Nel parco di notte: riempita di sperma

sesso italiano
12 July 2023

Alice slave, dal web ci racconta una storia cruda e violenta di stupro e sottomissione. Racconto narrato con maestria dalla vostra Samantha, voce amica.

Quei pochi secondi di doccia mi erano sembrati infiniti e mi diedero un’ulteriore scossa di piacere che non provavo da diverso tempo.

Mi godetti letteralmente quei momenti indimenticabili ma il Padrone non era ancora soddisfatto.

Di fatti, nel mentre i due maturi si accingevano a ricomporsi, il Padrone si slacciò velocemente i pantaloni e sempre con il piede sul mio collo disse: “ADESSO CAGNA ASSAGGI IL MIO DI CAZZO ! SU QUESTO VOGLIO L’ESCLUSIVA” e così dicendo cominciò a pisciarmi addosso indirizzando il getto sulla mia schiena, sul culo e sulle cosce, con il preciso intento di lavarmi in ogni punto del corpo.

Percepivo il calore del suo piscio insinuarsi ovunque ed arrivare poi a bagnare anche la pancia, le tette, fino alle dita dei piedi, aggiungendosi alle pozze ed ai rivoli della sborra che avevo ricevuto poco prima dagli altri due uomini.

Anche il piscio sembrava non terminare mai e soprattutto lo sentivo bruciare sul culo laddove si era abbattuta poco prima la cinghia.

Nonostante ciò, travolta da quella immane perversione, cominciai a dimenarmi per fare arrivare il getto in ogni punto del mio corpo, tanto che il Padrone sembrò apprezzare quella mia dimostrazione di cagna dominata e mi ricompenso liberandomi il collo dal peso della sua scarpa; né seguì però subito dopo una violenta pedata che mi fece rotolare supina nella pozza di fango che si era creata sotto di me per quel miscuglio di terra umida, foglie, sborra e piscio.

Tutta la parte di corpo dalle spalle, alle chiappe ed ai talloni si immerse completamente in quella pozzanghera maleodorante colorandosi della stessa tonalità.

I due maturi che avevano assistito a quella ulteriore punizione, commentavano dall’alto quanto fossi puttana ed ancora vogliosa nonostante le degradazioni subite; poi uno dei due, ancora non completamente soddisfatto, seguì l’esempio del Padrone liberando di nuovo il cazzo per poi pisciarmi sulle cosce e risalire, con lentezza esasperante, sulla pancia e sulle tette, mentre altri schizzi terminavano sul mio viso e sulla mia bocca che continuavo a mantenere aperta come ordinato.

Non passò molto dal termine di questa prova umiliante che il Padrone ricominciò a muovere la sua scarpa su di me, stavolta premendola a casaccio sulle cosce, sul ventre, sulle tette e sulle guance, non dopo averla poggiata nella pozza di sborra e piscio ai miei lati. Rideva tra se ed intanto diceva: “LO FACCIO PER RIPULIRTI DALLA SBORRA E DAL PISCIO CHE HAI PRESO”.

Il gesto fu subito notato dagli altri due uomini che, quasi a gara tra loro, iniziarono a fare lo stesso. Arrivarono pedate ovunque, dai polpacci, alle cosce, alla pancia, alle tette, alle ascelle, sotto il collo ed in pieno viso, compresa bocca ed occhi, con il risultato finale che avevo più melma sul davanti che sul retro del mio corpo, già affondato nella pozzanghera.

Pienamente soddisfatti per come era andato quell’incontro inaspettato, i due uomini salutarono rapidamente il Padrone anche se, dai loro atteggiamenti, ricordo di aver avuto l’impressione che si conoscessero già.

Il Padrone si rivolse poi a me, che ancora sdraiata in terra mi godevo languida i postumi di quella sessione, dicendo: “SEI STATA PROPRIO UNA BRAVA CAGNA MA PUOI’ FARE DI MEGLIO ! LA PROSSIMA SETTIMANA TI RIVOGLIO QUI E DOVRAI ESSERE GIA’ NUDA, SENZA UN CAZZO DI NIENTE AD ECCEZIONE DEL COLLARE E DEL GUINZAGLIO ! HAI CAPITO TROIA?”

Al mio sommesso: “SI PADRONE” aggiungeva: “ED ORA TORNA A QUATTRO ZAMPE DA DOVE SEI PARTITA E NON PROVARE AD ALZARTI IN PIEDI O TI RAGGIUNGO E TI FACCIO IL CULO ANCORA PIU’ ROSSO CON LE CINGHIATE”

Ubbidendo a quell’ultimo ordine mi sollevai da terra in una condizione a dir poco vergognosa ed indecente sia nella parte davanti che dietro, con fango e foglie secche appiccicati ovunque, persino all’interno del culo e sulle sopracciglia, e con quell’acre odore di sborra e piscio che sentivo anche in bocca, quasi facessero ormai parte del mio corpo da troia che, nonostante tutto, era ancora in calore.

