Wilma
Come al solito, proprio quando non vorrei perdere tempo, mi trovo a scontrarmi con gli altri abitanti della casa, 2 in tutto, mio figlio Manlio e mio marito Oreste, che hanno il dono magico di intrattenersi a radersi quando io devo caricare la lavatrice là vicino.
Busso leggermente alla porta e a Manlio chiedo se sta radendosi e posso quindi fare quello che devo; mi apre la porta, che tra l’altro non era chiusa a chiave, come sempre in casa, ed io entro; giocando volentieri a urtarci con i fianchi avanzo fino alla cesta della biancheria da lavare e la prima cosa che mi capita in mano è il perizoma che ieri sera ho messo via usato, ma non sporco, e che stamane è grondante di un liquido viscoso.
Non ho nessuna difficoltà a riconoscere lo sperma che Manlio ha scaricato in una delle tante masturbazioni che si spara sui miei indumenti intimi; visto che ce l’ho lì vicino, ne approfitto.
“Tesoro di mamma, quando la smetterai di riempirmi di sperma tutto l’intimo da lavare? Ma, poi, cosa ti rende tanto appetibili i miei perizomi da indurti a eiacularci dentro fino a tre volte al giorno?”
“Amore mio, cosa posso dirti? Amo la tua vulva, sogno di possederla in ogni momento della giornata, specialmente il sabato notte, quando quel lumacone di mio padre in trenta secondi ti scarica dentro la sua eiaculazione e si addormenta, costringendoti a venire in bagno a masturbarti come un’adolescente eccitata. E’ un anno ormai che ogni sabato sera è la stessa solfa, io ci sto male mi masturbo come un liceale anche se non lo sono da un pezzo e faccio sesso con almeno due ragazze al giorno.”
“Bum! Questa l’hai proprio sparata grossa! Tu saresti quello che fa sesso con due ragazze al giorno, e forse qualcuna anche più di una volta, e per colmo di misura si masturba tre volte sull’interpretazione personale della vulva di sua madre? Allora io sono Moana Pozzi!”
“Mammina bella del tuo piccolo Manliuccio, ti risulta un qualche soprannome che tuo figlio ha nel giro delle amicizie, anche fra le tue?”
“Sì, il siffredi di noantri, mi pare; che vuol dire?”
“Ah, tu sai chi è Moana Pozzi, buonanima, e non sai chi è Rocco Siffredi? Wilmuccia cara, documentati almeno su wikipedia.”
Lo faccio immediatamente e scopro che Siffredi e il pornodivo più dotato in circolazione.
Sbarro gli occhi.
“E tu?!?! Tu saresti … ?!?!”
“E con tutta la vagina che ho a disposizione, mi masturbo sul sogno della tua; ti dice qualcosa?”
“Mi dice che finora ho creduto di scherzare, ma che adesso dobbiamo cominciare a parlare molto sul serio.”
“No, guarda, se intendi aprire il libro dei peccati e spiegarmi che l’incesto è grave, che non si può e via con le altre storie, risparmiatelo. So bene quello che sento e cosa comporta quello che sento. Non ci posso e non voglio fare niente.
Vuol dire che per non disturbarti scaricherò il mio sperma nel water o nei fazzolettini; ma non mi chiedere di rinunciare a sognare la tua vulva, il tuo sedere, le tue tette ma anche te che orini, che evacui che fai tutte le tue funzioni quotidiane, perché a quello non rinuncio, specialmente quando sento che ti stai masturbando; se non l’hai capito, io sono puntualmente dietro la porta a spiarti e a masturbarmi; e vorrei entrare di colpo e farti assaggiare un po’ di piacere vero con una mazza vera.”
“E secondo te, non saprei che mi sorvegli, che mi spii, che ti masturbi alla grande per me?! Non posso, non ce la faccio, non me la sento. So che sarebbe anche semplice allungare la mano e fartela provare io, una manipolazione fatta con l’amore di una mamma. Ma è del dopo che ho paura. Io poi non so fermarmi e rischio di finire come con tuo padre.”
“Che cosa è successo fra voi due?”
“Hai proprio voglia di affrontare una verità che può essere difficile e, forse, anche dolorosa?”
“Ho voglia di tante cose, ma soprattutto di verità ad ogni costo. Ormai ho ventitré anni; a quest’età, tu avevi un figlio di quasi cinque anni, credo.”
“Sì, i conti li sai fare; ed ero anche felice di te, di mio marito, della mia vita. E tutto è andato bene fino all’anno scorso … “
“E poi?”
