Era un pomeriggio estivo, le temperature erano salite più del solito e da persona insofferente al caldo ritenevo che stare all’aperto fosse impossibile, il breve tragitto che avevo percorso per raggiungere casa di Taisia appariva ai miei occhi come una fatica erculea.
La sua camera affacciava sul cortile esteriore, pertanto il sole batteva forte al suo interno, senza essere ostacolato da altre costruzioni, infastidendomi. Stavo stesa sul suo letto a giocare a lanciare il cuscino in aria per poi riprenderlo, cercando di tenermi impegnata nell’attesa di ricevere le attenzioni di Taisia.
“Scusa, sto rifinendo un bozzetto, mi dispiace ignorarti” la sua voce tiepida e melodiosa ruppe il silenzio della stanza, interrompendo il mio stupido gioco, mi misi a sedere e la guardai; era alla scrivania, aveva una matita tra le mani e le cuffie bluetooth le coprivano le orecchie.
“Allora perché mi hai fatta venire qui?”
“Cosa?” non sentì per via del volume della musica “Aspetta…” si tolse le cuffie “…cosa?”
“Non capisco perché mi abbia chiesto di raggiungerti, visto che sei impegnata” la ragazza morse distrattamente la matita mentre faceva una giravolta sulla sedia per voltarsi verso di me, i suoi lunghi capelli biondi le coprivano quasi totalmente il viso ed io mi stavo domandando come riuscisse a sopportare il calore con quelle interminabili onde dorate che abbracciavano più di metà del suo corpo.
“Non lo so, non volevo stare sola. Da sola non riesco a portare a termine i miei lavori, mi distraggo, inizio a pensare, faccio di tutto fuorché il mio compito. Devo progettare e cucire un vestito entro la settimana prossima, una ragazza lo ha commissionato per il suo compleanno. Ecco perché sei qui”.
Taisia talvolta era strana. A primo impatto si presentava come una creatura divina caduta per errore sulla Terra, sia per i suoi modi amichevoli e cordiali, sia per i suoi spiccati intelletto e creatività, ma specialmente per la sua bellezza eterea e antica, la perfezione dei suoi lineamenti era disumana, quel che avevo pensato la prima volta che l’avevo vista era che fosse la personificazione della Venere di Botticelli, era identica, forse persino più bella. Le sue forme erano più slanciate e spigolose, colorate da una pelle pallida al punto da parer di porcellana. Sembrava finta, non avevo mai conosciuto qualcuno bello come lei. Quel che veniva naturale credere era che ogni particella del suo essere fosse stata scolpita dagli dei, io stessa all’epoca lo credevo, ma più ci si addentrava nella sua quotidianità più si palesava quanto complessa (e per certi aspetti inquietante) fosse la sua natura. Per questo motivo mi sembrava che Taisia tenesse tutti a debita distanza, me compresa, percepivo che conoscerla sul serio fosse impossibile, la sua essenza era per me un mistero; mi domandavo se qualcuno al mondo sapesse i suoi segreti.
“Helga mi supervisionava quando dovevo far qualcosa di importante, si accertava che non mi distraessi” sentirle menzionare l’ex fidanzata e sapere che io fossi lì solo per farne le veci mi fece storcere il naso.
“Non potevi chiedere a qualche amico?”
“Tu sei mia amica” mi fece notare “Ma hai ancora bisogno di Helga a quanto pare. Sei stata tu a lasciarla, avresti dovuto pensare a tutti gli aspetti della rottura”
“No Kita, non mi sono pentita della mia scelta, non l’amavo e non la amo tutt’ora. Guardando indietro Helga mi sembra una persona così…piatta”
“E allora perché sei stata con lei tutti quegli anni?”
Taisia rimase silente per qualche attimo, era chiaro che conoscesse bene la risposta, ma stava decidendo se confessare o meno “Perché mi amava, amava incondizionatamente ogni lato di me. Anche quando le davo ragioni per odiarmi, tutto quel che percepivo nel suo modo di approcciarmi era amore. Avevo bisogno di qualcuno che fosse fedele a me, a me e nessun altro”.
Sapevo che il suo fosse un ragionamento molto egoista, ma mi piacque la combinazione di parole che aveva scelto, perciò non la contestai.
