Francesca
Subito dopo la laurea in architettura, partii per gli Stati Uniti per fare qualche esperienza in un territorio nuovo e ricco di interesse; tornai dopo tre anni decisamente carico di iniziativa. Fu allora, circa cinque anni fa, che conobbi Mirella quando io marciavo per i trenta anni e lei ne aveva poco più di venticinque ma già aveva accumulato un invidiabile bagaglio di esperienza.
Infatti, la sua verginità era rimasta, a sedici anni, sul sesso di uno zio trentenne grande donnaiolo; il didietro glielo sfondò un amico di suo padre qualche mese dopo; alla fellatio era stata svezzata sin dai banchi di scuola ed era un’autorità nel farla. Non aveva trascurato di esercitarsi in nessuna delle specialità previste dal kamasutra vulgato ed era in grado di provocare intense emozioni e grandissime eiaculazioni.
Benché conoscessi i suoi precedenti e cosciente, quasi, che una cavallina così non è domabile, quando si imbizzarrisce, decidemmo di metterci insieme e per due anni e qualche mese stemmo anche bene; l’unica condizione che le posi e che le ribadivo quasi quotidianamente era di essere leale; se comunicata opportunamente in anticipo, qualunque trasgressione poteva essere accettabile e superabile.
La violazione di questo fondamentale principio, qualunque tipo di slealtà o di bugia prolungata nel tempo poteva essere motivo di rottura del rapporto. Accettò apparentemente con convinzione, anche se, alla luce dei fatti, non credo che si fosse resa conto a cosa si impegnava. Dopo un anno ancora, circa, decidemmo il grande passo della convivenza.
Prima di deciderlo, ribadii a chiare lettere l’impegno da rispettare e, per cautela, glielo feci sottoscrivere materialmente, addirittura su una ceramica che tenevamo dietro la porta. Ma, sin dai primi momenti, qualche sospetto nacque dai suoi comportamenti; ingenuamente, optai per l’esuberanza caratteriale anziché per l’innata tendenza non tanto ad ingannarmi quanto a fare di testa sua ad ogni costo.
In pratica, mi rendevo sempre più conto che, per reagire a quella che lei considerava una mia imposizione in tutte le forme di vita, cercava ad ogni costo di imporre, anche con scelte e in momenti del tutto sbagliati, la sua presunta prevalenza, o autorità o potere o qualcosa di simile, per arginare o contrastare la mia naturale tendenza a dirigere e pretendere il rispetto delle regole.
Contravvenire rappresentava per lei quasi il modo per affermare la sua esistenza in vita. Ingenuamente, ed anche stupidamente, non si cercò nessun lavoro e visse da mantenuta, dal momento che non aveva completato nessun tipo di studio, non aveva nessuna specifica competenza e non aveva mai cercato di trovarsi un qualsiasi impiego; per evitarle difficoltà future, cercai di sistemare le cose assumendola nel mio studio professionale come archivista di quarta classe.
Ma anche questa fu vissuta come un’imposizione alla sua condotta di vita; per qualche giorno frequentò anche l’ufficio; poi, presa dalla frenesia delle mille cose che si inventava per essere al centro dell’interesse, dimenticò quasi quell’incombenza.
Odiavo quel suo darsi da fare per creare situazioni assurde; l’abitudine ad impegnare un sacco di soldi, miei, naturalmente, per finanziare le sue avventure e quelle dei giovinastri che la circondavano, ma che ci facevano anche sesso, e alla grande; ed infine l’abitudine a svilire tutto quello che mi riguardava per perseguire i sogni suoi e dei suoi amici.
L’episodio più doloroso e che ci portò alla rottura fu la morte di uno dei miei più cari amici di gioventù, Carlo, col quale avevo condiviso tutti gli anni di università, una camera d’affitto in città dove spesso facevo da terzo incomodo tra lui e Francesca, una meravigliosa creatura di cui era pazzamente innamorato e per la quale anche io nutrivo una profonda tacita passione.
La notizia della morte improvvisa di Carlo mi colpì come una mazzata, mentre Mirella stava organizzando coi suoi amici un lungo fine settimana in Francia con l’intento di fare nuove esperienze tra natura e nudismo. Avvertii che non se ne faceva niente e lei andò su tutte le furie, me ne disse di tutti i colori e minacciò di lasciarmi. La invitai per favore ad andarsene avendo cura di lasciare le carte di credito, a mio nome, e di presentarsi regolarmente in ufficio ogni mattina, pena il licenziamento, non essendoci più scuse plausibili per starsene a casa.
