Amore di mamma
Era semplicemente indicibile, il piacere che mi dava sentire il suo corpo giovane disteso sul mio, con un cazzo di oltre venti centimetri saldamente infisso nella figa, la bocca che cercava la mia e minuziosamente la perlustrava con amore e mi stimolava un piacere liquido che si espandeva nelle nostre bocche, mentre le lingue combattevano uno strano duello fatto di leccate, di risucchi da pompino, di delicate esplorazioni dell’epidermide di tutta la cavità orale.
Mi tenevo avvinghiata a lui con tutte le forze; le mie gambe gli stringevano i lombi per impedirgli uscire dal mio corpo, per appiccicare le mie membra alle sue in una stretta da serpente, persino soffocante; gli sussurravo nelle orecchie il mio amore e mi ricambiava con dolcezze infinite che non aveva mai avuto il coraggio di esprimere; sentivo l’amore esplodere da ogni poro e accoglievo con passione i colpi violenti che imponeva al mio ventre col suo che amavo da sempre.
“Maria, sento che sto per venire; mi devo fermare?”
“Noooo!!!! Sei pazzo? Godi, sborrami dentro; sono protetta, prendo la pillola regolarmente; fammi sentire il cazzo che mi esplode nel ventre, ti voglio, tutto, senza limiti!”
Lo spruzzo mi bruciò la facoltà di pensare; l’orgasmo mi fece vedere esplosioni di colori che attraversavano la mente, la figa.
Stavo amando il mio ragazzo come non mi era mai capitato prima; non volevo fare sesso alla ricerca di modi e sensazioni nuove; per ora, volevo sentire che mi apparteneva, che ero sua, che eravamo fusi insieme, che il suo sesso era tornato all’utero da cui era stato espulso quando nacque; perché il ragazzo che mi stava scopando con amore era mio figlio ventenne che rivendicava così il piacere di vivere sua madre anche a letto, con tutta la passione di cui era capace.
Ed io gli stavo donando tutta me stessa, il calore del mio corpo, il piacere di sentirlo vivo in me, insieme alla gioia di tornare a viverlo come la protesi di me che si era staccata venti anni prima; il senso di appartenenza, di interdipendenza, era fortissimo; non stavamo scopando, stavamo rinnovando un patto di amore eterno; stavo finalmente dicendogli, col linguaggio del corpo, che lui era frutto del mio bisogno di amore, era ancora il poppante che mi svuotava le mammelle da piccolo.
Quando succhiava i capezzoli, mi faceva avere orgasmi mai più provati dopo; aspettavo il momento della poppata solo per sentire come si attaccava al seno a ventosa e divorava la mia femminilità per trarne la linfa vitale che lo faceva crescere fino a quell’uomo giovane, appassionato amante, al quale chiedevo ora di esaudire il mio bisogno di ricongiungerci, prima di cominciare a goderci come desideravamo entrambi percorrendo i sentieri dell’amore e del sesso.
“Luca sono felice; tu come stai?”
“Ho visto gli angeli del paradiso; mi sono sentito totalmente tuo e ti ho vissuta finalmente come veramente mia; non so pensare nessun altro modo per tornare da te, nel tuo corpo; nessuna esitazione, nessuna paura, nessun senso di colpa o di peccato; ho dato e preso amore; adesso sono in pace con me stesso.”
“Vuoi che ci fermiamo qui, amore mio? Può bastare a compensare il tuo dolore?”
“Nessun dolore, Maria; non mi interessa più adesso, perché ci siamo arrivati; so che questo desideravo, sentirmi completamente immerso in te e sapere che anche tu non ti sei mai staccata da me; non sono sazio dell’amore che ci siamo dati; voglio che mi fai percorrere tutti i passaggi, i sentieri, i valichi, gli spazi dell’amore e del sesso; voglio ancora sentirti urlare di piacere e voglio urlarti il mio; poi, dopo, forse ci occuperemo del domani; adesso fammi conoscere tutto l’amore che sai.”
Sciolsi il nodo che coi piedi avevo intrecciato dietro la schiena, allentai la presa sui fianchi e lo lasciai scivolare dolcemente al mio fianco; seguivo il corpo con le mani stringendo le natiche sode e dolci da carezzare, titillando i capezzoli duri di piacere e di voglia; appoggiai la mano sul cazzo barzotto e lo trattenni così, delicatamente, anche quando si stese supino accanto a me, a sua volta mi strizzò un poco un capezzolo dandomi nuovi brividi e poggiò la mano sulla vulva a trattenere l’orgasmo.
Ci girammo di lato e le bocche si incontrarono ancora in un bacio di estrema sensualità; le mani si mossero a titillare, masturbare, eccitare i sessi ancora languidi di piacere; il cazzo si agitò e riprese lentamente vigore, ma anche la figa palpitava e cercava la penetrazione delle dita che la stavano stimolando; gli presi la testa e la spostai sul mio inguine; intuì il mio desiderio e si abbassò tra le cosce a cercare, con la lingua, la vagina; mi ribaltai su di lui e presi tra le labbra il cazzo.
