Non mi aspettavo la casa del nonno di Heidi nell’anime degli anni ’80, ma questo è un rudere di primo ordine: sassi neri scheggiati sono appoggiati uno sopra l’altro a formare una struttura quadrata non più grande di un box auto, ragnine tra gli interstizi che hanno catturato fiocchi di neve sono sferzate dalla brezza gelida. Il tetto è di lamiera, da cui pendono piccole stalattiti. Sopra ci si è accumulata una spanna di neve. Spero sia rimasta tutta sul tetto…
La porta è di metallo, con delle scritte rossi e blu scolorite fatte con delle bombolette spray – chi cazzo se ne va nei pascoli a fare graffiti? – e la maniglia di metallo è accompagnata da un chiavistello conficcato in un buco praticato in un sasso dell’uscio. Il viso congelato mi duole nell’accenno di sorriso nel notare che manca un lucchetto.
Katia usa la punta dei bastoncini per premere la leva dell’attacco degli sci e se li sgancia. Affonda per metà dello scarpone nella coltre bianca. Si avvicina alla porta e afferra il catenaccio.
Volta il viso verso di noi, come se ci stesse chiedendo se aprire o meno. Io annuisco, ma sono pronto a scommettere che non ci andrà…
La mano della donna si muove e la barretta di metallo esce dal foro nella pietra. Lei sorride. «Devono lasciarlo aperto per chi si perde in montagna…»
Tipo le discese in sci nella nebbia? Pesto la punta del bastoncino sulla leva dell’attacco un paio di volte per sci e mi libero anch’io di questi dannati aggeggi. Li prendo e li appoggio accanto a quelli di Katia e Stefano.
Abbasso la testa sotto l’architrave di legno tarlato. L’interno è buio, vuoto. Le mura interne sono sempre pietre, ma ogni buco è tappato da cemento o qualche altra cosa grigia. Il pavimento è terra battuta, con sassolini più grossi, forse quanto è rimasto dal materiale usato per tappare i muri.
Chiudo la porta alle mie spalle e la baita… o il baitèl, come l’ha chiamato Katia, sprofonda nella notta più buia. La luce di un telefono si accende, mi acceca e si sposta nella stanza fino a illuminare una torcia elettrica che pende da una trave del tetto.
«Dici che funziona?» Stefano si abbassa la zip della giacca. Sotto indossa una maglia verde e azzurra di lana.
La maestra non solleva la torcia ma sposta un cursore sotto e si accende. Una fortuna che le batterie siano cariche.
Una luce gialla riempie la baita. Una baita vuota, senza alcun oggetto, se non un cumulo di ghiaietta e un plaid alla scozzese rosso e blu pieno di buchi abbandonato sopra.
Le guance mi bruciano. Non è come essere nel bar dopo le lezioni di sci della settimana scorsa, ma rispetto all’esterno sembra comunque di starsene ai tropici. Mi tolgo gli occhialoni e il sudore che avevo attorno agli occhi mi cola lungo il viso.
Prendo il telefono dalla tasca. L’icona del segnale del cellulare ha una croce sovrapposta. Apro la app di escursionismo che mi è stata consigliata: la mappa mostra la zona degli impianti di risalita, al posto del puntino è presente un grosso cerchio che ci posiziona ad un tiro di schioppo dalla stazione di mezza quota. Scuoto la testa, l’ultimo aggiornamento dev’essere di quando siamo partiti con la seggiovia e poi ha perso il segnale. Inutile.
Katia si siede sulla coperta lurida. «Dovete essere sudati, è meglio se vi spogliate.» La guardiamo tutti e due. «Se il sudore dei vestiti vi ghiaccia addosso, rischiate di ammalarvi.»
L’idea di restare nudo in una baita simile mi piace poco, ma un brivido mi corre lungo la schiena. La canottiera è zuppa e non è affatto calda. «D’accordo.» Mi sfilo la giacca, i polsini sono bagnati e ghiacciati: la getto a terra. Tolgola maglia e ve la getto sopra.
Stefano, a fianco a me, è più titubante.
«Non è freddo.» Mi sfilo la maglietta. Pesa per il sudore della sciata fuoripista. Tra un paio di ore puzzerà come quelle che uso in palestra? «Non troppo freddo, comunque.»
Resta un istante con le mani sulla zip della giacca, mi fissa mentre mi tolgo la canottiera. Abbassa gli occhi e se la apre. Cos’è, fa il pudico davanti alla maestra da cui cercava lodi fino a mezz’ora fa?
La testa mi esce dallo scollo della canottiera. L’aria umida ma tiepida della baita solletica il mio sudore. «Tu Katia non sei…»
Katia si stringe le braccia al petto, ha le spalle sollevate e trema.
La canottiera mi pende da una mano. «Katia, hai freddo?»
I suoi denti tremano sotto le labbra. Accenna un sorriso e abbassa gli occhi. «Confesso che.. che sto gelando.»
Stefano appoggia la maglia sulla sua giacca e si avvicina a lei. «Se sei sudata, spogliati anche tu. Non… non preoccuparti per noi.» Bella tecnica di seduzione, gliel’avranno insegnato ai boy-scout anche questo o l’ha letto sul manuale delle Giovani Marmotte?
Katia si sfrega le braccia. «Non sono sudata, ma ho davvero freddo.»
Per il prossimo inverno, oltre ad una torcia elettrica, magari è meglio lasciare anche una stufa e del combustibile. Non possiamo nemmeno darle i nostri vestiti, visto che peggiorerebbero solo la situazione.
La voce della donna si abbassa. «Ma voi continuate pure a togliervi gli abiti bagnati, o vi ammalerete.» Si siede sulla coperta a scacchi colorati e si stringe tra le spalle.
Il pelo interno dei pantaloni da sci è umido, ma non so se è la situazione di restare in mutande. Soprattutto considerando che effetto mi fa lì Katia. Blocco una smorfia: non è il momento più adatto.
Stefano torna accanto ai suoi abiti e si leva maglietta a maniche lunghe e canottiera in una volta e le getta sul suo mucchio. Si siede a sua volta sulla sua giacca. Non è muscoloso quanto me: con gli abiti addosso sembrava più grosso, ma una volta sbucciata la cipolla è rimasto poco. La pelle è priva di peli, e non so se per motivi estetici o se perché non gli crescono di natura. Un guizzo sotto la pelle della schiena e un brivido lo scuotono.
Il mio braccio ha la pelle d’oca, i peli sono sollevati e trattengono il poco calore che c’è qui dentro. Le mie ragazze si lamentano che dovrei depilarmi, ma sono felice di aver sempre rimandato il passaggio dall’estetista.
Katia si sdraia sulla coperta bucata e si volta da una parte. Trema. La cosa è peggio di quanto pensassi… Avvolgerla in quello straccio sporco e mangiato dai topi avrebbe ben pochi effetti. Ci ha cacciati in una situazione assurda – dispersi in montagna con una maestra di sci su una pista dove hanno fatto i Mondiali negli anni ’90, come mi aveva detto il barista della stazione di mezza quota – ma vederla soffrire…
Mi inginocchio e afferro la giacca. Potrei coprirla con questa: non sarà il massimo, ma aiuterà comunque…
Stefano mi richiama con un sibilo. Tiene le braccia premute contro il corpo, un tremolio lo scuote appena. Con un cenno del capo indica la maestra. «Facciamo qualcosa.»
