Ditalino diabolico

Dopo quella disgustosa ma eccitantissima performance… come previsto lo zoppo se ne andò presto, stanco e soddisfatto, e mia madre. dopo aver sfaccendato in silenzio, a scatti da isterica, si “arrese”, si placò e come se niente fosse accaduto, disse le preghiere per poi andare a dormire.Dal canto mio ero troppo eccitata per prendere sonno; mi rintanai nel bagno e sciolsi la vecchia pergamena per cercare di imparare le parole che la nonna mi aveva detto di leggere in quella notte di plenilunio.Fissai nella mente le vecchie frasi stinte, anticamente vergate sul fondo giallastro:
O Aradia, o Aradia, non lasciarmi come figlia di Caino
non lasciarmi come coloro, scellerati e infami,
che si sono persi nei i maltrattamenti e le ingiustizie.
O Aradia, o Aradia
non lasciarmi come Zingara e Giudeo.
Fammi essere la prima delle Streghe per servirti,
o mia madre Lunare.
Come tu sei la prima Strega, al mondo conosciuta,
insegnami a legare l’oppressore,
insegnami l’arte di drogare i prepotenti nei palazzi,
insegnami a rovinare il raccolto ai contadini avari:
donami la tempesta, la folgore e il baleno.
Il vero Padre non è il vostro, figli usurpatori,
e allora io sono tornata per distruggere i malvagi…
e li distruggerò.
Il tormento attende chi ci fece torto
o Aradia regina e madre, proteggimi e aiutami nel cammino.
Ci pensai ma per me non avevano alcun senso… e poi chi era quella Aradia?
La sorella di mia nonna si chiamava Siside, quindi non era lei.
Era una strega del passato? La più potente delle streghe?
Mentre mi lambiccavo il cervello, mi resi comunque conto del radicale cambiamento che stava avvenendo dentro me…
Sentivo come se un serpente lento e sensuale mi scivolasse dentro il corpo e la mente. Strisciava e, mentre passava, mi cambiava; strisciava e mi faceva riscoprire una parte di me che avevo dimenticata… o mai conosciuta?
Come un operaio solerte e metodico smonta e ripone tutte le quinte, le macchine e i trucchi adoperati per uno spettacolo teatrale: il serpente sistemava i pezzi e levava i veli che, come le ragnatele, avevano avvolto il mio essere nel profondo.
Man mano tutto ciò che mi era celato mi diveniva manifesto, vedevo per la prima volta: la malizia, la gelosia e l’invidia che ci circondava; sentivo come adulta l’attrazione del piacere, il gusto, la curiosità per la vita e per il sesso: una turba di sentimenti mai provati prima!
Mi resi conto di aver vissuto nell’ovatta, mi resi conto di essere stata una creatura ottusa fino ad allora. Era strano… ma non mi opponevo.
Io ero ancora dov’ero e come ero ma che fino ad allora non capissi niente, niente della scena dell’esistenza perché le luci erano state spente.
Sedetti sul gabinetto per sostenere la ridda di emozioni che mi invadeva, mi subissava... come un fiume in piena.
Quando mi calmai la mezzanotte era vicina. Mi spogliai completamente nuda e mi osservai nello specchio grande, fissato alle spalle della porta di uno stipo a muro. Per la prima volta vidi chi ero veramente.
Di fronte a me, dallo specchio, il corpo di una giovane, sinuoso e sensuale mi fissava con acutezza. Non mi ero mai vista così!
Non mi ero mai apprezzata né mi ero accorta di crescere... quanto sciocca dovevo essere sembrata alla gente: ai conoscenti, ai familiari, agli altri studenti della scuola...
Mi resi conto che non avevo mai avuto vere amiche né amici e, stupidamente, non mi ero nemmeno chiesta il perché.
Che bella che ero, che bella avrei potuto essere. Non altissima, avevo il corpo piacevole e quasi del tutto proporzionato anche se conservava un po’ di quella magrezza adolescenziale, dovuta all’età: insomma fiorito sì ma tendenzialmente ancora bocciolo. I seni erano perfettamente tondi e sodi, non esagerati, due coppe con sull’apice le areole rosee e i capezzoli elastici e pronti a svettare, appena sollecitati. Al solo guardarmi, complice il fresco della notte, sorsero subito al tocco, scuri, rigidi e puntuti.
Con le palme delle mani mi presi i seni schiacciando i capezzoli, la loro rigidità carnosa mi fece gemere dal piacere mentre li saggiavo tra le dita e li “impastavo”, sfregandoli uno contro l’altro.
Mancava qualcosa in quel canale caldo e lievemente sudato tra le due tette, lo sentivo. Poi capii e immaginai che lì, tra quei due monti rigonfi, ci sarebbe stato benissimo un membro bitorzoluto e tonico, come quello dello zio. Sarebbe stato bellissimo accoglierlo, mentre quella sacca scura, che avevo visto sbattere sulla vagina di mia madre, mi avrebbe premuto sul petto, facendomi sentire la rotondità rigida delle sue due grosse palle.
