Farsi una famiglia 1
Ero decisamente una ragazza fortunata; i miei disponevano di una ricchezza notevole, in parte ereditata da mia madre, in parte per il ruolo di mio padre in un’importante azienda; ma non erano in grado di proibirmi niente; l’unica cosa che erano riusciti ad inculcarmi, era un senso bigotto della religione e dei suoi principi, al punto di valutare manicheisticamente il bene ed il male come due realtà contrapposte tra le quali mi muovevo, con l’intemperanza, l’imprevedibilità e le oscillazioni proprie dell’età e del carattere.
Non fu affatto strano, quindi, che, in uno scorcio d’estate, mi lasciassi trasportare da una folata di passione e mi facessi sverginare da Elio, un impiegato di banca di belle speranze, nel quale mio padre Aldo vedeva un avvoltoio che aveva di mira la mia eredità piuttosto che il mio amore; si arrese però alle mie proclamazioni di grande passione e cedette quando comunicai che ci saremmo sposati in breve tempo.
Non gli restò che favorire anche le sue ambizioni, sfruttando il potere di cui godeva negli ambienti finanziari, ed esigere una cerimonia adeguata al suo livello sociale, contro il parere di mio marito che l’avrebbe voluta intima; secondo mio padre, si vergognava di presentare i suoi parenti ed amici in una cerimonia che per loro sarebbe risultata troppo impegnativa e per la quale non avevano neppure abiti adatti.
Elio non fece nessuna obiezione e, quando mio padre pretese il regime dei beni separati per evitare future pretese sul mio patrimonio, addirittura, rifiutò il lussuoso viaggio di nozze che i miei avevano programmato e mi propose, in alternativa, di ‘scomparire’ per qualche giorno e fare l’amore alla disperata nell’appartamentino che i miei avevano acquistato per me, nel solito regime di separazione.
In qualche modo, passarono sostanzialmente un paio di anni; Elio si avvalse della sua enorme qualità intellettuale, per percorrere in pochi mesi una rapida carriera; fu destinato ai rapporti internazionali della grande banca con cui lavorava e si dimostrò così valido da meritare per due anni consecutivi il titolo di migliore impiegato ed alcune promozioni che lo resero personaggio di spicco.
Il vero problema tra noi era il sesso; avere contravvenuto ai principi talebani ed essermi fatta sverginare rappresentava già un grave handicap per me; quando, in camera da letto, mio marito avanzò delle pretese che io consideravo immorali, sporche e antigieniche, si aprì tra noi due un baratro che niente riusciva a colmare; Elio decise di cercare altrove quello che io puntualmente gli negavo.
Tornare tardi la sera diventò un’abitudine; le scuse che accampava risultarono sempre più flebili fino a che raggiunsi l’inoppugnabile certezza che aveva delle amanti con le quali sfogava quelle voglie ‘perverse’ che io non accettavo nemmeno di prendere in considerazione; minacciai di chiedere il divorzio e di rovinarlo professionalmente, se non avesse smesso; ma Elio a sua volta continuava a chiedermi di cedere a rapporti orali o anali; ma mi rifiutavo ostinatamente persino di masturbarlo o di lasciarmi masturbare e non prendevo neppure in considerazione l’idea di farmi leccare intimamente.
Ormai al massimo punto di tensione, partì per una missione all’estero; fu in quell’occasione che incontrai un altro ragazzo, bello e prestante più di mio marito; per uno dei miei tanti repentini e ingiustificabili cambiamenti di atteggiamento, non solo gli cedetti ma gli concessi anche quello che, distruggendo il matrimonio, avevo sempre negato ad Elio; non mi chiesi neppure perché lo avessi fatto; semplicemente, scoprii un mondo diverso che mi catturava; mi rendevo conto dell’errore commesso, ma mi difendevo anche con me stessa attribuendone la colpa al coniuge legittimo; decisi di odiarlo di più e per sempre.
Non mi protessi nei rapporti; non lo avevo mai fatto e mio marito era stato sempre paziente ed attento per evitare una maternità prematura; con l’altro, di cui non ricordavo più neppure il nome, non feci niente per evitare che concludesse in vagina e mi trovassi incinta di colpo; quando la cosa fu comunicata ad Elio, prese la naturale decisione di chiedere il divorzio; non tornò più dalla missione e si stabilì in Sudamerica dove aveva costruito un suo personale impero, anche di sesso.
