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Ingravidate da don Giulio
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Ingravidate da don Giulio

Nel piccolo paese cristiano vige la monogamia, eppure il parroco con il suo tipo di penitenza si è creato un piccolo Harem.

pennabianca
2 anni fa · 3.860 parole · 17 min
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Mi chiamo Giuseppina, ho 32 anni, sono alta m.1.70, occhi scuri e capelli neri. Un bel seno, una quarta molto tonda e soda, un bel culo armonioso e gambe ben tornite. Da sei sono sposata con Paolo, che è un maschio normalissimo. Di media statura, moro, occhi scuri, della mia stessa età. Ci conosciamo un po’ da sempre. Eravamo insieme alle elementari e, poi, nello stesso gruppo di amici. Siamo stati fidanzati per circa tre anni e poi ci siamo sposati. 

Siamo una coppia come tante. Ero vergine e lui è stato il mio primo uomo. Devo riconoscere di non esser rimasta troppo soddisfatta dal sesso che faccio con lui. Mi scopa velocemente, una volta a settimana, in genere il sabato sera. Mi tocca un poco, mi sale sopra e mi pompa, poi, all’improvviso, mi viene dentro. Uso la pillola per motivi legati alla regolarizzazione del flusso mestruale, altrimenti sarei rimasta incinta da tempo. A volte è così veloce che nemmeno riesco ad eccitarmi. In quel caso, me ne vado in bagno e mi masturbo fin quando non raggiungo l’orgasmo. È frustrante questa situazione e lui non sembra accorgersene. Viviamo in un piccolo sobborgo di una grande città. Il nostro è un piccolo paesetto arroccato sulla costa di una collina, con una vecchia torre, una bella chiesa, un gruppetto di case, in tutto siamo circa 500 abitanti. Ai piedi del vecchio paese, un costruttore lungimirante ha costruito delle villette a schiera e, in una di queste, ci abito io e mio marito. 

Ci basta attraversare il fiume che scorre ai piedi della collina ed entrambi raggiungiamo la zona industriale, dove lavoriamo io come segretaria in una ditta di spedizioni e lui in una grande officina che ripara mezzi pesanti. Siamo gente semplice, che vive in maniera semplice, all’interno di un piccolo paese, dove ci si conosce un po’ tutti. 

Uno dei punti di ritrovo della comunità è la chiesa, dove ogni domenica io e Paolo, assieme ai miei genitori, mamma Rosa e mio padre Enzo, andiamo ad assistere alla messa. Da un anno abbiamo un parroco nuovo. Il vecchio don Giuseppe è andato in pensione e, al suo posto, è arrivato don Giulio, un prete quarantenne che ha passato circa venti anni in Africa, come missionario. Lui si è subito ben inserito nella comunità. Simpatico, disponibilissimo, mite e dall’aspetto tranquillo. Fisicamente non è né imponente, come il precedente parroco, che era un colosso. Lui è di media satura, non troppo grasso, né magro. Ha i capelli corti e bianchi ed il viso è un po’ scavato. Ti parla sempre con voce molto pacata ed ascolta sempre le persone che gli si rivolgono, cui sa dare sempre buoni consigli. È amato anche perché, in ogni occasione, non si sottrae al lavoro. Che si tratti di mietere il grano, raccogliere uva o olive, lui è sempre in mezzo alla sua gente. Personalmente, ho un buon rapporto con lui, anche se, fino a circa dieci giorni fa, non ho sentito il bisogno di confessarmi.

Era una domenica mattina di inizio novembre. Faceva già molto freddo e noi, come ogni domenica eravamo tutti e quattro in chiesa. Paolo e papà parlavano sottovoce di pesca, in attesa della messa. Mamma si era già confessata e io, che avevo una certa inquietudine a causa di una certa cosa che mi era capitata due sere prima e che mi tormentava, ho deciso che dovevo raccontarlo a qualcuno per aver un consiglio. Mi son inginocchiata al confessionale ed ho atteso il mio turno. Mi sentivo inquieta. La mia coscienza non mi lasciava in pace; dovevo confessare il mio peccato. Ho aspettato che lui iniziasse a confessarmi e tutto d’un fiato ho preso a parlare.

«Dimmi figlia mia, cosa ti porta da me?»

«Perdonatemi padre, perché ho peccato. Ho commesso un peccato grave. Ho fatto un errore come moglie, ho guardato un altro uomo e non solo guardato, ma ho infranto la promessa fatta in questa chiesa di amare e rispettare mio marito: l’ho tradito.»

Lui ha fatto un sospiro, poi, con voce pacata, mi ha esortato a narrare la mia colpa.

