La Corsa nella Notte 2 - audioracconto

Giovanna Esse
a year ago

Un racconto di Giovanna Esse. Lettura di Claudia A.

5 - Amoureux Solitaires

He toi

Dis-moi que tu m’aimes

Meme si see’est un mensonge

Et qu’on n’a pas une chance.

Io non so se fu una mossa strategica oppure capitò per caso, però lui inserì una nuova cassetta e la prima canzone non poteva essere più appropriata, per il mio stato d’animo. Il ritmo e la musicalità più adatte a far da colonna sonora della mia prima Avventura.

La cantante era Lio, una francese comparsa all’improvviso sul mercato italiano, allora ebbe un successo mondiale.

Riprese l’Autostrada, dalle parti di un paesino che si chiama Sicignano; costeggiammo, ad alta quota, il massiccio degli Alburni.

– Sai, questi posti li conosco come le mie tasche. – e mi prese la mano, io non la ritirai.

Fuori, l’aria era fredda ma l’abitacolo era confortevole, come un salotto affacciato sul lungo nastro dell’autostrada, intorno solo il buio. Mi venne da pensare ai lupi, in quelle zone solitarie ce n’erano, eccome. Ma non per averne paura: pensai ai lupi come creature della notte, libere di attraversare boschi segreti che io non avrei conosciuto mai, li invidiai.

– Vengo spesso qui nel weekend, per salire in montagna o per esplorare grotte… sono iscritto al Club Alpino; strano per un napoletano “verace”, no?

Sorrisi.

– Lo sai che stanotte non sapevo dove dormire? – confessai, forse lo dissi per fargli capire che donna avventurosa stavo diventando pure io!

Chiacchierammo, ridemmo e infine mi aprii. Gli parlai della mia vita, della famiglia, dei sogni nel cassetto… e mentre parlavo, senza oppormi, lasciai che mi attirasse a sé, adagiandomi sul suo petto, forte e accogliente. Intendiamoci, niente di sconcio, era un abbraccio paterno, affettuoso! Mi ci tuffai come in un mare calmo e tiepido, godendone sorniona, come una gatta. Era da troppo tempo che non ricevevo più le coccole! Mi mancava tanto un abbraccio così.

La notte correva, fuori dalla grossa berlina; eravamo soli, tranne qualche solitario e sonnacchioso camion, che arrancava nel buio. Riconobbi le luci di Sala Consilina! Quel matto di Paolo era stato di parola: eravamo veramente a pochi minuti da casa!

– Ma vuoi arrivarci sul serio? – adesso che eravamo così vicini ero a disagio; era giusto dare a quell’uomo tutte quelle notizie su di me? E io, cosa sapevo di lui? Ma la curiosità era troppa e poi, meritava un premio per quella pazzia.

Poco dopo, lentamente costeggiammo la stazione degli autobus, ce n’erano un paio, aspettavano pazienti di effettuare la loro corsa, prima dell’alba.

Gli indicai il mio vialetto. Lentissimi passammo davanti a casa mia, la villetta era immersa nel buio, tranne che per la luce sul cancello e il lume sulla porta, dimenticato acceso, come al solito. Nessuna finestra era illuminata ma, in giardino, sparsi senza alcun criterio, vidi alcuni giocattoli dei miei fratellini; la pompa, adagiata sul prato, e poi: le biciclette. Quella di papà poggiava, tutta storta, sulla mia: dritta sulle ruote, ricoverata sotto il gazebo, sembrava l’avessi lasciata li la sera prima.

– Guarda, – dissi – quella è la mia bici… – Intanto il cuore mi si stringeva per la nostalgia e gli occhi si inumidirono.

Paolo non disse niente, però spense i fari e ci fermammo, pochi metri più avanti. Avrei voluto saltare fuori e correre dentro: svegliare tutti, abbracciare tutti, ma ero troppo giovane per averne il coraggio… in seguito, la raccontai quell’avventura a mamma; in seguito, ripensandoci, mi sono sempre pentita di non essere scesa da quell’auto.