Per mesi non volle copulare e non mi rivolse la parola. Non aveva assolutamente senso continuare a convivere, mancando anche l’alibi del sesso; glielo comunicai e, forse su suggerimento di qualcuno dei suoi amici, fece finta di cedere, concedendosi con malagrazia. Fu allora che decisi di incaricare un’agenzia di appurare se mi tradiva e ricevetti un enorme plico che lo documentava. Lo tenni da parte senza mai mostrarlo, ma decisi che era finita.
Il funerale di Carlo fu l’occasione per ritrovare tanti amici che si erano dispersi nel tempo; e verificare che, pur abitando in un’area molto ristretta ed avendo ciascuno raggiunto una posizione notevole nella società, non ci si era incontrati per anni, perdendo quasi il senso di una lunga amicizia. Ma la sorpresa più grande venne da Francesca, la vedova di Carlo, la donna di cui ero stato per anni segretamente innamorato.
Rivederla fu un colpo; non era affatto cambiata e ritrovai in lei tutte le emozioni, tutte le sensazioni, tutti gli affetti che avevo lasciato quando mi ero allontanato, dopo la laurea, per tornare, dopo qualche mese, estraneo alla città ed anche a me stesso. La guardavo incantato, pendevo dalle sue labbra, bevevo ogni suo respiro, ne ero innamorato alla follia. Se ne accorse e mi venne vicino, mi abbracciò con forza e appoggiò la testa tra la spalla e il mento.
Provai un istinto feroce a baciarla e dovetti farmi forza per non commettere il sacrilegio di farlo durante il funerale del marito e mio grande amico.
Quando restammo in pochi, le chiesi notizie di sé; preoccuparsi del suo futuro era un’altra delle incombenze a cui non avevamo fino a quel momento badato; mi rassicurò dicendomi che il progetto su cui io, lei e Carlo avevamo tanto ricamato e sognato si era realizzato; lei aveva la sua boutique di abiti da sposa, che andava bene e le dava largamente da vivere; aggiunse anche che Carlo non l’aveva lasciata a terra e che non doveva preoccuparsi della vita quotidiana.
“Quello che mi manca e mi mancherà sarà l’affetto di Carlo e di coloro che lo hanno convissuto con me!”
Mi guardò con molta intensità. Mi sentii quasi in dovere di rassicurarla che ci sarei sempre stato per lei, come era stato per il passato, quando ero presente anche solo per fare da testimone al suo amore con Carlo. Mi disse che avrebbe gradito che la frequentassi il più spesso possibile; per una straordinaria coincidenza, il mio studio era sull’altro lato della piazza dov’era la sua boutique.
A quel punto, la scelta di Mirella, di tagliare i ponti con me, specialmente sul piano dell’intimità, diventò l’alibi per innamorarmi definitivamente di Francesca. Il giorno seguente riattivai i locali seminterrati dello studio, dove all’inizio della strutturazione avevo realizzato una garconnière; ne ricavai un piccolo appartamento e vi feci trasportare a tempo di record le mie cose dalla casa che abitavo con Mirella. Lei neanche se ne avvide.
Così come non notò che per pranzare non tornavo più a casa ma andavo con Francesca ad una trattoria a mezza strada tra i due posti di lavoro; che non cenavo più con lei, ma mi fermavo con Francesca alla stessa trattoria o in qualche tavola calda, quando non la portavo fuori a cena; e che, dopo un paio di settimane, non tornavo neppure a dormire, perché Francesca si era decisa a farmi entrare nel suo letto e tentare, come le suggeriva la sua terapista, di scacciare la memoria del marito con l’amore per chi l’aveva sempre sostituito nel suo cuore, in caso di necessità.
Non ci capivo molto, in verità; ma l’unica cosa che mi interessava era poter amare Francesca e sapere che anche lei mi amava.
L’emozione di abbracciarla, di baciarla e di infilarmi nello stesso letto, ancor prima di farci l’amore, fu più grande di quella provata in occasione del primissimo incontro con la mia primissima ragazza, una brunetta peperina di cui avevo dimenticato persino il nome e che, quando ero ai primi anni all’Università, mi incantonò quasi con violenza e mi baciò appassionatamente perché ‘era stufa di vedere un secchione che nemmeno le guardava le gambe’, fatto purtroppo vero e legato alla mia smania di concludere presto e bene il corso di studi.
