Quelle parole mi rincuorarono, ma quando il fratello del mio ‘amato’ si allontanò in pochi istanti la paura lasciò il posto all’imbarazzo. Lui doveva essere vergine, proprio come me, e poi, tranne i nostri ripetuti strusciamenti dietro gli stipiti delle porte, avevamo combinato ben poco… invece adesso eravamo soli. Una macchina, all’epoca, era paragonabile a una stanza d’albergo per le coppiette di fidanzati e di amanti… quindi eravamo in una tipica situazione da adulti.
Che fare?
Per fortuna l’attrazione era potente. Dopo i primi attimi di smarrimento, lui si voltò e iniziò a baciarmi: bastò per cominciare a sciogliermi e per lasciarmi andare.
Lui cercava di capire cosa fare e come farlo al meglio. Mi fece passare sul sediolino davanti, mentre lui si spostava sul lato guida. Abbassammo i ribaltabili…
Con tutti quegli spostamenti la mia gonna era ormai salita al punto che mi si vedevano tutte le mutande, anche la maglia si era avvoltolata verso l’alto, liberando del tutto la mia pancia morbida e chiara.
Il mio giovane amante era impacciato quanto me ma era evidente che cercava di fare del suo meglio, per procurarmi piacere; si chinò sulla pancia baciandomi tutta, poi si avventurò tra i seni liberi, stringendoli, baciandoli; leccando e succhiando i capezzoli con foga.
Quei suoi modi maldestri mi mettevano comunque il fuoco in corpo e il desiderio di non essere da meno… Non avrei saputo dir di no a qualsiasi sua richiesta, nonostante avessi un’idea piuttosto vaga del punto a cui saremmo potuti arrivare.
Lui si abbassò, mi scostò la mutandina, poi si fece coraggio e più per istinto che per calcolo, mi calò con le labbra sulla vulva. I suoi baci, il calore del suo alito tra i peli mi resero pazza di piacere, automaticamente allargai le gambe per fargli comprendere i miei desideri. Il mio amante non si tirò indietro, spinse la bocca tra le cosce e mi ficcò la lingua in figa, come quando mi baciava in bocca con passione.
Per me fu come conoscere il paradiso; mi ero masturbata tante volte e anche lui ci aveva messo dentro le dita, ma con la lingua languida e veloce sul clitoride non esisteva paragone.
Senza volerlo gli presi la testa tra le mani e me lo tirai contro l’inguine. Per fortuna lui era instancabile e felice, dopo pochi minuti con le sue dita affondate dentro e la sua bocca che mi succhiava l’anima, venni in maniera liquida, abbondante e scomposta… e lui non si fermò! Fu una lunga, fantastica goduria.
Quando mi calmai fu lui a mettersi con la pancia fuori e io non me la sentii di non ricambiare. Ma ero nel panico: con le ragazze si era parlato spesso del fatto che il pene si può prendere anche in bocca, però io non l’avevo mai fatto. Veramente il cazzo non l’avevo nemmeno mai visto bene, da vicino. L’avevo toccato e a volte masturbato ma sempre nel segreto della penombra e con la paura in corpo di essere scoperta.
Ricambiai le sue stesse effusioni, baciandogli la pancia tesa e arrivando poi fino ai suoi peli, allora si abbassò tutto e mi ritrovai davanti il sottile cazzo puntuto e invitante. Mi ci accostai, odorava di caldo con un leggero sentore di orina, ma non era una vera e propria puzza, al contrario era un odore che mi rizzava i peli della nuca e mi caricava di desiderio. Ci poggiai sopra le labbra e iniziai a dargli dei bacetti. La carne era tenera e succosa, morbidissima al contatto delle labbra… mi chiedevo se dovevo fermarmi, oppure se il cazzo andasse per davvero introdotto in bocca.
Il ragazzo se lo prese tra le dita e abbassando la pelle tirò fuori la capocchia (di cui non sapevo neppure l’esistenza). Il glande era teso e rubizzo; chissà perché ma adesso che il suo cazzo aveva la testa di fuori mi sembrava più aggressivo e pericoloso. Ma quella forza sprigionata dall’asta era un’attrazione immensa per la mia libido. Mi ci accostai di più e dopo i baci provai a leccare. Ebbene, come potete immaginare, dopo averlo leccato e inumidito la voglia di succhiarlo prendendolo in bocca era inarrestabile. Lo feci, prima piano e delicatamente, solo la testa, poi mi ci accanii sopra, con decisione, introducendolo tutto, fino alla gola, fino a quando con le labbra gli potevo sentire le palline.
Mai provato, mai sentito tanto piacere: lo stringevo in bocca e ci giocavo intorno con la lingua. Inconsciamente desideravo solo spomparlo e succhiarlo, fino a farlo godere.
Lui aveva già eiaculato a volte con me, ma al finale si segava da solo e si arrivava nel fazzoletto per non sporcare per terra.
Il mio amore mugolava, pazzo per il piacere, e s’inarcava sulla schiena, incapace di trattenersi, mentre io in quei pochi minuti mi trasformavo, diventavo sempre più “femmina”, più padrona di me stessa e del mio corpo, più decisa e più docile al sesso, al tempo stesso.
Nell’amplesso dimenticai le amiche, la vergogna, i luoghi comuni, gli ammaestramenti di mia madre. Ora eravamo una cosa sola, uno nella bocca dell’altro, e ci stringevamo forte, come se tentassimo di soffocare nei genitali dell’amante.