– Andiamo? – disse lui, appena mi fui ripresa.

6 - La Val d’Agri

Mancava ancora un poco all’alba, mi venne un’idea: decisi di diventare parte attiva di quella gita incredibile.

– Vai di qua, ti voglio far vedere una cosa! – Strinsi i pugni e chiusi gli occhi, come una bambina che esprime un desiderio al suo compleanno.

Fui premiata e avvenne un piccolo miracolo.

Viggiano dormiva, tranne che per i radi lampioni e per la facciata della grande chiesa, posta sul punto più alto del paese.

E il grande portale di Santa Maria alle Mura era aperto!

Sapevo che quel fine settimana ci sarebbe stata la processione, avrebbe accompagnato la Madonna Nera al Santuario sulla montagna, me l’aveva ricordato mamma, al telefono. Come avevo sperato, la Chiesa non era chiusa. Da quando il Papa l’aveva consacrata come Basilica era divenuta ancora più importante.

La vista era magica; sperai con tutto il cuore di sorprendere Paolo e di mostrargli che non ero solo una piccola “cafoncella”; avevo un cuore, avevo una cultura e avevo i miei “luoghi”, magari non fantasmagorici come la sua città, ma… come dire: meritevoli. Io credo di esserci riuscita.

Nel silenzio della notte, la chiesa si ergeva nel buio, più grande di quanto ci si potesse aspettare. La facciata di marmo, imponente e severa, rifletteva con sobrietà le luci dei lampioni del sagrato. La notte sopra di essa era ancora piena di stelle; ancora per poco il buio cercava di resistere alla luce. Dal portale ricco e decorato, si vedeva l’interno: una luce vivida, tutta d’oro, che risplendeva verso fuori, sembrava la porta del Paradiso.

– Vieni! – sorrisi e lo presi per mano. Salimmo in fretta la bella scalea ed entrammo, lasciandoci inghiottire dallo splendore.

Vicino all’altare, pronta nel suo tabernacolo enorme, la Madonna di Viggiano, ci guardava, con la sua espressione eternamente serena.

Paolo la osservò a lungo, poi mi fece segno di aspettare. Uscì per rientrare poco dopo, aveva tra le mani un’ingombrante macchina fotografica.

– È bellissima, – disse – non credo di aver mai visto una madonna così bella… lei… è, ha qualcosa di magico. Un’espressione incredibile… ma… come c’è finita quaggiù?

Risi di cuore, vedendogli scattare mezzo rullino di fotografie. Paolo sembrava un pescatore che ha trovato una perla… in una “vongola”.

A bassa voce, per non svegliare il giovane Sacrestano che dormiva su una panca, gli narrai la storia o meglio, la leggenda della Statua miracolosa e della Festa, per cui arrivavano pellegrini da tutto il mondo.

Eravamo alti.

Guardando attentamente verso est si intravvedeva il primo chiarore.

– Che facciamo adesso?

La richiesta di Paolo mi rincuorò. Nonostante quell’avventura mi fosse piaciuta, per tutta la notte, in segreto, avevo sempre avuto una lieve paura che, alla fine, si sarebbe comportato come tutti i ragazzi, insomma: che ci avesse “provato” o, comunque, che cercasse di ottenere un qualche tipo di rapporto fisico. Il fatto che titubasse riguardo alle nostre prossime mosse lo rese un eroe, ai miei occhi.

Mi sentii molto donna, nonostante non avessi ancora vent’anni, e con al fianco un vero uomo: uno che sapeva quando era il momento di fare le cose. In poche parole, un idolo!

Non avevo il coraggio di fare proposte, insomma era un po’ colpa mia se avevamo perso tutta la notte, in giro per la Lucania… ma il suo viso s’illuminò:

– Maratea! Ecco: là vale la pena di andarci, per vedere l’alba.

– Tu sei un pazzo… completamente pazzo.

