Nella mia vita, la presenza di uomini è stata sempre molto marginale. Da quanto ricordo, ho sempre vissuto con mamma, una donna meravigliosa, sempre presente, mai invadente, sempre pronta a sostenermi, a consigliarmi, più di un genitore, una vera amica. Carla, questo è il suo nome, è una bella donna; oggi ha trentanove anni, ben portati. Lavora in un grande e raffinato negozio d’abbigliamento e questo fa sì che veste sempre alla moda, molto curata ed elegante. Io sono Sonia e, di anni, ne ho venti; sin da quando ero ragazzina, lei è sempre stata il mio idolo, il mio faro, la mia guida. Da piccola mi divertivo ad indossare le sue scarpe, i suoi vestiti, poi, con il tempo, lei mi ha insegnato come ci si veste in maniera da non esser ridicole. Io lavoro come impiegata ed avere orari diversi fa sì che, spesso, pur abitando nella stessa casa, ci si veda poco. Lei ha un'amica, Claudia, con cui esce spesso. C’è molta complicità fra loro e penso che spesso vadano a “rimorchiare” insieme. Quest’anno, ero convinta che sarebbero andate anche in vacanza insieme, tanto che mamma aveva già prenotato il traghetto per la Sardegna, ma quando, ieri sera, è tornata a casa più presto del solito, aveva il morale molto giù’. «Che ti succede?» Le ho chiesto, e lei con lo sguardo basso, mi ha risposto con un tono malinconico. «Claudia non viene più in vacanza con me, ha conosciuto un tipo e ha deciso di andare con lui in Grecia.» Dal tono della voce, era chiaro che ne era rimasta molto dispiaciuta e, durante la cena, era anche molto assorta, tanto che non ha mangiato nulla. «Vado a letto: sono stanca.» Mi ha salutato ed è sparita in camera sua. Poco dopo, uscendo dal bagno, sono passata davanti alla porta semi socchiusa della sua camera e mi son accorta che era distesa sul letto e piangeva. Lentamente sono entrata, era la prima volta che la vedevo in quello stato. «Perché piangi? Che ti succede?» Non mi ha risposto subito, ma si vedeva che cercava di trovare qualche pretesto per non dirmi la verità, poi sono stata io a riprendere il discorso. «Quando sareste dovute partire?» Lei mi risponde senza alzare gli occhi. «Il 6 di Agosto, ma credo che non mi resta altro che disdire i biglietti e lasciar perdere ogni cosa.»
Le ho sollevato il viso e le ho fatto una proposta. «Se non hai nulla in contrario, mi piacerebbe venire con te in vacanza: è tanto che non stiamo insieme. Le mie ferie iniziano dal primo, quindi possiamo partire quando vuoi.» Mi guarda stupita, quasi incredula. «Ma davvero vuoi venire in vacanza con me? Con tua madre?» L’ho abbracciata ed ho ribadito la mia disponibilità. «Certo! È da tanto che non stiamo insieme. Le mie amiche sono tutte via; chi con i fidanzati o con le famiglie, mentre io pensavo di passar l’estate in città, con te sarà di sicuro più bello!» Le è tornato subito il sorriso sul viso e mi ha abbracciato. Abbiamo trascorso i giorni che ci separavano dalla partenza, a far compere e preparativi. Lei mi sembrava un po' più serena, anche se, per due o tre notti, l’ho sentita piangere ancora. Il viaggio è stato bello. Lei era allegra come non la vedevo da tempo e, arrivate al residence dove avevamo affittato il miniappartamento, nella costa est della Sardegna, ci siamo fatte subito una doccia e, per la prima volta da tanti anni, ho visto mia madre nuda. il suo corpo sinuoso, bello, ben proporzionato mi ha procurato un brivido lungo la schiena; lei, forse, non se ne è resa conto e mi ha sollecitato a sbrigarmi per andare a cena. Abbiamo indossato cose semplici e comode e siamo uscite alla ricerca di un ristorante. La cosa si è rivelata subito non tanto facile: nel piccolo paese, era tutto pieno. Stavamo per rinunciare, quando percorrendo una piccola scalinata, abbiamo notato un portone aperto e, al suo interno, c’erano tavoli apparecchiati, con gente che mangiava. Erano solo cinque tavoli, ma siamo entrate lo stesso. «Scusi, è possibile cenare?» Ha chiesto ad una donna molto bella, dai capelli lunghi e rossi. La signora si è girata, ci ha dato un’occhiata dalla testa ai piedi e poi, dopo averci osservate attentamente, ci ha risposto: «Ma... veramente… saremmo al completo… ma, sì, venite!» Ci ha guidato fino ad un grande terrazzo, con vista sul mare, dove c’era un tavolo occupato da due persone e un altro molto più piccolo. «Se non vi dispiace stare un po’ strette, questo è il mio tavolo privato, ma, per voi, faccio un'eccezione.»
