magari gli piacevano, ancora nessuna impronta utile in casa.

Sapevano che aveva usato delle orchidee e girarono i fiorai della città per trovare il negozio dove le aveva comprate, lo trovarono dopo tre giorni ma aveva il casco in testa quando le aveva comprate, guardarono le telecamere in zona per vedere di individuarlo con la moto ma niente da fare, ancora nulla di fatto.

Dopo 5 mesi e un'altra decina di ragazze stuprate Laura era ancora in alto mare nessun nuovo indizio, i superiori la stavano pressando, una giornalista aveva annusato la notizia e aveva pubblicato un paio di articoli, la cosa aveva aumentato la pressione su di lei anche perché era stato fatto il suo nome.

L’ultima vittima fu proprio la giornalista del Tempo, il violentatore si stava prendendo gioco di lei e della polizia la sua depressione aumentò.

Ci furono due mesi di stasi, nessun nuovo caso, la cosa fu positiva perché non ci furono nuove vittime e lei continuò ad occuparsi di altri casi che risolse brillantemente.

I suoi genitori avevano comprato una villetta a schiera ad Opera, vicino Milano, aveva un bel giardinetto sia davanti che sul retro, nonostante la vicinanza alla città era la sua oasi di tranquillità, la domenica andava a correre fino ad arrivare al golf di Noverasco e ritorno, si teneva in forma così, era appena tornata, dopo la doccia, in accappatoio, si stava godendo un calice di chardonnay ascoltando un disco di Nina Simone, qualcuno suonò il campanello, chissà chi rompeva la domenica prima di pranzo, al cancello un uomo con un cappellino da baseball e dei volantini in mano, gli aprì per farlo arrivare al portico davanti alla porta d’ingresso, non poteva uscire così in accappatoio

-          Buongiorno, mi dica

-          Mi perdoni, ho perso il mio cane, sto distribuendo dei volantini, magari l’ha visto

-          Mi faccia vedere anche se non ho visto cani da soli in giro

Un colpo forte alla testa, forse con uno sfollagente, cadde a terra svenuta, l’uomo chiuse la porta trascinandola all’interno, in soggiorno solo poltroncine imbottite, niente sedie, la portò in camera da letto, dovette usare delle corde per legarla alla testiera del letto, le caviglie ai piedini alla base, non c’era pediera, il suo corpo appoggiato con la pancia al materasso con le gambe che toccavano terra, l’accappatoio buttato sul letto, lui le mise anche del nastro sugli occhi perché sopra la testiera c’era un grande specchio, la poliziotta non era niente male, si sarebbe divertito, le passò l’uccello sulle labbra ma prima che potesse metterglielo in bocca lei dette segni di risveglio, allora le mise del nastro anche sulla bocca e tirò fuori il coltello dalla borsa, non poteva farglielo vedere, aveva gli occhi bendati, allora le sussurrò all’orecchio mentre le passava la fredda lama sul corpo nudo

-          Lo senti il mio coltello? Potrei affettarti cominciando dai capezzoli, non vuoi che lo faccia vero?

Lei scosse la testa, proprio a lei, a casa sua, non aveva paura, solo la rabbia cresceva in lei, sentiva la lama percorrere il suo corpo, passare sulle sue cosce, qualcosa la penetrò leggermente, doveva essere l’impugnatura, poi fu la volta del cazzo dell’uomo che, invece, affondò dentro di lei fino in fondo, le mancò il respiro tanta fu la violenza dell’affondo, poi cominciò a scoparla con la stessa veemenza, era steso sulla sua schiena e le stringeva i seni tormentandole i capezzoli che, anche se non voleva erano diventati durissimi e gonfi, sentì il suo sperma caldo inondarle la vagina unendosi al suo orgasmo, poi rimase immobile quando lui si sollevò dalla sua schiena, qualche minuto di silenzio, nessun rumore, sapeva che non se n’era andato

-          Ho trovato un bel cetriolo nel tuo frigo, facciamo un gioco?

Si sentì penetrare di nuovo, era freddo e duro, lui lo manovrava avanti e indietro, poi lo lasciò piantato nella sua figa e lei sentì le sue mani che allargavano le sue chiappe e poi un dito che si infilava nel buchino

-          Uhhh non l’hai mai fatto, beh, adesso provvediamo

Sentii il suo uccello premere contro il buchino del suo sfintere forzandolo ad allargarsi, le lacrime rigarono il suo volto per il dolore mentre la penetrava, poi la scopò con violenza, ad un certo punto le strappò il nastro dalla bocca e lei l’aprì per respirare, un primo schizzo le colpì il palato seguito da un fiume di sperma, le stava premendo i lati del naso con le dita costringendola a deglutire ed ingoiare il suo nettare, poi le rimise il nastro sulla bocca, le tolse il cetriolo dalla figa e sentì la sua lingua che cominciava a leccarla, poi due dita le si infilarono dentro mentre con veloci colpi della punta della lingua solleticava il suo clitoride, smise quando lei venne di nuovo con un orgasmo impetuoso, ma era di nuovo eccitato e ricominciò a scoparla con il suo uccello grosso e nodoso.

Poi tutto finì, in lontananza sentì dopo qualche minuto una moto allontanarsi e chiuse gli occhi singhiozzando.

Tirò le corde fino al punto di spaccare la testiera del letto e riuscì a sciogliersi togliendo anche il nastro dalla bocca e dagli occhi, poi si ficcò sotto l’acqua calda della doccia sedendosi sul piatto, rimase lì fino a quando l’acqua dello scaldabagno finì e divenne fredda, non avrebbe detto a nessuno quello che era successo lì ma avrebbe continuato a cercarlo, solo che adesso, arrestarlo non le sarebbe più bastato.