Ridevo mentre salivo in macchina.

Partimmo noi; partì anche la musicassetta più “giusta” per quel momento: Stayin’ Alive dei Bee Gees, la colonna sonora de’ La febbre del sabato sera.

Ero gasatissima, portavo il tempo con i piedi e con le mani, canticchiavo, volevo esplodere… fare qualcosa…

E mi addormentai sul sedile, dopo tre minuti.

7 - Una notte a 180

La musica era cambiata; anche il ritmo del motore era diverso, più aggressivo.

– Questo è proprio uno stronzo! – Paolo scalò di marcia, scendendo in seconda, il motore gridava e le ruote stridevano, cercando disperatamente di rimanere aggrappate alla strada.

Quando tornai alla realtà, vidi due luci rosse davanti a noi, ma invece di allontanarsi si avvicinavano vertiginosamente. Col “becco” della nostra macchina eravamo quasi addosso a un’auto scura; rombava peggio e più della nostra, e ci precedeva a forte velocità.

Alla curva successiva, dopo una botta di freno, venni sbalzata in avanti sul sedile, poi mi ritrovai, subito dopo, di nuovo schiacciata sullo schienale, per l’accelerazione. Paolo aveva scartato verso sinistra e, con un balzo inatteso, aveva superato l’altro contendente.

Quei due matti stavano tirando, e io ero terrorizzata. Paolo, invece, aveva lo sguardo attento e cattivo, e sorrideva leggermente beffardo.

– Idiota. – disse tra sé, mentre allungava la distanza tra loro due. Però l’altra macchina non dava alcun segno di voler cedere e abbandonare quella sfida, stupida e pericolosa.

Tentò di superarci due volte, nonostante i tornanti stretti che scendevano verso il fondovalle. Purtroppo per me, poche centinaia di metri dopo, le curve terminarono e le due macchine si trovarono davanti un lungo rettilineo. Incurante del fatto che stava invadendo la corsia contromano, quell’altro cretino, rombando, ci affiancò cercando di sorpassarci.

– Idiota al quadrato, questo vuole morire.

– E allora lascia che muoia, – dissi impaurita – ti prego, ti prego, rallenta!

– Stai tranquilla, – sorrise senza scomporsi.

– Tranquilla un corno, siete due pazzi.

In pochi secondi eravamo arrivati a quasi 150 km/h, e Paolo ancora accelerava. Lo presi per la spalla, cercando di essere delicata.

– Ti prego, ti prego, ho paura…

Lui mi guardò come niente fosse, però tolse il piede dall’acceleratore; l’altro imbecille diede due colpetti col clacson, rientrò nella corsia davanti a noi, per poi infilarsi, sempre a velocità demenziale, nel condotto che indicava “direzione Salerno”. Noi rallentammo, seguendo tranquillamente un lungo tornante, ci preparammo per scendere ancora più a sud.

Ricordo che ci fermò la Polizia stradale, praticamente subito. Paolo scese dall’auto; qualcuno fece luce con la pila verso il mio viso.

Quando ripartimmo, Paolo che sorrideva sempre, disse che gli agenti avevano controllato gli pneumatici: “dotto’ andate più piano che se no vi si squagliano le gomme!”

A Maratea ci arrivammo che il sole era già sorto. Sostammo su un piazzale da cui si vedeva il mare. Aprimmo un po’ i finestrini e l’odore di salsedine ci raggiunse dalla scogliera. Mano nella mano, distrutti, ci addormentammo come due bambini.

8 - Ed è subito autunno

– E poi? – Francesca era stupefatta. Aveva seguito il racconto della nonna come si segue un film: la bocca semiaperta, le mani attaccate ai braccioli della poltrona. Il suo tè si è raffreddato, senza che la ragazza si fosse ricordata di berlo.

– E poi… e poi… Niente. Che ti credevi figlia mia? –

Velia sorrise con la sua innata dolcezza, la nipote si riprese e, praticamente, le saltò addosso per abbracciarla e stringerla sé.

