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Erotika
Come gli eschimesi · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 11 min di lettura

L'ultimo giorno sulle piste

La classe di Emanuele, guidata dalla maestra Katia, raggiunge la cima dell'impianto sciistico per un pranzo insieme prima dell'ultima discesa.

William Kasanova
10 mesi fa · 521 letture · 0

Sollevo gli sci dal supporto della cabina che dondola muovendosi a passo d’uomo accanto alla banchina. Gli scarponi di plastica sono rigidi per camminare e mi tremano sulla gomma che ricopre il pavimento della stazione della funivia. Rischio una storta correndo per raggiungere il resto del gruppo, il peso degli sci in una mano e i bastoncini nell’altra mi sbilanciano.

I miei tre compagni della scuola di sci sono attorno a Katia, che spicca nel gruppo per la sua tuta bianca dalle rifiniture blu. Sulle spalle è cucito lo stemma della scuola di sci “Campioni delle nevi”, insieme ad un altro paio di patch che non ho mai letto. Il culo della ragazza distorce la tuta in una serie di curve che rendono una meraviglia seguirla nelle discese. O imbrattare di sborra i fazzolettini…

La maestra si volta. Gli occhialoni gialli sono sollevati sul caschetto bianco, attorno agli occhi castani si formano delle rughette nel sorriso che mi rivolge. «Bene, ora che anche tu Emanuele sei pronto, possiamo andare.»

Il mio sorriso nasconde lo sforzo di non fissare la terza che riempie la tuta all’altezza del petto di Katia. Annuisco, sia alle parole della donna che al suo corpo meraviglioso.

Stefano è al suo fianco. Due dita lo separano dalla maestra, sembra volersi strusciare contro di lei come farebbe un gatto con la coda sollevata in cerca di attenzioni e di qualche croccantino. Indossa una tuta nera imbottita con delle righe gialle che sembrano un’esplosione o che vi abbiano tirato addosso dei gavettoni di pittura. Gli sci sono neri, lucidi, come se fossero usciti questa mattina dal negozio, nonostante l’abbia visto sciare per delle ore ogni pomeriggio. «Sono davvero dispiaciuto che questo sia l’ultimo giorno del nostro corso.»

Francesco solleva la zip della giacca azzurra e stringe al petto gli sci bianchi e gialli. «Beh, Katia, sei un’ottima insegnante di sci. Non mi sarei mai aspettato di tornarmene dalle vacanze senza una gamba rotta sulle piste.»

Nicola annuisce, la sua pappagorgia si muove come il bargiglio di un tacchino. Si arriccia uno dei suoi grossi baffi da Babbo Natale. Stamattina non sembra più alticcio del solito.

La ragazza ci passa in rassegna con lo sguardo, sorridendo. «Siete stati tutti degli ottimi allievi.» Si ferma un’istante di più su Stefano. «Davvero ottimi.»

Un angolo della bocca dello stronzo si solleva un dito di troppo. Gli occhi azzurri gli luccicano sotto le lenti multicolore degli occhialoni. Cocco della maestra del cazzo…

Katia si volta, i capelli biondi si spostano sulla sua schiena. Le sue splendide chiappe mi fanno prudere nei boxer. «Adesso andiamo o ci rubano il posto.» La seguiamo fuori dalla stazione di mezza quota.

I riflessi che sfolgorano sui cristalli di neve attorno al sentiero mi ustionano gli occhi. Stringo le palpebre e abbasso gli occhialoni. Il fastidio svanisce. Sollevo la cerniera della giacca e fermo il fiato di aria che mi congela lo stomaco.

Procediamo in fila indiana verso la partenza della seggiovia in un sentiero scavato nei venti centimetri di neve caduti questa notte, il ghiaccio scricchiola sotto i nostri scarponi. Nicola davanti a me scivola ma si salva dal capitombolo e dalla figuraccia appoggiando in tempo il fondo degli sci. Un uomo e una donna dalla pelle rossa come un pomodoro che vanno nella direzione opposta gli lanciano un’occhiata e sogghignano.