«Che cosa hai fatto, mia cara, parla, raccontami tutto.»

Ho esitato un attimo. Lui ha rinnovato la sua richiesta a voler sapere la verità.

«Parla, figliola. Liberati la coscienza.»

Ho abbassato lo sguardo ed ho ripercorso con la mente le cose che mi erano successe venerdì sera.

«Stavo tornando dal lavoro quando mi son fermata ad un distributore per mettere benzina. Ero intenta a rifornire la mia vettura e dall’altro lato vi era un tizio che stava rifornendo il proprio camion. Era un bel ragazzo con dei capelli biondi e un bel fisico. Mi ha sorriso, ma io non gli ho dato importanza. 

Ad un tratto, lui mi ha fatto notare che avevo uno pneumatico forato. Faceva freddo e io non ero in grado di sostituirlo; lui si è offerto di aiutarmi. Ci siamo spostati di lato, nel piazzale del distributore. Lui mi ha detto di salire nella cabina del camion, mentre mi sostituiva la ruota forata. Per farlo ha aperto la portiera del camion, lato passeggero e, quando ho iniziato a salire, la mia gonna stretta mi era d’impedimento, cosi l’ho sollevata un po’ e lui non ha potuto far a meno di ammirare le mie cosce. Mi ha appoggiato una mano sul sedere e mi ha spinto in alto. Sentire quel contatto cosi particolare, mi ha sortito una strana sensazione. Ero quasi eccitata. Salita a bordo, mi son guardata un po’ intorno. Ogni giorno vedo tanti di questi bestioni, ma non vi ero mai salita a bordo e, quindi, sono stata presa da un po’ di curiosità. Tutto era pulitissimo, e quel profumo era molto piacevole. Ho guardato dietro di me ed ho visto che c’era una cuccetta, che una tenda, parzialmente chiusa, lasciava intravedere un calendario dove vi era la foto di una donna bellissima in lingerie, molto fine e molto sexy. 

Sono rimasta affascinata da quella immagine. Lei era bellissima, ma anche il suo succinto abbigliamento lo era. Calze velate con pizzo alto, reggicalze ed un micro perizoma la rendevano sexy e voluttuosa. Il reggiseno a balconcino aumentava il volume del suo seno tondo e perfetto. Erano tutte cose che non avevo mai indossato, ma che mi affascinavano. Ero così presa da quello che guardava, che non mi son accorta che lui, avendo sostituito la gomma, è risalito e, nell’aprire lo sportello dalla sua parte, mi ha sorpresa ad ammirare quella immagine. Sono arrossita come se fossi stata colta in fragrante, lui mi ha sorriso e si è avvicinato a me, che ero carponi e mi guardava. Non mi toglieva gli occhi di dosso, gli ho sorriso, ma un sorriso innocente e amichevole e lui, allungata una mano, mi ha toccato il seno.

“Tu sei molto più bella!”

Nel carezzarmi il seno, mi ha baciato così velocemente, che son rimasta stupita. Io, padre, non ho opposto resistenza: mi son lasciata baciare. Padre, la mia testa mi diceva di no, ma il mio corpo ha detto sì. Mi ha infilato una mano sotto il maglioncino ed ha liberato il mio seno. L’ho lasciato fare. Capisce, padre? Ho provato come un senso di impotenza. Volevo ciò che stava facendo e questo è terribile! Non ho mai tradito mio marito, ma in quel momento non ero in grado di oppormi: lo volevo e basta! Ha spinto la mia testa facendomi prendere il suo cazzo in bocca ed io l’ho fatto. Era più grosso di quello di mio marito, duro e caldo. Lui ha infilato la sua lingua fra le mie cosce, dopo aver tirato di lato le mutandine ormai fradice, e mi ha leccato divinamente! 

Mai provato un piacere così forte! Ho goduto senza ritegno. Poi si è disteso e mi ha fatto salire su di lui. Mi son sentita in corpo quella mazza poderosa che mi sconvolgeva. Mi faceva salire e scendere sulla sua nerchia, che mi sfondava la mia micetta con forza. Godevo in continuazione. Non mi era mai capitato di godere così tanto. Con mio marito, tutto dura pochissimo, mentre quel ragazzo sembrava insaziabile. Ero in preda al demone della lussuria, padre; quel cazzo enorme mi faceva perdere la testa. Dopo avermi fatto godere molto, si è sfilato e me lo ha messo davanti alla bocca ed io, padre, l’ho succhiato e baciato e, quando è venuto, ho ingoiato tutto il seme. Ero sconvolta da quanto piacere avevo provato, mentre lui era ancora duro; stavo vivendo qualcosa di impensabile per me. 

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