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Erotika
Le immagini di Nina
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Racconto15 min di lettura

Le immagini di Nina

Una escalation di sensualità e di esibizionismo per Nina, bella ninfa siciliana.

Linos
2 anni fa · 497 letture · 0

Giacomo deglutì, alluccutu, e continuò a fissarmi il seno per qualche secondo. Improvvisamente babbaleccu, farfugliò qualcosa di incomprensibile, probabilmente qualche complimento o un suggerimento per la posa successiva; non lo ascoltai.

Bagnai appena le dita e iniziai a stimolarmi i capezzoli. Li toccai dolcemente, li accarezzai, giocai con loro; i due obbedirono ai miei ordini e in breve si portarono sull’attenti, procurandomi un bellissimo effetto collaterale: un brivido di piacere, sbocciato dalla mia passera e amplificatosi lungo tutto il mio corpo. Risvegliai il fotografo dallo stato di estasi e stupore in cui si era esiliato, gli dissi di procedere e mi misi nuovamente in posa.

In piedi, schiacciando le tette ma mostrando i capezzoli tra indice e medio: click.

Di profilo, dita tra i capelli e sguardo sensuale: click.

Una mano sul seno destro e l’altra sulla fica, imitando la Venere di Botticelli: click.

La mia libidine aumentava a ogni scatto. Ogni nuova posa mi faceva sentire smaniosa di andare oltre, di scavalcare il mio limite, di spingermi all’estremo. Continuammo per un po’, poi decidemmo di prenderci cinque minuti di pausa.

Giacomo andò in bagno ed io ne approfittai per togliere i pantaloncini. Ritornò a pettu nuru, mostrandomi, quasi con orgoglio, il torace pingue, pallido e glabro.

«Fa troppu caviru!»

«Ma se hai il condizionatore acceso?» sorrisi leziosa, pigghiannulu po’ u culu.

«Amunì, ricominciamo!»

Continuò a scattarmi qualche altra foto, suggerendomi posizioni sempre più afrodisiache. Il mio dispotico alter ego esibizionista assunse il comando e iniziò a sfogarsi. Mi mostrai voluttuosa, ammiccante, sfrontata. Vidi il tessuto dei suoi pantaloncini gonfiarsi all’altezza del pube e una piccola lampadina si accese in un angolo della mia mente, una scintilla che avrebbe incendiato l’enorme quantità di cupidigia in cui avevo messo il mio cervello a marinare.

«Vuoi levarti i pantaloncini?», voltai il capo e feci un cenno in direzione della sua minchia.

Non se lo fece ripetere due volte e si spicciò a toglierli, temendo che potessi cambiare idea improvvisamente. L’istante successivo, io mi liberai delle mutande e rimasi totalmente nuda e allupata.

Mi distesi supina, il seno fieramente in mostra e la mano adagiata sul Monte di Venere, con i polpastrelli liberi di stuzzicare la carne. Lo invitai a ricominciare, lui scattò la foto e si accarezzò l’interno coscia, rendendo sempre più arrogante la sua erezione.

Seguii l’istinto e mi sdraiai bocconi, avendo cura di tenere le gambe, ripiegate all’indietro, ben aperte: Giacomo cliccò e si massaggiò il turgore; gli slip erano ormai incapaci di nascondere la fitta peluria nera.

Mi suggerì di coricarmi nuovamente sulla schiena. Si avvicinò e mi afferrò il polso.

Guidò la mia mano lungo il mio corpo, le fece accarezzare labbra, collo e seno. La mise sopra l’ombelico per un paio di secondi; insoddisfatto, la spostò sulla mia passera e mi propose di distanziare le gambe.

«Fai finta ri essiri do’ ginecologo!»

Decisi di provocarlo. Piantai saldamente i piedi a terra, spinsi contro il pavimento e protesi il bacino verso di lui, quasi volessi avvicinarglielo al viso. Mi mossi deliberatamente a rilento, tormentandolo. Trovata la giusta posizione, mi rilassai, divaricai le cosce, agitai il collo per scostare alcune ciocche di capelli dal viso – conscia dell’effetto che avrei generato – e gli mostrai per bene la vulva, prima di proteggerla nuovamente con la mano. Le dita lottarono contro la tentazione di addentrarsi in profondità, ritardando il momento del piacere.