La condizione indescrivibile di completo degrado per la dominazione sino ad allora subita, si perfezionò poi nel rientro fino al parcheggio dell’auto.

Percorsi tutto il tragitto di ritorno a quattro zampe rendendomi quasi invisibile nell’oscurità del parco, sia per la posizione sia perchè del tutto ricoperta di melma marrone puzzolente; mi spronava comunque un’eccitazione se possibile ancora maggiore di quella dell’andata perché adesso ero consapevole e fiera di aver soddisfatto il Padrone ed i suoi amici e di essere rimasta servizievole fino all’ultimo.

Piano piano raggiunsi il bidone dei rifiuti dove il Padrone aveva gettato i miei vestiti e, pur rimanendo a carponi, feci quasi immediatamente un’amara scoperta; all’interno c’erano solo delle carte, fazzoletti usati e qualche bottiglia in plastica e non c’era traccia né della felpa né dei pantaloncini.

Il terrore ebbe la meglio su di me facendomi inizialmente tremare, fin poi a trasformarsi in un attacco di vero panico; cercavo di spiegarmi cosa potesse essere successo ed intanto cominciai a sudare nonostante la temperatura fosse piuttosto bassa.

Facevo mille congetture sulle varie possibilità e per sicurezza svuotai completamente il contenuto del sacchetto dei rifiuti ma, oltre a quanto già notato sommariamente prima, vi trovai diversi preservativi ancora pieni di sborra e fazzoletti di carta ingialliti.

Era notte fonda, il parco era quasi deserto tranne per qualche auto che ancora si spostava dal lato opposto al mio, mentre paura ed ansia si stavano completamente impadronendo di me, completamente nuda, tutta sporca di fango, sdraiata in terra e con il contenuto di un sacco di rifiuti sparso tra le gambe.

Stavo valutando l’ipotesi di tornare indietro in cerca del Padrone, in quella zona da dove mi aveva controllato andare via a quattro zampe, per chiedergli aiuto ad uscire da quella situazione.

La cosa più assurda che ricordo, oltre a quegli attacchi di totale smarrimento che quasi mi soffocavano, è che anche in quel momento avvertivo la terribile voglia, che proviene dalla parte più oscura della mente, che mi porta ad essere schiava di chiunque e magari di nuovo sfondata nel culo e maltrattata come la peggiore delle cagne; immagino che se ne avessi avuta la possibilità né avrei dato di certo ulteriore dimostrazione, rivivendo daccapo ogni singolo attimo di quella emozionante nottata.

Intanto percorrevo con la mente tutti i passaggi della nottata e valutavo tutte le possibili soluzioni per recuperare i vestiti e le chiavi dell’auto; avevo anche considerato l’ipotesi di aver sbagliato cestino dei rifiuti, ma la scartai quasi subito per una serie di altri particolari che confermavano che era quello giusto.

Ero ancora poggiata con il culo tra i rifiuti del sacchetto sparsi in terra quando, alzando lo sguardo alla mia altezza, in direzione della panchina di fronte, vidi sotto di essa un fagotto nero di tessuto che mi sembrò familiare.

Continuando ad eseguire l’ordine del Padrone, mi ci avvicinai a quattro zampe, sculettando sotto la luce del lampione che evidenziava tutto il lerciume che avevo indosso, soprattutto sul culo dove il fango si era quasi solidificato.

Con i battiti cardiaci ormai allo spasimo, finalmente realizzai che l’agonia di quella ricerca era terminata; non mi ero sbagliata e quel fagotto era davvero la mia felpa nera e gli shorts grigi arrotolati tra loro.

Verificato che all’interno della tasca interna della felpa c’erano le chiavi dell’auto, me la infilai velocemente, mentre ero ancora con il culo poggiato a terra.

Subito dopo però mi accorsi che emanava un fortissimo odore di piscio ed altri odori sgradevoli, forse peggiori di quelli che avevo sul corpo.

Gli shorts, invece, oltre a puzzare allo stesso modo, erano conciati anche peggio, ridotti ad una poltiglia di tessuto striminzito, bucati in più punti e con diverse macchie giallognole laddove il tessuto copre il culo.

Non persi tempo ad infilare anche quelli ed a piedi nudi, come ero arrivata, tornai verso il parcheggio in direzione dell’auto.

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