La direttrice diede inizio all’asta chiedendo chi volesse offrire per la “mamma”. La “mamma” era una donna dal caschetto biondo cenere, gli occhi verdi e il fine naso a punta. Non ci pensò due volte la direttrice a cacciarle fuori dal vestito verde due grosse mammelle fuori misura dall’ampia aureola rosa, dopo pochi instanti per godersi gli scroscianti applausi prese a strizzarle un capezzolo e schizzarono abbondanti fiotti di latte. Ecco spiegato il nome della carta. Questa volta la vampata di calore si trasmise troppo rapidamente dalla fica alla testa di Virginia, a malapena resistette alla tentazione di toccarsi lei stessa un capezzolo, Nonostante i piccoli seni aveva dei bei capezzoli di cui era sempre andata segretamente orgogliosa.
La direttrice si divertì per alcuni minuti a far ballare quelle grosse tette e tirarle fuori altri schizzi di latte; la “mamma” sembrava sollevata come se ogni schizzo di latte strappatole le levasse un peso. La carta venne venduta a un grassoccio ometto dai tratti orientali per 2.000 euro. Toccava all’uomo-cavallo: si fece avanti un ragazzo dal fisico asciutto e le spalle strette, portava una maschera da cavallo. La maschera non era però la ragione dietro il nome della carta. Virginia strabuzzò gli occhi quando notò il cazzo che le mutande di quel ragazzo non riuscivano a contenere; la sorpresa fu maggiore quando la direttrice gli abbassò i boxer: il pene era floscio e raggiungeva i 20 centimetri. La maialona della direttrice non attese neanche gli inviti a farlo del pubblico, prese a segarlo: sotto la sua mano il cazzo acquistava consistenza e grosse vene decorarono l’asta.
Virginia si ricordò dell’unico mese in cui aveva preso lezioni di equitazione. A fine lezione la curiosità era sempre troppa e provava ogni volta a misurare con lo sguardo il membro equino. “Peccato -disse fra sé e sé - aver rinunciato all’equitazione”. Comunque, non c’era molta differenza tra il membro equino del suo ricordo e il lungo cazzo che la maialona doveva segare ora a due mani. “Per dimostrare cosa, poi? Ingorda”. Virginia non ce la faceva più: troppo caldo, la mente annebbiata, la fica che sbavava. “Non mi vedrà nessuno, non mi può vedere nessuno”. Si portò una mano sul seno sgusciando sotto il sottile tessuto della camicetta bianca già sbottonata, l’altra mano seguitò a sbottonare rapidamente il pantalone nero; attratto dalla gravità il pantalone si afflosciò intorno alle caviglie, finalmente la destra poteva facilmente eludere la sorveglianza troppo blanda delle mutandine e raggiungere l’agognato clitoride.
L’uomo-cavallo fu venduto per 1.200 euro. Prese posto al tavolo di un’elegante signora ingioiellata. L’asta sarebbe proseguita con la “baccante”. La direttrice la presentò mentre con un tovagliolo imbevuto si puliva la sborra dalle mani. La “baccante” era una donna dai capelli castani, i lineamenti del viso dolci e le curve generose; un vestito semi-trasparente le lasciava intravedere senza problemi. Evidentemente nemmeno quella donna era nuova al Mercante in Fiera: non servì l’invito della direttrice, la baccante era inginocchiata a pecora e tirandosi una chiappa verso l’esterno mostrava oscenamente i due orifizi.
“Qualche tavolo deve stappare una bottiglia?” chiese entusiasta la direttrice. Non uno ma diversi tavoli si proposero, quasi tutti avevano conservato una bottiglia di spumante per lo spettacolo. La direttrice afferrò la prima bottiglia che raggiunse il palco e la puntò dritta verso la vagina della “baccante”. Aveva intenzione di fare sul serio? Strappò alla mora un mugugno quando compì un primo goffo tentativo di penetrarla. Era troppo, se ne accorse immediatamente. Le mucose dovevano avere il tempo di adattarsi e gli umori dovevano secernere. Al terzo tentativo la fica cedette e la bottiglia fu dentro fino a metà collo. Ora la “baccante” gemeva con la lingua di fuori come una cagna. Possedeva una fica incredibilmente elastica e larga. Sembrava umanamente impossibile. Aveva il tatuaggio di una mucca sulla chiappa sinistra, sembrava appropriato. Un silenzio di trepidazione e attesa si diffuse per la sala quando la direttrice prese a muovere la bottiglia dentro la fica sfondata; applausi e risate quando la estrasse senza tappo. Un omaccione biondo, probabilmente il bodyguard di un capo mafia, si alzò dalla sedia rivolgendosi alla baccante: “Ben fatto, Paola. Quando fai visita alla tua famiglia dovresti mostrare questa abilità. Il tuo babbo sarà fiero di te”. Risate. Certo, quella donna aveva un nome proprio, una vita privata oltre l’hotel e parenti.
La studentessa non poté fare a meno di immedesimarsi in Paola e la cosa le piacque; i pensieri e le fantasie correvano veloci e conferivano maggior vigore alla mano con cui si sgrillettava. Magari la troia rotta aveva lavorato in passato come cameriera, magari era stata anche lei a un passo dalla laurea prima di ricevere una proposta che non aveva potuto o voluto rifiutare. A Virginia sarebbe piaciuta diventare un sextoy nelle grinfie di un’organizzazione criminale? Assolutamente sì.
Virginia crollò sul pavimento. Seduta a gambe divaricate mentre continuava a sgrillettarsi, aveva raggiunto un orgasmo e subito ne cercava un altro. Si era definitivamente arresa alla libido. Tagliata ormai fuori dalla visuale di ciò che accadeva all’interno della sala non poteva vedere che due uomini si dirigevano verso la porta; due sgherri erano stati allertati dal tonfo. Fu troppo tardi quando la ragazza se li vide addosso; a nulla servirono i tentativi di gattonare via; si sentì sollevata in aria presa in braccio e avvertì una punturina al polpaccio. Le avevano iniettato qualcosa...Si addormentò. Aveva desiderato il destino di Paola, da qualche parte una perversa fatina turchese doveva aver ascoltato la sua supplica.
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