“E poi devi aspettare che io avvii la lavatrice e che tu finisca di fare toilette; poi ci sediamo e, se vuoi, parliamo, anche se, ti giuro, mi riesce difficile e mi spaventa.”
“Ok; quando saremo in ordine, ci siederemo e parleremo, da figlio a madre, da uomo a donna, da innamorato ad amata.”
“Non esagerare, ti prego; l’amore è il grande assente; se solo se ne sentisse l’odore, rischiamo grosso.”
“Cristo, ma il rischio non t’intriga neanche un poco?”
“Perché diavolo non stai zitto e non aspetti di sapere?”
“Hai ragione. Scusa.”
Finisce le sue abluzioni, che accelera per la smania di parlare con me; indossa una semplice tuta e si fionda in cucina, dove è già pronta la colazione.
“Io ti chiamerò sempre Manlio perché è il tuo nome; cercherò di non usare mai il sostantivo figlio perché in certi momenti e per certi discorsi potrebbe suonare blasfemo. Per questo stesso motivo, gradirei che mi chiamassi mamma quando ti riferisci solo ed effettivamente al nostro rapporto di affetto; quando ti riferisci alle nostre, reali o possibili, intimità, preferirei che mi chiamasi Wilma o, al massimo, amore. Si può fare?”
“Certo, amore mio, tra me e te si può fare tutto; basta volerlo e metterci d’accordo.”
“Ok. Come direbbero certi ragazzini, cominciamo dal comincio. Tu stesso hai detto che mi sono sposata quasi a diciotto anni ed ho avuto subito te. Non è stato un periodo difficile; eravamo giovani tutti e due, io e Oreste, eravamo pieni di vita e avevamo due famiglie che ci sostenevano e ci permettevano, facendo volentieri i nonni - sitter, di passare bellissime serate da giovani innamorati della vita. Copulavamo anche moltissimo; fino a tre volte al giorno, all’inizio, nonostante gli impegni di lavoro.
Poi andammo acquietandoci e scendemmo progressivamente a una volta al giorno, a due volte la settimana fino al rito del bancario, il sabato sera soltanto.”
“Ma questo, nell’arco di quanto tempo?”
“Più o meno, una quindicina di anni. Poi cominciò il declino e, da persone intelligenti, prima di perderci di vista, decidemmo di parlarne tra di noi.”
“Riusciste a raggiungere una conclusione?”
“Sì; scoprimmo che la noia era la radice dei mali. Fu allora che tuo padre propose di dare una botta di vita al nostro rapporto, calpestando certe ataviche convinzioni anche religiose e affrontando qualche ipotesi di sesso trasgressivo per riaccendere la fiamma del desiderio.”
“Funzionò?”
“Avrebbe funzionato, se non avessimo commesso alcuni errori gravissimi che diedero luogo a un autentico fallimento.”
“Scusa l’interruzione. La tua paura a dare vita a una storia con me nasce da questo fallimento?”
“In parte sì; in parte è vero proprio il contrario; ho paura che, se alla fine di questa chiacchierata, come prevedo, ci trovassimo a proporci una soluzione di ‘recupero’ o di rimedio all’errore precedente, io rischio di innamorarmi tanto di te da voler rinunciare al matrimonio. E questo mi fa ancora più paura di qualunque altra soluzione.”
“Quale livello di autocontrollo e di credibilità mi attribuisci, non da madre né da femmina, ma da donna accorta e intelligente come ti conoscono tutti?”
“Io, da donna, non ho nessuna difficoltà a fidarmi di te anche se mi dici una panzana; sono sicura che la diresti in vista di un obiettivo più importante. Insomma, mi fido di te.”
“E se ti giuro che, nel caso, sarei il più ostinato a impedirti di fare, per me, la sciocchezza del divorzio; se ti prometto solennemente questo, mi credi?”
“Si; e so anche che manterresti fede alla promessa.”
“Mi racconti allora, per favore, l’incidente che ha interrotto il vostro percorso d’amore?”
“Tu sai cos’è un privè?”
“Cioè, stai chiedendo a un donnaiolo se conosce la vagina? Dicesi privè un luogo di ritrovo frequentato da personaggi dai gusti sessuali particolari; in quel luogo è possibile abbandonarsi alle pratiche più svariate del sesso fino a quelle forme esagerate che vanno sotto il nome di sesso brutale caratterizzato da dolore e violenza fisica. Ne conosco alcuni e so anche che molti sono da evitare per le insidie che possono celare. A quale ti riferisci?”
“Al ‘Rififì’ di … la cittadina a cento chilometri da qui.”