Ci andava benissimo. Appena sedute, abbiamo subito cominciato a mangiare, senza aver ordinato nulla: le pietanze erano a vista con sistema self service. Poco a poco, i tavoli all'interno, si sono liberati e, alla fine, una donna, probabilmente la cuoca, ha salutato la signora e se n’è andata. Allora la proprietaria è tornata da noi e, prima di sedersi con noi, ha salutato le ultime due persone ancora presenti nel locale, nell’unico tavolo posto di lato a noi. Ho ammirato quelle due donne che l’hanno salutata molto cordialmente. Una, molto alta e bella, l’altra più minuta, che si muoveva con fare timido e schivo. Poi è venuta verso di noi, che eravamo pronte a salutarla per andarcene. «Vi è piaciuta la cena?» L’abbiamo ringraziata, affermando che la cena era stata perfetta. Lei ci ha invitato a restare ancora un po’ a farle compagnia. «Restate: non vi ho mai visto; siete arrivate da poco?» Ci ha chiesto e, contemporaneamente, ci ha invitato a sederci su un grosso divano in vimini, posto più in là. Ci ha offerto del mirto, un buonissimo liquore di quelle parti e il discorso è continuato. «Mi chiamo Sophia, ho quarant’anni e son corsa. Mi sono trasferita qui da circa dieci anni, ho messo su questo ristorantino per gioco e, alla fine, è diventato un posto molto frequentato. Cucino solo su prenotazione per poche persone; questo sistema mi fa lavorare poco, guadagnare il giusto a sprechi zero.» Mentre parlava, i suoi occhi indugiavano sul corpo di mamma. Mi ero sentita attratta dalle sue labbra carnose, che sembravano esser fatte per essere baciate e succhiate. Mi son quasi spaventata a quel pensiero, ma lei mi attirava tanto. Le abbiamo chiesto dove si trovassero delle spiagge ‘tranquille’ e lei ci ha parlato di un posto, un poco fuori mano, ma assolutamente unico. Siamo rimaste ancora un po' con lei e non c’è stato modo di pagar la cena: per lei eravamo ospiti. Quando ci siamo avviate verso l’uscita, lei ha messo un braccio intorno alla vita di mamma, come se fossero vecchie amiche. La naturalezza del gesto mi ha fatto pensare che lei avesse chiare tendenze lesbiche, infatti, sulla soglia, ha dato un bacio a me sulla guancia e a mamma sulle labbra; convinta che io non l’avessi notato, mamma si è abbandonata, per un momento, all'abbraccio della signora, ricambiandone l'affettuosità. Silenziosamente siam tornate verso la nostra abitazione: era come se ognuna di noi rimuginasse qualcosa, immersa nei propri pensieri. A questo punto del racconto, mentre scrivo le mie sensazioni ed avendo mamma qui con me, desidero che anche lei racconti le sue emozioni.
Carla Appena uscite dal ristorante, mi sentivo confusa; ho quasi quarant’anni ed ho tendenze saffiche. Con Claudia, la mia migliore amica, credevo di aver raggiunto un buon equilibrio. Eravamo sempre insieme, ne ero innamorata, ma lei si è lasciata convincere dal suo nuovo amore che il sesso con un uomo è di gran lunga superiore a quello fra due donne. In fondo la capisco. So cosa si prova a stare fra le braccia di un uomo o, forse, è capitato a me di provarlo nel modo sbagliato, per questo ho riversato tutto il mio amore verso le donne e, in particolare, mia figlia, che ora, più che mai, rappresenta tutto il bene della mia vita. La mia storia passata e la relativa nascita di Sonia, sono un capitolo difficile della mia esistenza; lei oltre ad esser mia figlia è, in pratica, mia sorella! Sì, mia sorella, figlia mia e di mio padre. Rimasi orfana di mamma che avevo solo diciassette anni, mio padre era l’uomo più dolce del mondo, amava mamma da sempre, stavano insieme da ragazzini, quindi la perdita di mamma fu per lui un colpo durissimo; doveva affrontare la vita senza il suo punto di riferimento e, questo, lo aveva ridotto ad uno straccio. Era diventato apatico, lavorava, tornava a casa e restava per ore al buio, senza dire una parola. Cominciai a prendermi cura di lui e, dopo più di un anno dalla morte di mamma, lo vidi sorridere, anche se forzatamente, quando ebbi a conseguire la patente. Eravamo prossimi all’estate, avevo compiuto diciotto anni tre mesi prima e lui, quasi se ne era dimenticato del mio compleanno. Per questo l’ho costretto a prendere una settimana di ferie, per andare in Liguria, alle Cinque Terre. Il paesino era delizioso, arrivammo di sera e la camera della pensioncina aveva un grosso letto matrimoniale; ci sistemammo ed andammo a cena. Quella sera bevemmo molto, lui, forse, per dimenticare, io, per incoscienza; fatto sta che, quando tornammo in camera, lui cadde addormentato sul letto ed io lo dovetti spogliare. Tutto andò bene fino a quando, togliendo i pantaloni, vennero via anche le mutande, rivelando che, sebbene fosse addormentato ed in posizione di riposo, aveva un cazzo stupendo, di notevoli dimensioni. Lo misi a letto e mi infilai sotto le coperte vicino a lui; ero turbata, confusa, non mi era mai passato per la mente che lui, oltre ad esser mio padre, era pur sempre un uomo. Non riuscii quasi a dormire e, quando ci svegliammo, lui si rese conto che ero stata io a spogliarlo, che lo guardavo con occhi diversi. Passammo tre giorni a camminare su e giù per i sentieri, mangiando in ristorantini lungo il percorso; mi sembrava più sereno, era tornato l’uomo premuroso e dolce di sempre. Un pomeriggio, quando stavamo per tornare in albergo, un violento temporale ci sorprese senza alcun riparo, per cui ci inzuppammo dalla testa ai piedi e, a mala pena, riuscimmo a rientrare in camera.