Anche lui non era più un ragazzino, ormai. Quando ci districammo dal nostro abbraccio mi venne sopra, col cazzo teso come un nerbo, se lo teneva con le dita e cercava, smaniosamente la mia vulva.
Aprii le cosce meccanicamente, senza pensarci su; fu più lui ad avere un attimo di ripensamento, di lucidità:
«Posso ficcare?» mi disse roco «Te lo metto dentro…?»
Riuscii a tornare padrona di me:
«Amore, io sono ancora vergine… decidi tu.»
«No, io non posso decidere per te… se te la senti… se mi ami abbastanza…» intanto il piccolo glande si era fatto già spazio tra le grandi labbra, assai umide.
«Io ti amo, ti amo tantissimo… ma ho paura…» Era vero, grazie a quel momento di esitazione tutte le paure, gli avvertimenti, i divieti imposti in famiglia ripresero possesso di me e mi aiutarono a rinunciare.
«Meglio di no,» mi sentii dire «magari in un altra occasione… ho paura di perdere la verginità… io, sai, io…»
Fu solo un attimo eppure ebbi la netta sensazione che qualcosa si fosse rotto tra di noi. Io stessa mi resi conto di aver dato un valore sentimentale troppo estremo a quel nostro rapporto infantile; lo vidi per quello che era: un ragazzino. “Perdere la verginità… con lui? Beh, che male c’era? E se poi ci restavo incinta… e se lui non si sapeva trattenere?”
Mentre mi arrovellavo tra le mie paure e la mia eccitazione lasciava il posto al calcolo, il mio ragazzo era diventato diverso, anche lui si era raffreddato.
«Ok, va bene, ma io adesso devo arrivare… girati!»
Ora era più freddo e determinato ma io non me la sentii di dargli una nuova delusione, con la morte nel cuore mi voltai, sperando non mi facesse troppo male.
Avevo capito benissimo cosa aveva in mente, voleva ficcarlo nel di dietro. Conoscevo bene quella pratica perché era molto diffusa tra le ragazze: per evitare di perdere la verginità ma per non scontentare il ragazzo, preferivano prenderlo in culo. Anzi, quelle che lo avevano già fatto dicevano che era un’esperienza molto piacevole, una volta superato il momento più doloroso, quello della penetrazione.
Adesso il mio amore era infoiato. La forza della virilità aveva preso il posto delle languide carezze, voleva entrarmi dentro, voleva fottere, e io lo sentivo. Più volte mi scosse le grandi natiche corpose, alla ricerca dell’angolatura giusta per infilarmi; io sotto di lui mi sentivo indifesa, ma ero disponibile… speravo solo facesse in fretta. Speravo anche di non avere problemi personali, la mattina non avevo fatto la cacca e non si sa mai cosa mi poteva succedere. Praticamente ero vergine anche di dietro, quindi…
Quando si sentì pronto, dopo avermi carezzata con voluttà, si abbassò e mi baciò l’ano, poi lo leccò, infine sentii che ci sputava dentro la sua saliva, per lubrificarlo alla meglio.
Immediatamente dopo mi fu tutto sopra; sentivo le sue dita inesperte che mi cercavano il buchetto per infilarci il coso. Poi riuscì, spinse, e mi sentii spaccare in due.
«Ahi, ma che cazzo…» strillai sorpresa. Non mi aveva fatto troppo male, ma era pur sempre un coso duro che mi era entrato tutto dietro.
«Scusami» disse, riprendendo il controllo di sè «Ti faccio più piano, perdonami…»
Lo tirò fuori, mi accarezzo di nuovo il sedere, mi bagno di nuovo con lo sputo, poi ritornò alla carica. Questa volta il cazzo mi entrò dentro senza nessun disturbo, anzi era caldo e piacevole.
«Va bene così?» chiese. Gli dissi di sì ma di continuare comunque a far pianino.
Poi non parlammo più, ma mugolammo. Io scoprii che mi piaceva da matti quella sensazione di penetrazione anale. Lui si sollevava e mi ricadeva dentro: i nostri corpi si incollavano, il suo cazzo, duro e sottile, ci univa. Lo toccai con la mano da sotto, poi mi feci il ditalino, per godermi di più quel momento stupendo.
Dalla voce e dai colpi mi accorsi che stava venendo. Peccato, era durato veramente poco ma non mi lamentai. Speravo solo che lo sperma dentro il culo non avesse potere riguardo alla fecondazione: le mie amiche mi avevano assicurato di no; a mia madre non avevo mai avuto il coraggio di chiedere questo.
Pochi minuti dopo venne fuori dal culetto con un “plop” si sistemò alla meglio, poi mi aiutò a rivestirmi.
Non parlammo. Tra noi tutto era diverso adesso; probabilmente era ora di chiarire anche il nostro rapporto, che non era più una cotta infantile ma qualcosa di più.
Io comunque non volevo pensare. Mi ero molto “riscaldata” e adesso ero pentita di non aver scopato anche davanti… chissà quando sarebbe ricapitata l’occasione e adesso, eccitatissima, lo volevo più che mai. Anche pensare allo sperma del mio ragazzo, che ancora mi riempiva il culo, mi mandava in estasi. Appena a casa mi sarei lavata e probabilmente masturbata in santa pace…
«Chiamo mio fratello» disse e suonò il clacson dell’utilitaria. Poi scese dalla macchina e girò intorno a un albero per cercare dove far pipì.
Pochi minuti dopo arrivò suo fratello, probabilmente un po’ infreddolito ma non si lamentò, anzi sorrideva.
Poi disse qualcosa al mio lui che lo guardò sorpreso ma poi girò i tacchi e si allontanò.
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