Libera da impacci, mi scatenai nella lussuria più sfrenata ed in pochi mesi contai quattro amanti diversi coi quali imparai a praticare tutte le forme di sesso possibili e immaginabili; un minimo di coscienza razionale suggeriva che solo io avevo colpa di quello che era avvenuto; l’ipocrisia borghese a cui mi ero abituata nella famiglia, mi indusse a dichiarare che la figlia che aspettavo era di mio marito.
Mio padre non aspettava altro, per avviare una pratica giudiziaria per punire il ‘colpevole’ nella maniera più sanguinosa; riuscì, con avvocati abilissimi, a farlo condannare a versarmi un congruo contributo per il mantenimento di mia figlia; ma ormai la condanna non gli pesava più di tanto; grazie alla sua abilità nel manovrare capitali, non suoi ma di ricchissimi speculatori, era ricco abbastanza, ovviamente favorito anche dal vivere in Sudamerica, vicino alle banche off shore più famose del mondo.
Gli anni scivolarono lenti e pigri; io mi trovai a scatenare la mia troiaggine in una libidine continuamente insoddisfatta; cambiavo amante più rapidamente di come alternassi i vestiti secondo le stagioni; imparai a godere da pazzi e a mandare in paradiso i miei amanti con pratiche sessuali, un tempo considerate peccaminose e sporche, nelle quali adesso ero diventata una maestra indiscussa; il pensiero di mio marito non mi sfiorò mai più; dimenticai persino il suo volto.
Non mi occupavo molto nemmeno di Vittoria, mia figlia, che fu allevata nel lusso e nelle concessioni che avevano già costruito la mia personalità; per effetto dei tempi mutati e delle diverse condizioni di crescita, imparò presto a gestirsi con intelligenza e con un senso della libertà molto oculato; era economicamente indipendente per il contributo che indebitamente incameravo dal mio ex marito; era totalmente libera e viveva lontano da me.
Quando toccai i quarant’anni, cominciai a rendermi conto che rischiavo una vecchiaia da sola e senza riferimenti, se non le copule sregolate e assurde che mi concedevo forse per riempire un grande vuoto di affetto che solo con Elio avevo visto alleviato; accettai allora di sposare un uomo assai più vecchio di me, amico di mio padre, vedovo da anni, che volle anche riconoscere come sua mia figlia Vittoria, che non si oppose quando le fu chiesto di assumere il nuovo cognome.
Aveva da tempo cominciato a girare il mondo, sia per lavoro, perché si occupava di import export con grande abilità, sia soprattutto per una sua fame di conoscenza che non sapevo da dove derivasse; in uno dei rarissimi momenti in cui ci trovammo a parlare di noi, riuscii a strapparle a malapena che non aveva preso niente dalla mia perversione, che aveva fatto qualche esperienza come tutti i giovani della sua età, ma sempre senza esagerare.
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Quando conobbi Nilde, avevo appena venti anni; da due lavoravo in banca e finalmente avevo l’autonomia economica per vivere per mio conto e non gravare sulla famiglia; non mi dispiaceva la vita in un ambiente piccolo borghese di tono non proprio modesto ma non elevato; ma essere autosufficiente era una sorta di ‘viatico’ alla crescita e alla prospettiva di farmi una mia famiglia; la ragazza di cui ero innamorato aveva invece tutte le stimmate della ricca spensierata e svagata, incapace di reggere un confronto serio su temi importanti, ma decisamente bella ed affascinante per eleganza, per qualità, per intelligenza.
Non si interessava ai grandi temi, ma alle grandi emozioni; un’educazione da baciapile la portava a dividere le cose categoricamente in bianco e nero; però spesso si lanciava su quelle ‘nere’ per un istintivo gusto del proibito; la prova la ebbi quando, dopo che ci eravamo frequentati per quasi tutta l’estate insieme agli altri, ci trovammo a passeggiare da soli, di sera, lungo la battigia; sdraiati su un pattino arenato, la baciai all’improvviso, rispose e sentii che ricambiava la passione.
A vent’anni, il momento propizio si coglie senza stare a pensarci; la sverginai a sorpresa, senza neppure essermi reso conto che per lei era la prima volta; subito dopo, ci chiarimmo e avvertii netto il senso di colpa che la opprimeva per il ‘peccato’ commesso e soprattutto per essere venuta meno ad uno dei principi di famiglia; suo padre, amministratore delegato di un’importante azienda e titolare di una fortuna enorme, si rivelò, com’era da aspettarsi, categorico e inflessibile.