E il membro, il cazzo ... averlo a pochi centimetri dal viso; la grossa testa che veniva fuori dalla pelle bruna del prepuzio e l’odore selvatico di orina, di sudore e di desiderio.
Vedevo quasi le goccioline dell’eccitazione fuoriuscire dal buchetto del pene.
Ormai smaniavo.
Lisciandomi i fianchi; osservai il loro perfetto rapporto col bacino, il pancino tenero e tondo e, poco sotto l’ombelico, quell’ oasi di pelo castano chiaro, quasi rossiccio, lo stesso colore dei miei capelli; però i peli erano ricci, forti e ribelli.
Come una piccola macchia erbosa, nascondevano quel frutto rosa di cui solo adesso sentivo l’importanza... mugolai come una gatta.
Spinsi sul monte di Venere con la mano aperta.
Ero talmente eccitata, che ogni volta che mi carezzavo nella zona della vagina, meccanicamente stringevo le gambe, come volessi sfuggire al mio stesso tocco.
Sciolsi i capelli lunghi e crespi, che come una cascata si lanciarono giù, in basso, fino a raggiungere le natiche, sode, tonde e paffute. Anche su quelle indugiai con le mani, le carezzai, le viziai: mi passai il dito rigido tra le due grosse “gote” del culo, raggiungendo il buchetto elastico e umido... lo volli vedere.
Mi chinai oscenamente in avanti, sbirciandomi nello specchio, mentre aprivo le cosce e spingevo il bacino all’indietro. Mi portai le dita delle due mani sui bordi delle chiappe e tirai ai lati, spalancando il taglio del mio culo: che spettacolo meraviglioso, il buchetto dell’ano sembrava un piccolo fiore bruno con i petali a raggiera, tutti concentrici, come a indicare in quale punto preciso avrebbe desiderato essere penetrato… ma da quella angolazione, grazie alla divaricazione, si erano aperte anche le grandi labbra della mia figa. Le due fasce laterali rosa scuro, ancora con le tracce di una lieve peluria, si schiudevano come i petali assassini di una rosa vermiglia, mentre dentro nascondevano una delicatissima orchidea di carne rosea, umida e virginale, con un pistillo centrale gonfio e pulsante.
Mi ci passai le mani e sussultai… era rorido di rugiada.
Mi aprii con le dita, mi ispezionai l’ano e l’utero... intuii il piacere che voleva arrivare. Esausta dalla scoperta del mio sesso e della mia femminilità, quasi completamente ignorate fino a quella sera, sedetti di nuovo sul water.
Quando avevo sentito mia madre mugolare di piacere?
Ecco, sì, ricordavo: quando lo stantuffo del maschio andava su e giù per la figa... allora? perché non provare a imitare con le dita per simulare il moto della penetrazione?
Aprii le gambe e misi le dita di piatto sulla vulva, carezzandomi in modo ritmico. Mi piaceva, certo.
Mi abbandonai con la schiena verso il muro.
Provai allora ad entrarmi in corpo con il medio e l’anulare e la cosa mi diede un’altra scossa di piacere, scoprii che oltre alla penetrazione, anche lo sfregamento sul clitoride era fonte di enorme gusto. Strusciando e penetrando, iniziai a inarcarmi e a contorcermi sul cesso. Con la mano libera mi cercai i due capezzoli, turgidi e duri, erano grossi come un mio dito pollice. Li strizzai e li raggruppai nella stessa mano, tirandoli fino a farmi male.
Schiacciando e tirando i seni e uncinandomi la figa con le dita come la bocca di un pesce preso all’amo, venni. Per la prima volta provai un vero orgasmo di donna, trattenendo le grida del piacere per non svegliare tutto il vicinato.
Intanto si era fatta la mezzanotte. Completamente nuda, sudata, eccitata, in preda a una sensazione di piacere e di trionfo costante, corsi fuori a prendere un bagno di Luna piena.
Con me portai solo il fazzoletto che conteneva il corno e l’ostia consacrata che avevo sottratto dalla chiesa.
Sotto i raggi della Luna lessi a voce bassa la mia prima orazione pagana: pronunciate a voce alta quelle parole avevano ben altra forza. Sapevano di patto ancestrale e di legame di sangue, si perdevano nel silenzio verso un tempo remoto.
Mi sembrava di non essere sola anche se intorno non vi fosse anima viva... eppure, i peletti sulla mia nuca si rizzarono tutti per il timore.
Giù in strada intravidi un’ombra, un grosso cane nero… fu solo un attimo: si fermò, voltò la testa dalla mia parte, poi riprese il suo cammino, svanendo nell’oscurità..
A quel punto, aprendo il fazzoletto, scoprii che l’ostia a contatto col cornetto biforcuto era diventata nera, come fosse formata di foglietti di carta bruciati, ammuffiti.
Richiusi in fretta il fazzoletto e scappai dentro. Già troppe emozioni avevo conosciuto in una sola notte.
Tratto dalla biografia della strega magistra, Giovanna
dal libro: Una vergine al Sabba - Da innocente fanciulla a diabolica Vestale dell'Eros.
Generi
Argomenti