Demmo il via al più languido e saporoso 69; a gesti e con poche parole gli imponevo di leccare, succhiare e titillare tutto il sesso, dal pube all’osso sacro; quando gli imponevo di fermarsi ero io a farmi penetrare il cazzo fino all’ugola, sfidando qualche conato di vomito o principio di soffocamento.
“Che culo meraviglioso hai! Sei bellissima anche sotto, non solo sopra e nel viso; ti amo!”
Non sapevo dire quanto mi lusingassero i complimenti, anche quelli un poco volgari; mi dedicavo al pompino con una foga ed un entusiasmo che mi riportavano con la memoria alla mia adolescenza, quando la bocca era il percorso più opportuno per strappare la sborra dai cazzetti, poco più che piselli, che potevo succhiare nei cessi della scuola; o poco più avanti, dai cazzi già ben definiti di cui facevamo incetta nelle serate in spiaggia tra ormoni impazziti ed amori estivi.
In quel momento, con lo scettro meraviglioso di mio figlio a mia disposizione, ritrovavo nella sua passione quella che aveva accompagnato la mia crescita; sentivo quasi di guidare lui nella conoscenza del sesso mentre mi lasciavo andare con libidinoso trasporto al piacere di sentire in bocca la consistenza serica della sua cappella o gli strappavo gemiti di intenso piacere succhiando l’asta e scopandomi in bocca nel lussurioso vai e vieni dalla gola.
Luca era in estasi; dovetti strizzargli i coglioni un paio di volte, quando sentii che stava per sborrare; non volevo che concludesse prima che gli avessi offerto tutta me stessa; a quel punto, volevo ancora sentirlo nel ventre, ma stavolta dall’ingresso posteriore; mi preparavo a farmi inculare con forza dal cazzo che amavo al di sopra di ogni cosa al mondo; non glielo dissi, ma feci in modo da portarlo al piacere anale.
Mi sganciai dal sessantanove e mi sistemai carponi sul letto; gli feci cenno di andarmi dietro e di leccarmi da lì; la goduria salì al settimo cielo, quando avvertii la lingua che passava a spatola dalla figa al culo, penetrando i due buchi; avvertii fisicamente lo stupore lussurioso di lui quando si rese conto che il buchetto reagiva lasciandosi penetrare e cercando, anzi, la penetrazione perché per me l’inculata era l’apice di un amplesso ben fatto; gli suggerii di prendere in bagno il lubrificante.
All’inizio era naturalmente incerto e imbarazzato.
“Non pratichi sesso anale con la tua ragazza?”
“Sì; è stata la prima cosa che mi ha lasciato fare; lei ama molto farlo; sono certo che anche da tuo marito si è fatta sfondare per bene e, da quel che dice, lui deve avere un bel cazzo … “
“Non c’è male, ma di certo non è come il tuo; o forse io, questo, lo amo di più perché lo sento mio; comunque stiano le cose, se sai come si fa, non avere esitazioni; mi piace prenderlo nel culo e lo faccio assai più spesso di quanto tu creda; non è così stretto come ti appare, solo muscoli che recuperano facilmente; ma, con la passione che ho per te, stai pure certo che si dilaterà fino a farti entrare direttamente nell’intestino … “
Seguendo le parole, mi dilatavo volutamente lo spacco fra le natiche per dargli il massimo accesso all’ano; sentii che mi leccava accuratamente il buchetto e lo titillava dolcemente, prima con uno, poi con due e infine, sollecitato da me, con tre dita a cuneo; finalmente avvertii la consistenza della cappella sull’ano e sospirai di piacere pregustando l’inculata; spinsi indietro il corpo per accentuare subito la penetrazione nello sfintere, dove sapevo che avrei avuto qualche fastidio.
Sentii le sue mani che naturalmente mi artigliavano le anche e feci ancora pressione sui glutei per aprire le natiche alla penetrazione; la spinta contro lo sfintere per forzare il muscolo più resistente fu accompagnata da un mio gemito di piacere a nascondere il leggero dolore che la violazione mi aveva procurato; fu dolcissimo e mi accarezzò lungamente le natiche prima di afferrare le anche e tirare con forza il culo contro il ventre; sentii la mazza grossa e dura entrare fino all’intestino.
L’utero, stimolato da dietro, reagì con fitte di goduria che accompagnai con lussuriosi gemiti di piacere; quando si scatenò la sua libidine, sentii netto il rumore tipico del ventre contro il culo e il colpo dei coglioni che picchiavano sulla figa; per me era piacere totale ed ero certa che anche per lui il suono e i colpi duri contro pube e ano erano fonte di grande libidine; la mazza sembrava diventare ancora più grossa e dura mentre scivolava più liberamente nel retto.
Sentii che mi scopava alla grande, preso anche lui nel vortice della libidine che ci aveva afferrato; l’esplosione della sborrata nel culo fu di una forza emotiva straordinaria; lui piantava sempre più duramente il ventre contro le natiche ed io registravo un piacere nuovo ad ogni spruzzo che si scaricava dentro; ebbi un orgasmo che non esitai a definire anale visto che non sapevo più da dove mi esplodesse il godimento immenso che mi travolse.