Diverse persone stanno parlando e ridendo nel piazzale sotto di noi, alcuni con in mano dei caffè in tazze di carta, altri con delle sigarette in bocca. Dal comignolo della cucina del bar della stazione si sprigiona un pennacchio di vapore bianco degno di una ciminiera industriale. L’odore delle pietanze in preparazione è una cappa nauseante, il fetore del soffritto di aglio e cipolla è vomitevole, come se me l’avessero ficcato direttamente nel naso.

Non c’è fila davanti alla stazione della seggiovia. Sulla pista battuta dai gatti delle nevi passano un paio di sciatori, sollevando un suono appena percettibile, come se fossero ben più lontani di un tiro di sasso. Ci mettiamo in fila davanti al tornello e sul volto dell’addetto all’impianto si stampa un sorriso.

«Mh, Katia. Ci sei domani sera al falò di fine anno?»

La ragazza annuisce. «Come sempre.»

«Fate un ultimo giro prima di andare a pranzo?»

La maestra supera la barriera passando un guanto sul sensore e si avvicina alle seggiole. Stefano le è subito dietro, anche lui ha adottato lo stesso metodo, ritagliando il chip e incollandolo nella manica della giacca. «No, ci fermiamo al Focolare Alpino a mangiare e facciamo dopo la nostra ultima discesa insieme.»

L’uomo annuisce e afferra il bracciolo di una seduta per rallentarla. Katia e Stefano – bastardo, si siede accanto a lei per tutta la salita! – si mettono in posizione e la seggiola li raccoglie come un cucchiaio. «Fai attenzione che il meteo ha messo nebbia nel pomeriggio.»

La donna si volta verso di lui. I lunghi capelli biondi schiaffeggiano il caschetto di Stefano. «Il meteo non indovina in montagna.»

L’uomo scuote la testa e sussurra qualcosa che lo sferragliare del motore della seggiovia soffoca.

Francesco e Nicola sono passati per il tornello e rinfilano in tasca gli skipass. Me ne sono dimenticato! I due si mettono in posizione e si voltano verso di me. «Vieni, Emanuele, che saliamo insieme.»

Getto le mani nelle tasche della giacca. Vuote! Dove cazzo l’ho…

«Occhio…» L’addetto prende per la spalliera la seggiola che arriva.

Metto le mani nei pantaloni, le dita non incontrano nulla se non il telefono e le chiavi dell’auto. Non l’avrò lasciato in… È al collo, per non perderlo!

Abbasso la zip e l’aria mi gela il sudore che sta inzuppando la canottiera. Tiro fuori lo skipass e sollevo lo sguardo. Francesco e Nicola vengono catturati dalla seggiola che dondola per il loro peso.

Sollevo la mano. «Io… prendo il prossimo.»

Nicola si volta verso di me. «Ci vediamo in cima.»

Stringo le labbra. Che sport di merda, lo sci…

 

⁂

 

Il resto della compagnia è accanto alla stazione di monte, intento a guardare il panorama. Katia indica con uno dei bastoni, descrivendo qualcosa. Stefano si volta verso di me intento ad uscire dalla recinzione dell’arrivo della seggiovia. Un lampo corre nei suoi occhi. Ti è piaciuto stare accanto alla maestra, eh, cocco bastardo?

Da questa posizione si scorge tutta la Valscighera, coperta di neve fino al fondovalle, dove giace Santa Elisabetta, con i camini che sollevano fumo e poche auto in movimento sulle strade ghiacciate. Il cielo azzurro senza una nuvola contrasta con il mondo in bianco e nero sotto di lui. Non c’è un filo di aria e il freddo mi sta mordendo la pelle delle guance.

Prendo il telefono da una tasca e scatto una foto allo scenario. Accedo a Instagram per caricarla come storia, ma compare la scritta “Rete non disponibile”. Rimetto in tasca il telefono: in questa zona riceve sempre male. Al diavolo.

Katia abbassa il bastone. «…e li è dove mio padre mi ha insegnato a sciare a quattro anni.» Si volta verso di me e mi sorride. «Bene, ora andiamo a mangiare che ho proprio fame.» Si avvia verso l’edificio ad una decina di metri di distanza, una baita a due piani con mezzo metro di neve sul tetto. I muri sono coperti di sassi e davanti, accanto ad un cartello in legno con la scritta “Il focolare alpino” ci sono quattro tavolini vuoti. Chissà se serve anche oggi al bar la ragazza con i capelli neri?

Prima di andare avanti…

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