Una decina di secondi dopo, Giacomo aggiunse un’altra foto alla memory card, poi non resistette più. La tracolla si tese, la macchina fotografica penzolò sul suo petto, allungò le braccia e sfilò le mutande, scoprendo finalmente la ciolla.

Lo guardai e nascosi un pizzico di delusione per le dimensioni ridotte.

«Nun è poi accussì ranni, ma ti garantisco chi fa u so duviri» precisò, quasi offeso dal mio sguardo, come se mi avesse letto nella mente.

«Non ho detto niente» provai a scusarmi, «… e poi quella curva a destra mi piace! »

L’erezione aveva accresciuto un membro che, a riposo, sarebbe stato leggermente più corto delle dimensioni medie dei peni italiani; almeno, secondo i dati Istat di non so quale anno. Sorrisi mentalmente all’idea di conoscere le persone incaricate di girovagare per le piazze e investigare sulle dimensioni dei cazzi, poi cercai di ricompormi.

Il fotografo mi chiese se volessi continuare la sessione. Il mio rifiuto gli suggerì che le mie intenzioni erano altre. Poggiò la fotocamera – ormai inutile – in un posto sicuro, provò ad avvicinarsi ma lo bloccai.

«Piano, nun curriri!»

Mi sedetti sul divano di fronte a lui, schiena orgogliosamente attisata e petto all’infuori. Allontanai le cosce e misi la vulva ben in mostra. Alzai i talloni in un riflesso condizionato, le dita dei piedi il mio unico contatto con il pavimento, e mi leccai le dita della mano destra. Giacomo portò a sé lo sgabello e vi si assittò. Cunfunnutu e ipnotizzato dai miei movimenti, distanziò le gambe a sua volta e iniziò a toccarsi il pube peloso e i testicoli.

Feci scorrere l’indice, umido di saliva, dalla bocca al collo, dalle clavicole al seno. Schiusi le labbra e le umettai, stuzzicai i capezzoli e mi eccitai ancor di più quando il fotografo avvolse la mano intorno alla minchia e iniziò ritmicamente a minarisilla. Leccai la mancina e la spedii altrove. Allisciai l’inguine e circumnavigai la vulva, costringendo Giacomo ad aumentare il ritmo; infine, approdai sul clitoride. Tentai di essere sensuale, di solleticarlo delicatamente, ma quelle manovre non durarono a lungo. Abbandonai qualsiasi inibizione; aumentai la pressione e affrettai i movimenti.

Lessi un enorme desiderio negli occhi del fotografo e lo accontentai. Infilai il medio, producendo un piacevole sciacquettio, lo curvai, grattai e ansimai, con gli occhi socchiusi e il corpo tormentato dal piacere. Un dito arrascava, l’altro premeva poco più su. Giacomo si fermò e si limitò a guardarmi; il suo cazzo pulsava, schiavo dell’erezione.

«Ti vogghiu taliari.»

Lo accontentai e diedi spettacolo. Premetti sull’acceleratore, per quanto possibile, e domandai aiuto anche all’anulare. Le mie dita, caparbie e bramose di soddisfarmi, continuarono a esplorare e a ritrarsi, ad affondare, flettersi, cercare e svincolarsi. Uno spasmo mi costrinse ad attisare i jammi per qualche secondo, poi le ritrassi verso di me e appujai i talloni sul divano. Biascicai di esserci quasi. Strinsi gli occhi e spalancai la bocca, trattenni il fiato, racchiusi nel basso ventre tutta la pressione accumulata durante quella seduta fotografica e poi, finalmente, liberai la valvola di sfogo e venni copiosamente.

Per qualche secondo, mi abbandonai a quella piacevole sensazione di benessere e stanchezza, con i polmoni spossati dallo sforzo e la fronte madida di sudore; poi mi ricordai di non essere da sola in quella stanza.

Prima di andare avanti…

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