“Mi capiva perché si impegnava a farlo, e dato che mi capiva giustificava ogni mia azione. Potevo raccontarle tutto” Aggiunse prima di alzarsi dalla sedia ed affiancarmi sul materasso, lasciandosi cadere a peso morto con un pesante sospiro. Appresi che una persona che l’aveva conosciuta esisteva.
“Non dovevi lavorare?”
“Voglio fare un po’ di pausa…o giuro che impazzisco” sussurrò passandosi le mani sul viso. “Io ti capisco?” le chiesi distrattamente dopo qualche attimo di silenzio, mentre giocavo con la federa del cuscino che tenevo in grembo
“No, tu no. Non ci capiamo per niente, c’è qualcosa di non detto da entrambe le parti, ma va bene così. Il nostro è un rapporto silenzioso e mi piace” la guardai confusa, aggrottando le sopracciglia e lei sentì il dovere di spiegarsi meglio
“Quello che non si conosce intriga. Non comprendere ciò che ci circonda è parte fondamentale dell’essere umani, non capiamo sul serio quel che siamo né tantomeno cos’è la vita. L’ignoto è più vasto del noto, così ampio che ci spaventa, eppure proviamo un perverso piacere nell’accarezzarlo senza poterlo mai afferrare” fece un gesto con la mano, come se volesse acciuffare l’aria “Capiamo solo quello che è banale e oggettivo, ma il resto…” lasciò la frase in sospeso.
Avrei voluto continuare quel discorso, rispondendole con una considerazione altrettanto intelligente, ma in molte occasioni l’aura di Taisia era tanto potente che mi veniva paura di esprimermi, paura di sbagliare a parlare e risultare stupida. Non ero totalmente in accordo con lei, era vero che non la capivo, ma ero certa che sarei riuscita a farlo se me ne avesse dato la possibilità.
Rimanemmo in silenzio per qualche secondo, lei a fissare i granelli di povere che danzavano negli spiragli delle tapparelle, ed io a fissare i suoi capelli, con la loro immensa lunghezza occupavano metà del materasso, e illuminati in quel modo sembravano raggi di sole scintillanti, mi stesi accanto a lei, schiacciandole i boccoli con la schiena.
“Sai, a volte mi sembra di non voler bene a nessuno” riprese a parlare “Lo dice sempre anche mia sorella. Credo sia il motivo per cui ho lasciato Helga” “Perché lo credi? Non potrebbe essere stata tua sorella a convincerti di ciò?”
“No, ha ragione” sospirò e poi chiuse le palpebre “Non mi interessa genuinamente delle persone, quando i miei amici stanno male faccio finta di preoccuparmi, ma non ci riesco veramente, stessa cosa con i miei familiari. Penso che se morissero non starei male sul serio, anzi a volte ho persino desiderato che accadesse” la sua voce era così armonica che quelle parole velenose suonavano come un dolce canto.
“Un tempo volevo bene a Helga, anzi l’amavo…ma io riesco a voler bene ad una persona alla volta; quando inizio a sentire affezione per qualcuno il mondo circostante si spegne e quel qualcuno è l’unica luce che vedo. Prima lei era la luce, ora ha smesso di esserlo. E se la luce si spegne non solo non riesco più a vederla, ma nemmeno a ricordarla” ammise tristemente, era chiaro che odiasse quel lato di sé. Mi voltai con la testa verso di lei
“E perché Helga si è spenta?”
“Perché è così: tutto quel che adoro prima o poi finisce per diventare effimero, noioso, non alla mia altezza. E poi…perché si è accesa un’altra luce” girò anche lei il capo verso di me, ora ci guardavamo negli occhi “adesso voglio bene solo a te”. La sensazione che quelle parole mi causarono era inspiegabile, ero contentissima di essere stata scelta per affiancarla e pensai che sarei stata felice di farmi sua serva; non mi sarebbe dispiaciuto vivere in una realtà nella quale io e lei eravamo le uniche anime esistenti, unite da un legame morboso e indissolubile.
“Che intendi con questo?” chiesi in un sussurro “Niente. Devo per forza intendere qualcosa? Non puoi semplicemente dirmi che mi vuoi bene anche tu?” La prima risposta che mi venne alla mente fu: «Se stai alludendo a qualcosa sappi che non sono come te, non mi piacciono le donne» eppure mi sembrò la cosa meno appropriata da dire, sia perché non volevo offenderla, sia perché non ero totalmente certa del fatto che fosse vero quando lei mi stava accanto.