– Eh, statti ferma, vedi di farmi pure cadere, adesso. – Ma la vecchia rideva, felice di aver sorpreso la nipote, di averle confidato uno stralcio del suo passato che lei non poteva immaginare.

– E dimmi, e il nonno, buonanima, il nonno che diceva?

– Ma che scemina! Cosa vuoi che dicesse? Nemmeno lo conoscevo, o meglio: lo conoscevo di vista, ma neanche immaginavo che un giorno lo avrei sposato.

Il telefono di Francesca squillò.

– Eccolo, nonna. Questo dev’essere il signore che mi darà un passaggio. Ti ho scritto il suo numero sul blocco in cucina… Non si può mai sapere, però: stai tranquilla.

La salutò con due potenti baci sulle guance e, prima di uscire, le strinse le mani fissandola negli occhi.

– E chi lo sa: magari mi succede pure a me di vivere un’avventura…

Scappò per le scale ridendo rumorosamente, con una cartella in una mano e il giubbino nell’altra.

La nonna si precipitò verso la finestra, sperava di avere fortuna e di vedere l’ospite di Francesca. Quello che vide la tranquillizzò: ad attenderla, c’era un signore sulla cinquantina, ben vestito, ma soprattutto, dal finestrino della macchina grigia, si intravedeva perfettamente un volto femminile… Chissà forse un’altra persona che aveva bisogno di un passaggio.

Francesca si presentò.

– Bene io sono Carlo, accomodati dietro. Questa è mia moglie, Dolores. Anche noi abbiamo una figlia che va all’università, al primo anno…

Carlo salì in macchina e subito partirono. Francesca sorrise, gentile ma leggermente delusa, dopo lo scioccante racconto della sua adorata nonna, aveva lasciato partire la fantasia. La realtà, invece, era assai più banale e, purtroppo, anche più amara… e proprio su questo si concentrò: tra poco più di un’ora, avrebbe avuto di fronte il professor Esposito, assai poco principe e men che meno azzurro!

*****

Velia adesso era sola...

Riportò le tazze in cucina e si accorse che erano ancora piene.

Non le andava di accendere la televisione quel giorno; si accostò nuovamente alla finestra, stavolta cercando quel lembo di mare che si intravedeva in lontananza tra i palazzi.

Il suo ricordo era assai più vivido di quanto sua nipote potesse immaginare; assai più importante di quanto il suo povero marito avrebbe potuto mai sapere. Il resto di quella storia non era per nessuno, l’aveva scritto in una pagina del cuore, cui solamente lei aveva accesso.

Tornò a quell’estate lontana…

Inventando mille scuse e imbastendo mille sotterfugi con i suoi, Velia l’aveva passata praticamente sempre con Paolo. Per oltre due mesi avevano fatto coppia, vivendo un rapporto intenso e passionale.

Cambiavano case, ospiti degli amici. Cambiavano letto ogni notte…

Girarono per l’Italia, raggiungendo le più disparate località di villeggiatura. Posti che lei nemmeno conosceva; ma Paolo aveva molti amici.

Anche lei cambiò, e divenne una donna.

Si amarono, senza limiti, senza freni, per due lunghi, intensi, mesi. Velia conobbe il piacere proprio tra le sue braccia…

Ma poi tutto ebbe fine. Ne soffrì, tornando presto la creatura silenziosa e riservata che era sempre stata.

Più tardi, col passare degli anni, aveva capito che era giusto così. Forse loro non erano tanto diversi ma le loro vite erano troppo distanti per potersi intrecciare.

Stanca, tornò alla sua poltrona preferita e si addormentò, sognando una corsa nella notte, un’estate lontana, vissuta nel pieno della sua primavera.

© Giovanna Esse – 2016 – 2023

Erotika

Esplora una vasta collezione di storie e libri su Erotika. Trova la tua prossima lettura preferita o condividi il tuo capolavoro!